Delitto Garlasco, colpo di scena: “Andrea Sempio era spesso in camera di Chiara Poggi”. Si aggrava la posizione del nuovo indagato

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Davvero un colpo di scena inaspettato nel caso relativo l’omicidio di Chiara Poggi, la giovane uccisa la mattina del 13 agosto 2007 nella villetta di Garlasco e per la cui morte venne accusato e condannato l’ex fidanzato Alberto Stasi. La prima inchiesta sull’omicidio si era conclusa con l’arresto dell’ ex fidanzato Stasi, il quale è stato condannato a 16 anni e chiuso nel carcere di Bollate dallo scorso mese di dicembre. Ad oggi, a distanza di tantissimo tempo, quando ormai il caso era praticamente chiuso, sembra essere arrivato un colpo di scena, che di fatto apre un’altra inchiesta e dove tutto potrebbe capovolgersi; ebbene, nei giorni scorsi, al termine dell’inchiesta difensiva dei legali dello studio Giarda, insieme ad una società di investigazioni, la Procura di Pavia pare abbia aperto una seconda indagine, accogliendo in questo modo l’esposto presentato dalla mamma di Alberto, la signora Elisabetta Ligabò, e iscrivendo così nel registro degli indagati un giovane, all’epoca maggiorenne, amico del fratello di Chiara Poggi, e che era solito frequentare quell’abitazione, dove è stato ritrovato il cadavere della 26enne.

Pare, infatti, che il suo profilo genetico, coincida con alcuni frammenti di Dna ritrovati sotto le unghia di Chiara Poggi, nel corso dell’autopsia effettuato sul suo corpo. Alberto sta scontando la pena nel carcere di Bollate (Milano), ma ora i suoi legali chiedono di riaprire l’inchiesta in base al risultato di una perizia di parte dalla quale emergerebbero tracce del dna di un’altra persona, trovate sotto le unghie di Chiara; proprio a tal riguardo la Procura generale di Milano, sembra abbia inviato il fascicolo alla Procura di Pavia, contenente documenti molto importanti che potrebbero davvero cambiare la storia del delitto di Garlasco. Ad oggi, non sembra essere stata aperta una nuova inchiesta, ma è un’ipotesi che la Procura di Pavia sta valutando, sulla quale si esprimerà soltanto dopo aver consultato bene il fascicolo pervenuto nella giornata di ieri in Procura.

A tal riguardo il procuratore Reposo, nella giornata di ieri ha dichiarato: “L’unica notizia che posso confermare è che dalla Procura Generale di Milano è arrivata la busta con i documenti sul caso. Documentazione che adesso dovremmo esaminare. Al momento, quindi, non siamo in grado di rispondere se verrà aperta o meno una nuova inchiesta”. “Solo dopo aver studiato con attenzione i documenti potremo fare una nostra valutazione, che trasmetteremo al gip. E soltanto a quel punto verrà presa la decisione se aprire o meno una nuova indagine. Sino a quel momento ogni ipotesi rischierebbe di risultare infondata”, ha aggiunto Reposo. Inoltre, sembra ci sia anche un altro elemento che inchioderebbe il giovane, amico del fratello di Chiara Poggi, ovvero il fatto che lo stesso interrogato dai carabinieri, ben due volte una prima pochi giorni dopo il delitto e l’altra l’anno successivo avrebbe fornito un alibi che presenterebbe delle anomalie ed incongruenze.

Dopo nove anni, un’inchiesta tormentata e cinque sentenze concluse (dopo una doppia assoluzione) con la condanna definitiva a 16 anni di carcere per Alberto Stasi, accusato dell’omicidio della fidanzata Chiara Poggi (13 agosto 2007), è possibile che venga accolta una revisione del processo e si torni in un’aula di giustizia con un altro imputato? Il nodo da sciogliere e il problema da risolvere, nella loro enorme complessità, sono semplici.

Sotto le unghie di Chiara Poggi c’è un solo Dna con un profilo maschile, oppure ce ne sono due di due persone diverse entrambe di sesso maschile? Ed è sufficiente questo materiale biologico per identificare chi l’ha lasciato? Con un colpo di scena, la mamma di Alberto Stasi Elisabetta Ligabò e l’avvocato Fabio Giarda (che assieme a suo padre Angelo difende Stasi) hanno annunciato sulle pagine del Corriere della sera di aver scoperto almeno due profili genetici sotto le unghie della povera ragazza. Uno appare vagamente compatibile con quello dell’ex fidanzato mentre un altro, presente sul quinto dito della mano destra e sul pollice della mano sinistra di Chiara, sarebbe «perfettamente sovrapponibile» con il Dna ottenuto da un cucchiaino e da una bottiglietta usati da un amico di Stasi, appartenente a una nota famiglia di Garlasco che a suo tempo era entrato, senza risultati, nelle indagini. Fabio Giarda è stato esplicito: «La Procura di Pavia deve indagare su un maschio della cerchia delle amicizie di Chiara Poggi che il giorno dell’omicidio si trovava a Garlasco e il cui nome è già negli atti dell’indagine».

Se questa analisi e questa comparazione venissero confermate, il giovane che avrebbe avuto «un contatto» con Chiara dovrà dare più di una spiegazione per giustificare la presenza del suo Dna sotto le unghie della ragazza. Ecco perché la mamma di Alberto ha annunciato che chiederà la revisione del processo. Ma l’annuncio a sorpresa della difesa di Stasi è finito sotto il fuoco incrociato del difensore di parte civile Pier Luigi Tizzoni, di Luciano Garofano allora perito della Procura, e di Marzio Capra e Paolo Reale, consulenti scientifici della famiglia Poggi.

POCHISSIMO MATERIALE E DI PESSIMA QUALITÀ Per capire questa intricata vicenda bisogna comunque ripartire dal giorno successivo al delitto. La presenza di residui biologici sotto le unghie di Chiara non è una novità. Furono scoperti subito dal medico legale durante l’autopsia. Pochissimo materiale e di pessima qualità. Ma purtroppo non fu analizzato. «Anzi», come ricorda a Oggi il consulente di parte civile Paolo Reale, «nel 2011, nel primo processo d’Appello, la Corte d’Assise di Milano che ha assolto Stasi oppose un rifiuto alla richiesta di analisi e si dichiararono contrari anche i suoi difensori. Furono i giudici della Cassazione,quando annullarono quella sentenza e disposero un nuovo processo, a sostenere che quell’esame andava fatto. Nel secondo processo d’Appello la perizia fu affidata al professor Francesco De Stefano, alla presenza di tutte le parti in contradditorio, all’università di Genova. Furono fatte tre amplificazioni. La prima non diede risultati. La seconda e la terza indicarono solo che si trattava di Dna maschile». In realtà, commentando l’esame di De Stefano, il difensore dell’imputato Angelo Giarda confermò: «Si tratta di un dato non significativo. Non si può affermare che questo profilo sia di Stasi o di un altro. La comparazione è stata fatta su pochissimi marcatori che sono comuni a quelli di tante altre persone. Questo esame ha validità statistica ma non in termini processuali».

I “MARCATORI” ERANO SOLO CINQUE Ciascuno di noi, per capirci, ha nel suo Dna 17 marcatori genetici. Per ottenere una comparazione certa e sicura occorre la presenza di almeno 9 marcatori identici, cioè la metà più uno. Nel Dna trovato sotto le unghie di Chiara i marcatori erano solo 5 e chiunque di noi può avere nel suo Dna questo numero di marcatori identico a quello di tanti altri. Ecco perché un numero così limitato è insufficiente per certificare un risultato. II professor De Stefano al termine dell’esame fu categorico:« C’è pochissimo Dna. Ci dice solo che non si può escludere che sia di un soggetto maschile ma a chi appartenga non si può sapere». E aggiunse un particolare che oggi diventa insuperabile: «Facendo questo esame ci siamo preclusi la possibilità di ripeterlo. Non se ne potrà più fare un altro. Era talmente poco il materiale che l’abbiamo esaurito».

HANNO RIESAMINATO I RISULTATI DEGLI ESAMI «Tutte le parti di quel Dna, deteriorate e contaminate, non consentivano una identificazione. Sappiamo solo che il cromosoma Y non poteva escludere che ci fosse anche il Dna di Stasi», rivela a Oggi Luciano Garofano, allora comandante del Ris di Parma. «In sostanza non era idoneo ad alcuna diagnosi identificativa. E non lo sarebbe ancora oggi se ne fosse avanzato. Quindi quando dicono che è sovrapponibile io rispondo: a cosa? Al nulla!».

Ma come si è arrivati a questa svolta nel giallo di Garlasco? Con le indagini difensive previste dalla legge. Gli avvocati di Stasi si sono affidati a un genetista per riesaminare i risultati degli esami di laboratorio sulle tracce biologiche scoperte sotto le unghie della vittima. Avuta la certezza, dicono oggi, che due di quei cinque marcatori del Dna non appartengono a Stasi ed avendo evidentemente dei sospetti, hanno poi ingaggiato un noto investigatore già comparso in altri clamorosi e recenti processi. Il detective ha puntato subito la sua attenzione sul giro di amicizie di Alberto e Chiara e, confida a Oggi, «stringendo il cerchio ne ho individuato uno molto “interessante”. Una volta entrato in possesso del suo Dna l’ho girato al genetista. L’omicidio di Chiara Poggi è un caso di malagiustizia. L’analisi delle unghie e la comparazione del Dna potevano essere fatti, con le stesse tecniche, subito dopo il delitto e non aspettare per tanti anni che quel materiale si degradasse».

Sette anni e cinque processi per arrivare alla condanna • L’OMICIDIO Chiara Poggi venne uccisa il 13 agosto 2007 nella villetta di famiglia in via Pascoli, a Garlasco (Pavia). A scoprire il corpo e a dare l’allarme fu il fidanzato Alberto Stasi, all’epoca studente alla Bocconi. Anche Chiara studiò Economia. • IL FERMO DI STASI Un mese dopo il delitto, lo studente finì in carcere come indiziato dell’omicidio. • LE PROVE In questi anni, l’accusa si è basata soprattutto sui risultati delle analisi effettuate sui pedali di una bicicletta usata da Alberto, sulle sue scarpe, su un portasapone nel bagno di via Pascoli, sul pigiama di Chiara e sul computer del giovane. • LA PRIMA ASSOLUZIONE Il 17 dicembre 2009, Alberto Stasi venne assolto per insufficienza di prove. • LA CONFERMA
Il 6 dicembre 2011, la Corte d’assise d’appello di Milano confermò l’assoluzione di Stasi. • LA CASSAZIONE CI RIPENSA Nell’aprile 2013, la prima sezione della Corte di Cassazione annullò la seconda assoluzione e rimandò a un Appello bis. • LA CONDANNA DEFINITIVA Il 17 dicembre 2014, Alberto venne condannato a 16 anni. Il 12 dicembre 2015, la quinta Corte di Cassazione confermò e chiuse il caso.

Dal 13 agosto 2007, quando Chiara Poggi venne trovata morta in fondo alle scale della villetta di Garlasco, c’è sempre stato un solo indagato per omicidio: il fidanzato Alberto Stasi. Dopo nove anni, cinque sentenze e una condanna definitiva a sedici anni che l’ex bocconiano sta scontando nel carcere di Bollate, c’è una nuova iscrizione nel registro degli indagati. Si tratta di un trentenne di Garlasco, amico di Marco, il fratello minore di Chiara, che oggi ha ventotto anni. Un giovane di buona famiglia, con un lavoro stabile e senza alcun problema con la giustizia.

Il fascicolo, trasmesso dalla Procura generale di Milano, è stato aperto dalla Procura di Pavia sulla scorta delle indagini difensive dei legali di Alberto e di un esposto-denuncia firmato dalla madre Elisabetta Ligabò. Gli avvocati di Stasi sono risaliti al trentenne esaminando la sua posizione insieme a quella di altre persone della cerchia di Chiara e Alberto: familiari, amici, compagni di studi, conoscenze occasionali. Dai due verbali di testimonianza rese dall’amico di Marco Poggi ai carabinieri, secondo gli avvocati Fabio Giarda e Giada Bocellari, sarebbero emerse alcune contraddizioni. A questo punto entra in campo un’agenzia di investigazioni private, vengono recuperati i reperti salivari del giovane, isolati su un cucchiaino e una bottiglietta d’acqua, e consegnati in forma anonima a un genetista affinché ne ricavi il dna. Ottenuto il codice genetico, viene confrontato con quello estratto nel settembre 2014 dal professor Francesco De Stefano sotto due unghie di Chiara. E risulta la «perfetta compatibilità», affermano i legali di Alberto, fra il profilo genetico del cromosoma Y ricostruito dal perito e quello del trentenne di Garla- sco. O meglio, di tutti i soggetti maschili del suo ceppo familiare. Per Fabio Giarda l’esito «è scientificamente attendibile», non così per il legale dei Poggi Gianluigi Tizzoni, che riporta alle conclusioni di De

Stefano nel processo di secondo grado bis. L’unico dato scientificamente accertato, sostiene l’esperto, è la presenza di dna maschile (cromosoma Y) all’interno di quanto è stato estratto mediante tecnica di «lavaggio» dal «materiale subungueale». Ma «non è possibile definire un’ipotesi d’identità», nè «escludere che nel materiale subungueale prelevato nel corso dell’autopsia di Chiara sia presente anche dna riferibile a Stasi». Per Rita Preda, la mamma di Chiara, non c’è pace. Il suo sfogo è amaro: «Si arriva a un punto in cui la sola parola giusta da dire è: basta. C’è la sentenza definitiva, ci sono accertamenti a non finire, è stato tutto controllato dieci, cento volte. Per noi il caso è chiuso e il colpevole è Alberto. Basta».

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