Italia nel 2016 in deflazione, è la prima volta dal 1959:Cos’è la deflazione? tutto quello che dovete sapere

Sono passati 57 anni dall’ultima volta che l’Italia andò in deflazione con un calo dello 0,4% della media dell’indice dei prezzi al consumo. L’inflazione di fondo, calcolata al netto degli alimentari freschi e dei prodotti energetici, è rimasta invece positiva (+0,5%), pur rallentando la crescita dal +0,7% del 2015. Si può rispondere al primo quesito con la definizione che viene utilizzata in macroeconomia: con il termine deflazione si intende un calo del livello generale dei prezzi, che si combina con una dinamica di recessione generale del sistema economico. Il fenomeno opposto si definisce inflazione. “Nel mese di dicembre 2016, secondo le stime preliminari, l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività, al lordo dei tabacchi, ha registrato un aumento dello 0,4% rispetto al mese precedente e dello 0,5% nei confronti di dicembre 2015” e inoltre “la ripresa dell’inflazione a dicembre 2016 è dovuta principalmente alle accelerazioni della crescita dei prezzi dei Servizi relativi ai trasporti (+2,6%, da +0,9% di novembre), degli Energetici non regolamentati (+2,4%, da +0,3% di novembre) e degli Alimentari non lavorati (+1,8%, era +0,2% il mese precedente)”, si legge nel rapporto. “È dal 1959 (quando la flessione fu pari a -0,4%) che non accadeva”, rileva l’istituto di statistica. “Auspichiamo che nel 2017 le incognite sull’effettivo rilancio della domanda interna siano dissipate”, conclude la nota di Confesercenti.

Prezzi agricoli in picchiata. Vediamo allora quali sono le cifre e cosa cambia comporta la deflazioni per consumatori ed agricoltori. “Gli agricoltori nel 2016 hanno dovuto vendere più di tre litri di latte per bersi un caffè o quindici chili di grano per comprarsene uno di pane ma la situazione non è migliore per le uova, la carne o per alcuni prodotti orticoli”, spiega ad esempio l’associazione Coldiretti. Nel carrello della spesa i prezzi dei beni alimentari e di quelli per la cura della casa e della persona crescono dello 0,4% in termini congiunturali e dello 0,6% in termini tendenziali (da -0,1% di novembre). “Ad incidere è anche il flusso delle importazioni selvagge che fanno concorrenza sleale alla produzione nazionale”.

Le preoccupazioni dei consumatori. “Numeri che hanno avuto effetti diretti su prezzi e listini, con una variazione negativa dello 0,1% su base annua”.

Nel caso positivo la deflazione può nascere da una riduzione dei costi di produzione, mentre la deflazione è negativa quando è l’effetto finale di una riduzione della produzione e dunque dell’occupazione. Ebbene, nel 2016 per tutti i dodici mesi secondo l’Istat, i prezzi al consumo in media sono scesi dello 0,1%, con un leggero miglioramento nel mese di dicembre, quando i prezzi al consumo sono aumentati dello 0,4% rispetto al mese precedente e dello 0,5% nei confronti di dicembre 2015, ma nonostante tutto il dato annuo resta al di sotto della media dell’Eurozona, ovvero +1,1% annuale a dicembre (contro il +0,6% di novembre), al top dal dicembre 2013.

Per il Codacons, il calo dei prezzi nel 2016 è dovuto al crollo dei consumi degli italiani, calati di 80 miliardi di euro in 8 anni. “E’ come se ogni nucleo familiare avesse ridotto gli acquisti per 3.333 euro dalla crisi economica ad oggi. Numeri che hanno avuto effetti diretti su prezzi e listini, con una variazione negativa dello 0,1% su base annua”, ha spiegato il presidente dell’associazione, Carlo Rienzi.

Sembra che a spingere al rialzo i listini lo scorso mese di dicembre, sia stata soprattutto l’energia,in seguito al rialzo delle quotazioni del petrolio dopo l’accordo dei Paesi Opec per il taglio della produzione; nello specifico sembra che i prezzi dei beni energetici non regolamentati come i carburanti hanno guadagnato il 2,4 a dicembre dopo aver preso nell’intero 2016 il 5,9%. A frenare sono stati soprattutto i prezzi di prodotti alimentari e bevande analcoliche (+0,2% da +1,1%), dell’istruzione (+0,7% da +1,7%), dei servizi ricettivi e di ristorazione (+0,7% da +1,3%) e di bevande alcoliche e tabacchi (+1,5% da +2,7%).L’ufficio studi di Confcommercio stima che l’inflazione raggiungerà già a gennaio valori prossimi all’1%, e vede in questo un possibile “freno al potere d’acquisto delle famiglie”. Per il Segretario generale della Uil Carmelo Barbagallo bisogna rilanciare la domanda con la stabilità dei governi che eliminino l’austerità e si propongano lo sviluppo.

Ma non avete mai osato chiedere al vostro banchiere centrale: che cosa è, chi avvantaggia, cosa succede al debito pubblico e perché non c’è niente da ridere Sfogliando le pagine economiche dei giornali di queste ultime settimane la parola “deflazione” o “timore di deflazione” appare sempre più spesso connessa con la situazione italiana ed europea ed essendo termine sinceramente a noi (per fortuna, e capirete il perché) poco conosciuto cerchiamo qui di spiegarvi cosa è e quale sono le sue maggiori conseguenze. 1) Cosa è “tecnicamente” la deflazione? La sua definizione è un calo generalizzato dei prezzi di beni e servizi, in sostanza esattamente il contrario dell’inflazione, infatti quando il tasso di inflazione si avvicina o scende sotto lo zero si dice che si è entrati in una fase deflattiva. 2) Perché se l’inflazione rimane comunque sopra lo zero si parla già di fase deflattiva? Perché l’inflazione è una media calcolata appunto su un paniere di prezzi di beni e servizi, ed una inflazione vicina allo zero significa che anche se alcuni settori dell’economia manifestano ancora un aumento dei prezzi, molti altri iniziano al contrario a registrare una diminuzione. 3) Se i prezzi scendono non dovrei essere contento? Fare la spesa non costerebbe meno? Per la banale legge della domanda e dell’offerta se i prezzi dei beni scendono in maniera generalizzata vuol dire che ci sono meno persone che li stanno comprando, o perché hanno meno reddito o perché preferiscono risparmiarlo per paura di averne meno in futuro. Questo induce da una parte ad abbassare i prezzi, ma anche chi potrebbe comprare qualcosa aspetta che i prezzi scendano ulteriormente, a quel punto le aziende producono ed investono di meno con conseguente aumento della disoccupazione e quindi ancora meno persone che hanno reddito sufficiente a compare quei beni e così via. Tecnicamente si chiama spirale deflattiva. Quindi certo, la spesa ti costa di meno, fintanto che riesci a mantenere un reddito uguale a prima, caso che se si è in una spirale deflattiva non si applica ovviamente alla maggior parte delle persone sennò non ci sarebbe la deflazione in primo luogo. 4) C’è qualcuno che si avvantaggia della deflazione? La deflazione avvantaggia chi ha disponibilità di denaro, perché col suo denaro ha la possibilità di comprare più beni e servizi di prima, ma, come abbiamo detto sopra, più spesso preferisce aspettare (perché comprare oggi a 10 qualcosa che domani magari costa 9?). Un’altra categoria avvantaggiata sono i creditori, perché si vedono restituire soldi che hanno un potere d’acquisto maggiore, mentre svantaggia di converso i debitori. Ma anche qua, come sempre in economia, esiste un trade-off, cioè ci sono anche gli svantaggi. Se il debitore ha visto diminuire il reddito, per i motivi che dicevamo sopra, magari i soldi da restituire al creditore non ce li ha, quindi anche il creditore va in crisi e tutto ciò contribuisce ad acuire la spirale deflattiva e di stallo dell’economia. Per questo una persistente fase deflattiva in realtà non avvantaggia il settore bancario, come spiegato dagli economisti Irving Fischer negli anni ’30 e ancora meglio da Hyman Minsky negli anni ’80, e come dimostrato empiricamente durante la lunga fase deflattiva sperimentata in Giappone, il famoso “Decennio Perduto” dove, accanto ad una persistente deflazione si è avuta una stagnazione economica 5) Non riesco ancora a capire, se i prezzi scendono ad un certo punto il mercato si riequilibra su nuove basi e tutti sono contenti, no? Ci sono diverse discussioni fra le varie scuole economiche sulla capacità del mercato di ritrovare una situazione di equilibrio attraverso un processo deflattivo e non è questo il luogo per entrare in tale discussione (né io avrei la capacità di farlo oltre un certo livello). Proprio le difficoltà di uscire da una situazione deflattiva sperimentate dal Giappone negli ultimi 20 anni giustificano i timori al riguardo ed inducono cautela ad applicare alla realtà teorie economiche in modo semplicistico. 6) L’Italia ha un pesante debito pubblico, che conseguenze può avere la deflazione sui conti dello Stato? Essendo lo Stato italiano un soggetto debitore rientra nelle categorie “svantaggiate” dalla deflazione per il debito già emesso. In parole semplici il costo di un debito si calcola usando l’interesse reale, cioè il tasso di interesse meno l’inflazione. Chiaro che su un BTP emesso due anni fa al 5% l’interesse reale varia in peggio se l’inflazione è al 2% oppure è 0,7%. Inoltre se il PIL rimane stagnante o cala le entrate fiscali peggiorano ed il rapporto del debito sul PIL aumenta anche a parità di spesa. Questo è il motivo per cui le dichiarazioni di giubilo di vari politici su tesoretti derivanti dal calo dello spread sono piuttosto ingiustificate in quanto il tasso reale negli ultimi mesi è aumentato e non diminuito.[showhide]

ROMA II 1959 è stato un anno denso di avvenimenti. Fidel Castro divenne primo ministro a Cuba. La Cina mise la parola fine all’indipendenza del Tibet. Nei negozi arrivò la prima Barbie. E in Italia i prezzi dei beni di consumo diminuirono rispetto all’anno precedente. Da quel momento in poi, per i successivi 56 anni, non hanno fatto che crescere. Per molto tempo anche a due cifre. L’anno appena concluso, invece, ha riportato indietro le lancette dell’orologio di undici e passa lustri: per la prima volta dal lontano 1959, ha informato ieri l’Istat, i prezzi al consumo nel 2016 sono diminuiti. Solo di uno 0,1% rispetto al 2015, ma abbastanza per portare il Paese nella temuta deflazione.

Temuta sopratutto da chi, come l’Italia, ha un enorme debito pubblico. L’inflazione anno per anno aiuta a sgonfiarlo facendo salire il Prodotto nominale (Pil) del Paese. Senza inflazione il fardello diventa sempre più pesante. Fin qui, insomma, la notizia diffusa ieri dall’Istat non è delle migliori. Ma c’è un altro dato che fa ben sperare. I prezzi al consumo a dicembre, sono rimbalzati dello 0,4%, portando l’inflazione rispetto all’anno precedente, al +0,5%. Non è bastato a far chiudere l’intero 2016 con un segno più, ma il dato ha comunque sorpreso in positivo gli analisti che non si aspettavano un rimbalzo simile. A spingere i prezzi verso l’alto è stato soprattutto l’aumento del prezzo del petrolio dopo l’accordo di novembre all’Opec che ha deciso un taglio della produzione. Il costo dei trasporti è aumentato dell’1,4%, a causa del caro-benzina. A dicembre sono aumentate anche le spese per cultura e tempo libero, ma si tratta di aumenti stagionali legati soprattutto alla vendita di pacchetti vacanza per la montagna. Gli unici beni che hanno visto ridursi i prezzi sono la ristorazione, i servizi ricettivi, e la vendita di bevande alcoliche e tabacco. Sono aumentati, invece, i prezzi degli alimentari, soprattutto a causa dei prodotti vegetali freschi. L’inflazione di “fondo”, quella cosiddetta «core», cioè depurata dai beni soggetti ad una più elevata volatilità dei prezzi, come i prodotti energetici, è rimasta in territorio positivo (+0,5%), ma meno che lo scorso anno (+0,7%).

I dati, insomma, sono in chiaroscuro. «La risalita in corso», spiega Paolo Mameli, senior economist di Intesa San Paolo, «è attesa continuare nei prossimi mesi, e si tratta di un segnale di normalizzazione. Tuttavia», spiega, «sarà molto lenta». Per il 2017 l’aspettativa dell’analista è di un aumento generale dei prezzi dell’1%. Dopo tre anni di sostanziale stagnazione, è comunque un buon segnale.

Ma con delle avvertenze. A spingere l’inflazione, come detto, è soprattutto l’aumento del petrolio. I redditi sono ancora stagnanti. In mancanza di aumento di occupazione o dei salari la deflazione, comunque, difende il potere di acquisto delle famiglie. L’inflazione lo erode. L’altra incognita riguarda la Bce e il suo programma di acquisto dei titoli pubblici, compresi quelli italiani, che sta tenendo basso il costo degli interessi sul debito. Francoforte, per prendere le sue decisioni, non guarda al dato italiano, ma a quello europeo. A dicembre l’Eurozona ha registrato una forte accelerazione dell’inflazione, salita all’1,1%. L’indice dei prezzi tedesco è addirittura balzato dell’1,7%, il maggior aumento da quando vengono pubblicati i dati armonizzati. Questo ha fatto subito affilare gli artigli ai falchi, che hanno iniziato a chiedere a Draghi di rivedere il programma di acquisto di titoli pubblici. Una decisione in questo senso potrebbe mettere in difficoltà l’Italia. Il Quantitative easing tiene contiene gli interessi che Roma paga sul debito pubblico, che sono scesi dai quasi 90 miliardi del 2012 ai 66 miliardi di quest’anno. Per il prossimo anno il Tesoro stima una ulteriore riduzione a 63,5 miliardi. Difficile che Draghi riveda la decisione appena presa di prorogare per tutto il 2017 l’acquisto dei titoli.
Anche perché ha sempre spiegato che l’inflazione deve attestarsi stabilmente vicino al 2%. Una fiammata, insomma, non basta. Ma di certo sarà difficile decidere nuove misure.

No, Mario Draghinon prepara nessuna BCExit. Le sirene dell’inflazione che torna nell’Eurozona (e schizza addirittura nella solita Germania) non incantano il Banchiere d’Europa, che non intende, almeno per ora, chiudere i rubinetti del Quantitative Easing come ardentemente auspicato dai tedeschi. Draghi non si è lasciato cogliere impreparato dalle stime di Eurostat: tasso di inflazione a 1,1% su base annua rispetto allo 0,6% di novembre. I prezzi riprendono a salire nell’Eurozona come non succedeva dal settembre 2013, confermando il dato tedesco annunciato l’altro ieri di uno spettacolare balzo in avanti dell’1,7%. Una ripresa che Draghi aveva già previsto e analizzato un mese fa in conferenza stampa: «Il rischio deflazione è scomparso, mal’incertezza continua a prevalere». Quindi: siamo fuori dall’estrema emergenza che aveva giustificato a marzo l’aumento di acquisti di titoli da 60 a 80 miliardi al mese, ma non siamo fuori dall’incertezza che giustifica il programma, che può dunque continuare a ritmo di crociera. Cosa già decisa senza aspettare i dati sull’inflazione: da gennaio il Quantitative Easing ha ripreso il suo corso “normale”. In compenso il programma è stato allungato: non si interromperà a marzo, ma durerà fino a dicembre. Giocando d’anticipo, Draghi ha cercato la quadratura del cerchio: dare una (piccola) soddisfazione ai tedeschi riducendo l’iniezione di liquidità, e rassicurare mercati e paesi ancora in affanno, assicurando una politica monetaria benevola (almeno) per tutto il 2017.
Per gli ortodossi, i conti sono invece altri e sono anche presto fatti: il rischio di deflazione è scongiurato, non siamo ancora all’obiettivo dichiarato diinflazione al 2%, ma il traguardo è vicino ed è ora di invertire la rotta, ridurre e arrestare quanto prima l’acquisto di titoli di Stato, rialzare i tassi e lasciare che l’economia riparta senza stampelle. I tedeschi (ilministro delle Finanze della Baviera, il presidente dell’istituto economico Ifo, tra gli altri) hanno

Gli scenari
Lontani dall’emergenza ma non fuori dall’incertezza che giustifica il piano “Qe”già cominciato il pressing del 2017, che certo non diminuirà con l’avvicinarsi delle elezioni: i tassi a zero pesano senza più alcuna giustificazione sui risparmiato – ri tedeschi, che accumulano circa 5mila miliardi di euro. Con un’inflazione globale all’1 per cento – ha stabilito già Marc Tuengler, direttore generale di DSW, associazione per la tutela dei titoli – il patrimonio perde 50 miliardi, all’1,5% si tratta addirittura di 75 miliardi di perdita. Uno scandalo». Ma se il fantasma della deflazione sembra per ora scongiurato, è ancora molto presto per interpretare l’inflazione come il ritorno in salute dell’economia. Italia, Francia, e Spagna – per non citarne che alcuni – restano paesi in affanno, con una domanda debole, disoccupazione e salari che non consentono di approfittare dell’inflazione come stimolo. Per il capo economista di Natixis, Patrick Artus, l’aumento di un’inflazione non legata aduna ripresa dell’economia, congiunta con un eventuale passo indietro della Bce, potrebbe provocare un aumento dei tassi d’interesse a lungo termine, con ripercussioni negative, se non fatali, sul debito dei paesi in difficoltà e sugli investimenti.
Per Draghi si annunciano – ma non è una novità – mesi movimentati. Il rallentamento nell’acquisto dei titoli è però anche un monito per i paesi più in difficoltà e anche per l’Europa: la Bce è sempre al timone, ma bisogna cominciare ad abituarsi a meno interventismo.[showhide]

Era sulla bocca di tutti, le ricerche in Google erano più frequenti ad esempio di inflazione, e questo solo perché molti banchieri centrali a ogni loro apparizione non si stancavano di metterci in guardia dall’imminente deflazione. Nessuno ha mai parlato del fatto che esista anche una «deflazione positiva». E come al solito, quando si tratta della retorica della politica monetaria, in prima linea nel dibattito sulla deflazione vi era anche Mario Draghi. Anche se un qualsiasi consumatore comune in realtà non capisce cosa significhi esattamente deflazione e soprattutto, cosa ci sia di male in questo fenomeno. Ma non c’è nulla da meravigliarsi, perché per decenni non abbiamo avuto alcuna deflazione, per lo meno nessuna «deflazione cattiva», e anche per il momento essa non è prevedibile. Nella realtà il consumatore non percepisce nulla della minaccia immaginaria che la retorica della politica monetaria trasforma in un agghiacciante pericolo. Invece che una minaccia concreta, la deflazione sembra essere piuttosto uno spettro mentale dei banchieri centrali che consente loro di continuare con esperimenti di politica monetaria. Chi a fine anno dispone dell’un per cento in più di potere di acquisto, sicuramente non è in pericolo. E stiamo parlando di quest’ordine di grandezze. Deflazione significa inflazione negativa o inflazione debole? Ma anche i media si lasciano prendere dal vortice della deflazione e trattano il concetto in modo molto superficiale e con troppa leggerezza. Tre comunicati che compaiono su «www.n-tv.de» facendo una ricerca del termine deflazione confermano questa stima. Innanzitutto la Cina mette in guardia dalla deflazione e nel testo sottostante si legge: «In Cina si teme la deflazione. Il crollo dei prezzi ha un ritmo troppo accelerato». Ma continuando a leggere, non si trova alcuna delucidazione su chi altro, fatta eccezione per la Banca nazionale, abbia paura, per non parlare del perché. Ma i fatti sono diversi. L’ultima volta in cui in Cina si è registrato un tasso ufficiale di inflazione negativo, era nell’ottobre 2009. Pertanto non si dovrebbe assolutamente parlare di deflazione. Tuttavia non si è neanche più al 6% di inflazione, bensì solo a uno scarso 1.5%. Questo è un motivo sufficiente per alimentare il panico? Sembra di sì, perché con crollo dei prezzi non si intende ciò che noi intenderemmo nel senso comune, ovvero una riduzione dei prezzi, bensì solo il fatto che essi non aumentano più nella misura in cui crescevano in passato. Inoltre non è chiaro a quali prezzi si riferiscano i timori di deflazione in Cina. Forse ai prezzi dei produttori, che sono negativi già dall’inizio del 2012? Questo sarebbe ancora comprensibile. Ma quando le banche centrali mettono in guardia dalla deflazione, per lo più intendono i prezzi al consumo, salvo diversa indicazione. E oggi basta già uno zero prima della virgola per gettare il panico tra le banche centrali. Il pericolo sembra pertanto in effetti essere più immaginario che reale. Scenario apocalittico? Il secondo comunicato sulla deflazione nel portale delle notizie tedesco è del 10.3.2015 e conferma in pratica che la Banca centrale europea (BCE) è sulla buona rotta con il suo programma di acquisti obbligazionari (QE). Tuttavia è pubblicato con il dubbio sottotitolo «Flusso di denaro contro la deflazione», il quale suggerisce che la deflazione sia già realtà e che il QE contribuirebbe ad allontanarla. Il terzo comunicato è della settimana successiva e tuttavia ancora sbagliato. Il 17.3.2015 si leggeva «L’Europa si allontana dalla deflazione», affermando che i prezzi al consumo nell’Eurozona erano di nuovo in ripresa. Resta da capire come sia possibile allontanarsi da qualcosa che non si è mai veramente avvicinato. Comunque il contenuto del titolo segnala una distensione. Ma nello stesso testo si ritorna di nuovo sul tema, affermando che lo «scenario apocalittico economico di una deflazione per il momento (!) è stato evitato». Quindi sempre un cessato allarme e soprattutto di nuovo il monito del fatto che la deflazione motiverebbe uno scenario apocalittico. Ciò è molto insolito, soprattutto se si osserva attentamente il mercato del lavoro europeo. Qui lo scenario apocalittico in fondo esiste già da tempo, e senza alcun preavviso. Il paziente giapponese non è mai stato malato E cosa dire del Giappone e del suo decennio perduto? Ovunque, a causa della mancanza di alternative, il Giappone viene preso come esempio tipico delle conseguenze negative della deflazione. Affermazione che tuttavia a un attento esame non resiste. È vero che il Giappone, dall’inizio degli anni Novanta, era tra i paesi con i tassi di inflazione più bassi, spesso prossimi allo zero e a volte anche negativi. Ma questo è troppo poco per poter parlare dello scenario apocalittico dovuto a una «deflazione cattiva». Perché il Giappone, nonostante tutti gli uccelli del malaugurio, è sempre stato molto lontano da un rallentamento dei consumi causato da prezzi in calo. Anche se negli ultimi tre decenni circa il potere economico in Giappone, misurato in base al prodotto interno lordo reale, è cresciuto con minore intensità rispetto a quello degli Stati Uniti, l’andamento pro capite è stato invece più o meno simile. Il Giappone è troppo lontano ed è a noi troppo estraneo per poter capire come funziona effettivamente questa società. È molto facile consolidare un pregiudizio che in seguito viene poi trattato come verità. Il Giappone in realtà è solo un’economia vecchia, matura e benestante, giunta ai limiti della saturazione, soprattutto a causa dell’avanzato invecchiamento della popolazione. In Europa questo deve ancora arrivare. La trappola demografica rappresenta un dato di fatto dalle conseguenze indesiderate per la costante fiducia nella crescita. E nemmeno la politica monetaria potrà cancellarla. Le assicurazioni generano incertezza In passato è stata effettivamente registrata la deflazione cattiva. L’ultima volta all’inizio degli anni Trenta, quindi molto tempo fa. Allora vigeva ancora il sistema aureo, che impediva di aumentare a piacere la massa monetaria. Era possibile aumentarla solo fino a un grado che era garantito dall’oro. In effetti le erosioni dei prezzi di allora scatenarono una massiccia cautela nei consumi e la politica monetaria aveva per così dire le mani legate. In attesa di una caduta dei prezzi, i consumatori scioperarono rimandando i loro acquisti a un momento successivo, in cui avrebbero potuto comprare a prezzi molto più favorevoli. È veramente questo lo stato attuale nell’Eurozona o addirittura in Svizzera? Se fosse veramente così, nessuno starebbe in coda per l’ultimo iPhone, che dopo solo sei mesi dal suo lancio sul mercato si potrà sicuramente acquistare a un prezzo più conveniente, e di certo non solo dello 0.5%. Per lo meno io non conosco nessuno che rimandi i propri acquisti speculando su un calo dei prezzi.Fortunatamente il presunto spettro della deflazione sta nuovamente svanendo. E non grazie a Draghi, che vorrebbe vendere l’inversione delle aspettative inflazionistiche in Europa come il successo della sua offensiva monetaria, quanto piuttosto grazie alla ripresa della congiuntura e alla riduzione degli effetti di base, soprattutto nelle materie prime, primo fra tutte nel petrolio. L’assicurazione ripetuta da mesi da Draghi & Co. sul fatto che il grande pericolo della deflazione stesse già bussando alle nostre porte, ha generato solo incertezza, anche tra gli operatori di mercato più esperti. Alla fine nessuno riusciva più capire cosa si volesse dire con deflazione, in particolare esaminando l’inflazione di base (senza materie prime e prodotti stagionali), che al massimo sporadicamente è entrata in territorio negativo. È stata questa assicurazione categorica sul fatto che si sarebbe continuato a fare quanto possibile contro il presunto spettro, a generare incertezza, ma pian piano anche incomprensione. A maggior ragione visto che le aspettative inflazionistiche non si sarebbero mai avvicinate tanto alla linea dello zero da giustificare tutto questo scompiglio. Il Financial Times (FT) definisce come «lame» la motivazione del QE, imputandone la causa alla deflazione, quindi una giustificazione non valida. Tutto ciò sembra importare poco a Draghi, fintanto che potrà godere del plauso dei mercati finanziari. Il FT giunge inoltre alla conclusione che i mercati azionari possono essere soddisfatti, a prescindere dall’esistenza o meno della deflazione.[/showhide]

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Copy Protected by Chetan's WP-Copyprotect.