Per la Cassazione, i gestori dei siti sono responsabili dei commenti

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È quanto ha dichiarato la Corte di Cassazione in merito ad un caso avvenuto nel 2009. Gli insulti erano rivolti al presidente della Federazione Italiana Gioco Calcio Carlo Tavecchio, che veniva definito “emerito farabutto” e “pregiudicato doc”. In ogni caso, se tale impostazione dovesse essere confermata dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione indipendentemente dalla fattispecie che ha portato alla valutazione della conoscenza del contenuto da parte del gestore del sito web, e nel frattempo non siano chiamati ad intervenire sulla questione i giudici europei, la questione rischia di avere pesanti ricadute sull’informazioneweb in Italia: senza considerare il destino di blog ed altri siti come nuovocadore.it e agenziacalcio.it che non avendo alle spalle una struttura professionale dovranno rinunciare ai commenti, complicata la questione dei commenti su siti, o anche testate giornalistiche, collegate a gruppi politici dove spesso compaiono commenti con una potenziale forte carica diffamatoria. La persona che diffamò Tavecchio ha invece mostrato di aver mandato una mail contenente in allegato il certificato penale del dirigente sportivo oggetto dei suoi strali. Adesso gestore del sito è stato condannato a pagare una sanzione di 60 mila euro a Tavecchio, per “concorso in diffamazione“.

E con i social network?

Si tratta di un caso che crea un precedente molto significativo nel mondo del web, sopratutto per i gestori dei siti. Una decisione che stupisce anche a causa dei continui cambiamenti nella gestione giuridica di questi elementi: nel 2014 un altro sito web era stato condannato per un commento, mentre lo scorso novembre il fondatore di un sito sotto accusa per i commenti degli utenti era stato assolto.

Una prospettiva che non farà certo piacere a chi gestisce i siti, anche se, in molti casi sono comunque già preparati all’evenienza: di solito infatti indicano come foro competente quello della città in cui risiede la società principale, demandando quindi qualsiasi controversia alla giustizia di un’altra nazione, di solito quella degli Usa, patria dei portali più famosi.

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