Sentenza shock per i gestori dei siti web: sono responsabili dei commenti: scoppia la polemica

I gestori dei siti sono responsabili dei commenti, è questo quanto deciso dalla Corte di Cassazione in merito ad un caso avvenuto nel 2009.Dunque, secondo la Cassazione, a incorrere nel reato può essere anche chi gestisce un sito, per un commento scritto da uno dei lettori; la vicenda in questione riguarda la diffamazione nei confronti di Carlo Tavecchio, ovvero il Presidente della Federazione Italiana Gioco calcio, accentato con gravi offese come “emerito farabutto” e “pregiudicato doc”, in un commento postato su Agenziacalcio.it, nel 2009. Non finisce qui, visto che nel commento vi era anche un certificato penale che l’autore aveva inoltrato via email al gestore del sito e proprio a tal riguardo è stato stabilito che il curatore dovesse essere a conoscenza del commento, mentre lui ha sostenuto di averlo scoperto soltanto quando la polizia gli aveva notificato il sequestro del sito. In quell’occasione, il responsabile del sito è stato assolto in primo grado, ma condannato in secondo con la conferma della Corte ed ancora costretto a pagare 60 mila euro a Tavecchio, ovvero la persona offesa.

Come abbiamo già anticipato, dunque, in primo grado il gestore del sito era stato assolto perchè era riuscito a provare di non essere a conoscenza del commento, ma poi la Corte d’Appello ha ribaltato il giudizio del Tribunale condannandolo per concorso in diffamazione. La Cassazione, dunque, pare abbia confermato semplicemente la loro tesi. Dunque, dopo il pronunciamento della Cassazione in tal senso, da questo momento gli amministratori dei siti saranno sempre e comunque responsabili delle opinioni espresse dagli utenti. La decisione della Corte sembrava però andare in contrasto con la direttiva 31/2000 sul commercio elettronico, attuata con decreto legislativo 70/2003, che non prevede l’obbligo di sorveglianza dei contenuti per chi effettua servizio di hosting, ovvero il mettere a disposizione degli utenti uno spazio online.Inoltre, tale sentenza sembra andare contro anche le linee guida dell’Unione Europea che invece considerano la neutralità del gestore del sito rispetto ai commenti.

Intervenuto sulla questione, l’avvocato penalista Fulvio Sarzana, specializzato in diritto su Internet il quale ha dichiarato: “Adesso, con questo orientamento che per la prima volta arriva in Cassazione, rischia di essere molto difficile gestire un sito web che abbia commenti”.  “I gestori dovrebbero controllare ogni commento, chiedersi se può essere o no diffamatorio. Anche di quelli non anonimi. Il gestore sarà costretto a scegliere tra il minore dei mali. Rischiare una condanna, scegliere di censurare preventivamente commenti o togliere questa possibilità agli utenti, con grave danno alla libertà di espressione”, continua Sarzana. Come abbiamo detto questa sentenza rappresenta una novità, visto che fino ad ora la giurisprudenza pare si sia orientata in modo diverso, visto che la Corte di Giustizia europea ritiene non responsabili i gestori anche per commenti anonimi. 

Una recente sentenza della Corte di Cassazione

SENTENZA sul ricorso proposto da Maffeis Marco, nato a Bergamo il 04/12/1958 avverso la sentenza del 24/06/2015 della Corte d’Appello di Brescia visti gli atti, il provvedimento impugnato ed il ricorso; udita la relazione svolta dal Consigliere Carlo Zaza; udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Stefano Tocci, che ha concluso per il rigetto del ricorso; udito il difensore della parte civile avv. Mariella Di Martino in sostituzione dell’avv. Mattia Grassani, che ha concluso per l’inammissibilità del ricorso depositando nota spese; udito il difensore dell’imputato avv. Marco Bonucci, che ha concluso per l’accoglimento del ricorso;

RITENUTO IN FATTO Con la sentenza impugnata, in riforma della sentenza assolutoria del Tribunale di Bergamo del 10/11/2014, appellata dal pubblico ministero, Marco Maffeis, quale legale rappresentante della Kines s.r.I., gerente il sito internet agenziacalcio.it, veniva ritenuto responsabile del concorso nel reato di diffamazione commesso in Clusone nell’agosto del 2009 in danno di Carlo Tavecchio, presidente della Lega Nazionale Dilettanti del Federazione Italiana Gioco Calcio, pubblicando, sulla community del sito, un commento di Danilo Filippini nel quale lo stesso definiva il Tavecchio «emerito farabutto» e «pregiudicato doc» e ne allegava il certificato penale. L’imputato ricorrente deduce vizio motivazionale sull’affermazione di responsabilità; la sentenza impugnata sarebbe contraddittoria nel momento in cui, dando atto che il Filippini inseriva autonomamente il commento sul sito senza alcun intervento del gestore, riteneva quest’ultimo responsabile per il solo fatto dell’aver il Maffeis ricevuto tre giorni dopo dal Filippini una missiva di posta elettronica contenente il certificato penale del Tavecchio, omettendo di considerare che in quel periodo l’imputato si trovava in vacanza all’estero e non aveva accesso al sito; non vi sarebbe motivazione sul mancato accoglimento della richiesta del pubblico ministero appellante di nuova assunzione delle prove in sede di appello; la sentenza assolutoria di primo grado sarebbe stata sovvertita omettendo la necessaria critica alle argomentazioni della stessa, ed anzi valutando in senso accusatorio lo stesso documento, costituito dalla comunicazione dell’imputato alla polizia postale in data 14/09/2009 con cui si informava dell’autonomo inserimento del commento da parte del Filippini, utilizzato dal Tribunale per escludere la responsabilità dell’imputato. Il ricorrente chiede altresì sospensione dell’esecuzione della condanna al risarcimento dei danni in favore della parte civile tenuto conto delle considerazioni che precedono e della liquidazione del danno nella misura arbitraria di C 60.000 in assenza di elementi certi sullo stesso.

CONSIDERATO IN DIRITTO Il ricorso è infondato. La motivazione della sentenza impugnata, sull’affermazione di responsabilità dell’imputato, era coerente e rispettosa, contrariamente a quanto sostenuto dal ricorrente, dell’onere di adeguata critica dell’impostazione assolutoria della decisione di primo grado. La Corte territoriale concordava sulla conclusione, 2 Corte di Cassazione – copia non ufficiale posta alla base di quella decisione, per la quale l’articolo incriminato era stato autonomamente caricato sul sito da Danilo Filippini; ma osservava che il Tribunale, come in effetti emerge dalla lettura della sentenza appellata, non aveva valutato l’ulteriore elemento costituito dalla ricezione, sulla casella di posta elettronica dell’imputato, di una missiva con la quale lo stesso Filippini il 01/08/2009 trasmetteva al Maffeis il certificato penale del Tavecchio. Il giudizio di responsabilità veniva pertanto formulato per l’aspetto, del tutto inesplorato in primo grado, dell’aver l’imputato mantenuto consapevolmente l’articolo sul sito, consentendo che lo stesso esercitasse l’efficacia diffamatoria che neppure il ricorrente contesta, dalla data appena indicata, allorché ne apprendeva l’esistenza, fino al successivo 14 agosto, allorché veniva eseguito il sequestro preventivo del sito; osservando inoltre la Corte d’Appello che l’invio della descritta missiva di posta elettronica smentiva la versione dell’imputato di aver saputo della presenza dell’articolo nel sito solo in conseguenza di detto sequestro, e che d’altra parte la conoscenza di quella presenza da parte dell’imputato, prima del sequestro, era confermata dalla pubblicazione di un articolo a firma dello stesso Maffeis intitolato «chiedere se Tavecchio è stato eletto legalmente è diffamazione», nel quale, allegando dei collegamenti al certificato penale del Tavecchio e rispondendo ad un comunicato della Federazione Italiana Gioco Calcio del 14/08/2008, si asseriva che dopo la pubblicazione dell’articolo del Filippini era dovere del sito fornire un’informazione priva di censure sulla sollevata questione dell’ineleggibilità del Tavecchio, in conformità peraltro ai contenuti di una compagna decisamente critica condotta dal sito nei confronti di quest’ultimo. Per il resto il ricorso, oltre ad attingere profili di merito non valutabili in questa sede, è generico con riguardo alla decisività della dedotta circostanza del trovarsi l’imputato in ferie all’estero nel momento in cui sulla sua casella di posta elettronica perveniva la missiva di cui sopra; non esplicitando il ricorrente, nel mero riferimento ad una conseguente impossibilità per l’imputato di accedere personalmente al sito, se tale circostanza avesse impedito allo stesso anche di visionare la corrispondenza elettronica e prendere conoscenza del contenuto della missiva, e in caso negativo quale ragione non avesse consentito al Maffeis di assumere comunque le iniziative necessarie per evitare che la condotta diffamatoria si protraesse. La doglianza relativa alla mancata riassunzione delle prove nel giudizio di appello è infine manifestamente infondata, essendo l’affermazione di responsabilità, per quanto detto, giustificata non da una rivalutazione delle prove dichiarative, ma dalla valorizzazione di un dato documentale non considerato rilevante in primo grado. 3 Corte di Cassazione – copia non ufficiale Il ricorso deve pertanto essere rigettato, seguendone la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e delle spese sostenute nel grado dalla parte civile, che avuto riguardo alla contenuta dimensione dell’impegno processuale si liquidano in C 2.000 oltre accessori di legge. Non vi è di conseguenza luogo a provvedere sull’istanza di sospensione della condanna al risarcimento dei danni in favore della parte civile. P. Q. M. Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali, nonché alla rifusione delle spese di parte civile, che liquida in C 2.000 oltre accessori di legge. Così deciso il 14/07/2016

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