Cassazione: licenziare per il profitto si può

0

Resta il fatto che se per l’azienda è facilissimo dimostrare che il licenziamento aumenta l’efficienza dell’azienda (basta una dichiarazione dei responsabili), dimostrare il contrario è quella che si definisce “probatio diabolica”, cioè una prova impossibile da fornire, senza far lavorare la persona in questione. Lo dice a Labitalia Luca Failla, avvocato e giuslavorista, co-fondatore di LabLaw, il primo studio italiano per professionisti e diffusione capillare sul territorio, specializzato in diritto del lavoro e relazioni sindacali. È questa la nuova e rivoluzionaria fattispecie di licenziamento riconosciuta per la prima volta nel nostro ordinamento da una recente sentenza della Corte di cassazione (sentenza n. 25201 del 7 dicembre 2016).

Il licenziamento per profitto.

Perchèl’ex dipendente ha torto e l’azienda ha ragione.

Tale decisione della Cassazione, sembra basarsi sull’articolo 41 della nostra carta costituzionale il quale tutela il principio secondo cui l’imprenditore deve essere libero di adottare tutte quelle decisioni che possano giovare alla sua attività, rispettano comunque entro i limiti la legge.

“In altre parole -continua- con questa sentenza i giudici della Cassazione hanno affermato per la prima volta in modo netto e inequivocabile che un licenziamento non sarà giustificato solo per ragioni di crisi aziendale o calo di fatturato o, nei casi più gravi, in cui è in gioco la sopravvivenza stessa dell’azienda, ma anche (questa la novità storica) per una migliore e più efficiente organizzazione produttiva dell’azienda e per la ricerca di una maggiore produttività e redditività, quindi per generare maggior profitto”. Lo ha stabilito la Sezione Lavoro della Suprema Corte di Cassazione.

E’ legittimo il licenziamento di un lavoratore motivato dall’azienda con l’intento di realizzare “una organizzazione più conveniente per un incremento del profitto”. Fino a questo momento, infatti, tale eventualità si poggiava soprattutto sulla possibilità di licenziare il dipendente a causa di crisi economica aziendale.

“Con il secondo motivo -chiarisce- si denuncia ancora violazione e falsa applicazione degli articoli 3 e 5 della legge 15 luglio 1966 numero 604, in relazione all’articolo 41 Costituzione”. Un tribunale, insomma, non può intervenire sull’autonomia dell’imprenditore di licenziare anche se non sta affrontando una “crisi economica finanziaria” che lo costringa a ridurre i costi. In appello, i giudici invece avevano detto il contrario, sostenendo che per l’azienda era solo una questione di aumentare i profitti e questo non costituiva un buon motivo per un licenziamento.

Rispondi o Commenta