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Si riparte da Mauro Icardi. Stefano Pioli, che oggi compirà due mesi di Inter (ha firmato il contratto lo scorso 8 novembre), ha via via trovato delle certezze nella costruzione della sua squadra (nelle ultime tre gare, per esempio, tre vittorie e zero gol subiti), ma come tutti i suoi predecessori si è affidato ciecamente al centravanti argentino che mai come quest’anno ha risposto presente. Basta leggere i suoi numeri per capire quanto Icardi sia stato il faro dell’attacco nerazzurro: il capitano ha infatti giocato tutte e 18 le partite di Serie A, ha segnato 14 gol (è capocannoniere) e ha pure servito 4 assist

L’Inter però può ulteriormente sorridere perché nella sua fin qui breve carriera, Icardi ha sempre fatto meglio nel girone di ritorno. Un diesel, Maurito, che in questa stagione ha però inserito fin da subito il turbo. Nelle sue tre annate nerazzurre, infatti, Icardi da gennaio in poi è stato letale: nel suo primo campionato (’13-14), 2 reti all’andata (complice anche il guaio all’ernia) e 7 al ritorno; nel ’14-15, quello in cui si laureò capocannoniere insieme a Toni, 10 nella prima metà e 12 nella seconda; infine lo scorso anno 16 reti equamente divise fra i due gironi. Un rendimento che non può che far ben sperare l’Inter in piena rincorsa Champions («è una partita importantissima per proseguire la nostra risalita», le sottolineatura di Candreva a Inter Channel).

Icardi, fra l’altro, è un cecchino nella prima partita del nuovo anno: da quando è in Serie A ne ha giocate tre, sempre in trasferta, una con la Sampdoria e due con l’Inter (nel 2014 era in panchina), e ha sempre segnato: il 6 gennaio 2013 affondò la Juventus a Torino con una doppietta ai tempi della Samp; il 6 gennaio 2015 si ripeté sempre allo Stadium nell’1-1 fra bianconeri e Inter; infine dodici mesi fa il 6 gennaio 2016 stese l’Empoli in Toscana (1-0). Inutile sottolineare, poi, come Icardi, oltre agli obiettivi di squadra, punti a vincere il secondo titolo di miglior marcatore della Serie A. Se ci riuscisse, l’argentino – che a fine annata avrà 24 anni e 3 mesi – sarebbe il terzo giocatore più giovane di sempre a ottenere il bis nella storia del nostro campionato alle spalle solamente di Harald Nielsen (che ci riuscì a 22 anni e 7 mesi col Bologna nel ’62-63 e ’63-64) e il grande Felice Borel (che a 20 anni con la Juventus trionfò nel ’32-33 e ’33-34). Un gol oggi, inoltre, permetterebbe a Icardi di raggiungere in Serie A con la maglia dell’Inter un mito come Milito (61 reti Maurito, 62 il Principe), mentre nel computo dei gol totali in maglia nerazzurra un certo Jair (68 a 69).

Icardi ovviamente contro l’Udinese partirà dal primo minuto, mentre Pioli deve ancora decidere a chi affidarsi come trequartista fra Joao Mario, squalificato con la Lazio, e Banega, titolare e in rete con i biancocelesti. Ieri l’Inter non ha svolto la rifinitura sul campo a causa del gelo che ha investito Udine, ma si è allenata in palestra.

Udine  «Ripartiamo da dove ci siamo fermati. Da parte nostra c’’è voglia di continuare mentre da parte dell’Inter c’è voglia di migliorare ancora dopo il buon finale di 2016. Loro sono stati costruiti per qualificarsi alle Coppe, hanno trovato un assetto importante. Noi dovremo mantenere l’intensità ed essere coraggiosi, anche se affrntiamo un’ottima squadra». Insomma, secondo Delneri, si affronteranno oggi due squadre che hanno ancora molto da dimostrare, anche se su piani e con aspettative diverse.

L’Udinese vorrebbe dopo la sosta continuare quella scia positiva che l’ha portata alla fine del 2016 a respirare un’aria da classifica sicura, senza timori di essere invischiata nella zona retrocessione e magari riuscire a migliorare una posizione che potrebbe regalare serenità con ampio margine. Uno dei protagonisti dell’inversione positiva di marcia dell’Udinese di Delneri è stato Cyril Thereau, che ha ritrovato con il tecnico friulano gol e smalto.

Ma proprio l’attaccante francese, che potrebbe fare ancora una volta la differenza, è rimasto in dubbio fino all’ultimo a causa di un fastidio al ginocchio, che non gli ha permesso di allenarsi con i compagni fino a venerdì. Un problema che pare non impensierire troppo il tecnico bianconero, che pare abbia intenzione di schierarlo ugualmente dal primo minuto. Un discorso che potrebbe valere anche per Hallfredsson a centrocampo, reduce da un problema al collo, anche se dovrebbe partire titolare Kums al centro del reparto, con Fofana e Jankto ai suoi fianchi.

Vuole un’Udinese che sappia dare filo da torcere all’Inter, il tecnico friulano, mantenendo però concentrazione mentale ed equilibrio in campo. «Dobbiamo essere bravi a chiudere bene le situazioni di gioco – ha dichiarato -e a essere compatti, ripartendo in quattro o in cinque, pur rischiando qualcosa. Se la squadra gioca in questo modo, credo abbia possibilità di fare la partita».

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Oggi l’attenzione è sulla partita con l’Udinese, importante per ricominciare il campionato col piede giusto e continuare la rincorsa Champions, poi da domani la dirigenza dell’Inter tornerà a “bomba” sul mercato. Ieri sera Steven Zhang e Jun Liu, rientrati in Italia dalla Cina, hanno raggiunto il ritiro della squadra di Pioli a Udine dove erano già presenti sia il ds Ausilio che il cfa Gardini. Domani, una volta a Milano, potrebbe andare in scena il faccia a faccia con Percassi, presidente dell’Atalanta, per definire l’affare Gagliardini, ieri ulteriormente ufficializzato da Gasperini: «Ho convocato il ragazzo, ma non giocherà per rispetto verso l’Inter, in attesa che si definisca la situazione – ha spiegato il tecnico dei bergamaschi -. Non conosco le tempistiche della trattativa, ma gli accordi sono stati fatti: per me e per tutti è un giocatore che sta andando via». L’incontro servirà per definire le ultime questioni, in particolare la tipologia di bonus che porteranno il totale dell’affare intorno ai 28 milioni, ma è probabile che i due club parlino anche di Palacio.

Chiuso Gagliardini, l’Inter – che per il pareggio di bilancio ’16- 17 conterà sull’arrivo di 15-20 milioni provenienti da nuovi sponsor dalla Cina – cercherà di piazzare in uscita oltre a Melo qualcuno fra Jovetic (Siviglia, manca l’intesa sulla formula), Santon (Sampdoria, ma i blucerchiati devono prima liberarsi di Dodò), Ranocchia (Palermo, Sassuolo e Swansea), Yao (Cagliari?), Gnoukouri (Crotone?) e Nagatomo (Burnely). Se l’Inter riuscirà a ottenere da queste partenza dei milioni, sarà tanto di guadagnato e potrà tentare entro fine gennaio l’assalto a Ricardo Rodriguez del Wolfsburg, per il quale c’è già un’intesa col giocatore per giugno. Servono 20 milioni, a meno che il club tedesco, che può cedere Luiz Gustavo (Nizza, Juventus e la stessa Inter che rimane interessata), non chieda o accetti come contropartita Kondogbia. L’Inter a quel punto dovrebbe poi cercare un nuovo centrocampista per non sguarnire il reparto e – se non fosse proprio Luiz Gustavo – potrebbe tornare d’attualità Lucas Leiva del Liverpool, congelato dopo l’accordo trovato a fine dicembre.

Non deve essere ranno del Dragone, ma ranno… del Biscione inteso come ranno deirinter. Suning ha dato luì ordine ben preciso e adesso si aspetta i risultati. Dopo 6 mesi necessari per adattarsi alla nuova realtà, i dirigenti cinesi hanno preso confidenza con il club nerazzurro e con la Serie A. Hanno avuto inevitabili difficoltà, ma a metà stagione vedo no la loro squadra in corsa per la qualificazione alia prossima Champions e soprattutto intravedono la prospettiva di un mercato, quello della prossima estate, senza gli attuali vincoli del Fair Play Finanziario. Hanno intenzione di regalare al popolo nerazzurro altri top player, meglio se italiani come Bernardeschi, Verratti o Berardi. Prima di pensare al futuro, però, cèfi presente e la necessità di continuare la scalata alla classifica. Perché il colosso di Nanchino dà molto e pretende risultati.

SUNING E THOHIR… Suning ha deciso di far sentire la sua vicinanza ai giocatori anche nella prima partita dell’anno e ieri nel ritiro di Udine sono arrivati sia Steven Zhang sia Pad Jun Liu. Il figlio del patron, inparticolare, considera fondamentale far sentire a tutto il mondo Inter la presenza della propri età e, pur muovendosi in maniera discreta, dà segnali chiari sulle ambizioni del gruppo e di suo padre. Oggi sarà in tribuna come era già successo nel derby (in trasferta), a Napoli e a Reggio Emilia, poi domani (o martedì) incontrerà la famiglia Per- cassi. C’è da chiudere l’affare Gagliardini che ieri è stato inserito nell’elenco dei convocati per il match sul campo del Chi evo, ma che non sarà tra i titolari nonostante l’indisponibilità di Kessie, in Coppa d’Africa «In attesa che si definisca la situazione – ha detto Gasperini – non giocherà per rispetto verso finteli Non conosco le tempistiche della trattativa ma gli accordi sono stati fatti: per me e per tutti è un giocatore che sta andando via Bisogna che l’accordo sia formalizzato e non so quando accadrà». Questione di ore, poi le due proprietà con una stretta di mano (e una scrittura privata?) definiranno gli ultimi aspetti del prestito con diritto di riscatto di Gagliardini. Possibile che Timer cerchi di strappare una prelazione sugli altri talenti dell’Atalanta (Petagnae il Primavera Capone). Per assistere a Inter-Bo- logna di Coppa Italia è invece previsto l’arrivo del presidente Thohir che nel vertice di Nanchino uà Pioli, Ausilio e Suning è stato collegato telefonicamente. L’indonesiano sarà poi nuovamente a Milano a fine gennaio per la chiusura del mercato.

ALTRE MOSSE. Gagliardini non sarà l’unica mossa di Suning a gennaio. Perché i cinesi stanno sistemando il Fair Play Finanziario con nuovi introiti dal loro Paese, contano che ci siano delle uscite che alleggeriscano il monte ingaggi (Jovetic non è interessato ai Middlesbrough evuole solo il Siviglia) e sono attenti per capire se, dopo Gagliardini, è possibile sistemare nel “motore” della squadra un aluo elemento futuribile. Il terzino mancino del Wolfsburg Ricardo Rodriguez è l’identikit perfetto, ma tuattavia non è semplice. Con i tedeschi ci sono rapporti da qualche settimana perla vicenda Luiz Gustavo, al giocatore che interessa. L’Inter è disposta a sacrificare Kondogbia, pedina di scambio per arrivare al centrocampista brasiliano o magari allo svizzero. Possibile? Di certo le prossime tre settimane saranno molto calde e comunque l’idea del ds Ausilio è quella di portare avanti la pratica Rodriguez anche la prossima estate se 1′”aggancio” a gennaio sarà impossibile. Suning vigila e con  l’Inter ha cambiato marcia. E’ iniziato l’anno del Biscione.

A UDINE – Dalla “nostalgia” di Handanovic alla voglia di record di leardi. L’Inter che oggi a Udine cerca la quarta vittoria consecutiva in campionato (l’ultima volta è successo tra il 27 ottobre 2015,1  Bologna, e il 22 novembre 2015,4-0 a San Siro con il Frosinone)  e l’attaccante sono probabilmente i due simboli della “fame” nerazzurra.

QUELLA CHAMPIONS. Lo sloveno nell’estate 2012 lasciò l’Udinese perche desideroso di provare un’avventura in una grande. Voleva giocare la Champions League e pensava che l’Inter potesse dargli quest’opportunità. E invece è già a metà del suo quinto campionato in nerazzurro senza aver avuto la possibilità di disputare ima sola partita nella coppa per club più prestigiosa. Udine e l’Udinese gli sono rimaste nel cuore tanto die qualche settimana fa ha dichiarato di voler indossare ancora la maglia bianconera prima della fine della carriera Dopo il rinnovo del contratto fino al 2019, il suo futuro è con E Intei; male vod su nuovi portieri per il 2017- 18 si susseguono anche perché tra una manciata di mesi Handanovic avrà 33 anni. I dirigenti non considerano l’acquisto di un estremo difensore ima priorità perché si fidano del loro numero 1, ma se anche quest’anno non arrivasse la qualificazione alla Champions e Samir volesse cercare altrove una possibilità di giocarla, allora lo accontenterebbero. Perin è la pista italiana più calda, ma attenzione a Oblak, per età e qualità il grande obiettivo di Suning.

La Champions con l’Inter sogna di disputarla anche Maurito che oggi andrà alla ricerca del gol numero 15 in campionato. Battere il portiere dell’Udinese gli regalerebbe un altro primato nella sua straordinaria carriera nerazzurra: il capitano diventerebbe dal 1994- 95 in poi il terzo interista a raggiungere per 3 anni di fila i 15 centri in Serie A. Nella ristretta elite sarebbe hi compagnia di Bobo Vieri e Zlatan fiirahimovic Non male. Nelle ultime tre gare giocate a inizio anno (nel 2013,2015 e 2016) leardi ha sempre… timbrato il cartellino.

 Ieri mattina allenamento in palestra perché i campi a Udine erano giacchiati. Capitolo formazione: Banegaè in vantaggio su Joao Mario con conseguente conferma dell’undici che ha battuto la Lazio.

Con Maurito sei servito. Il capocannoniere del campionato è una sorta di garanzia contro la ruggine da ripresa post-panettone. E Udine da nerazzurro gli ha sempre portato bene. Icardi insomma è il totem attorno al quale l’Inter di Stefano Pioli si stringe per inaugurare il 2017 col botto e per tenere il ritmo delle prime.
SENTENZA Da quando gioca in Serie A, Mauro ha sempre segnato — e sempre in trasferta — nella gara che inaugura l’anno solare. La prima volta fu in maglia Sampdoria, all’alba del 2013. Una sua doppietta strepitosa consentì ai blucerchiati di vincere allo Stadium, fortino in precedenza violato soltanto dall’Inter di Stramaccioni, un paio di mesi prima. In estate Icardi passa all’Inter, ma all’inizio fatica anche per la pubalgia. Viene operato di ernia in autunno inoltrato ed è per questo che va soltanto in panchina in un Lazio-Inter deciso da Klose che apre il 2014. Altro giro altra corsa nel gennaio seguente, col capitano nerazzurro che si ripete contro la sua vittima prefe-
rita. La Juve sprinta con Tevez, Icardi fa 1-1, poi involontariamente innesca il famoso litigio Mancini-Osvaldo, non passando all’argentino in un contropiede due contro uno il pallone della probabile vittoria. E siamo all’anno scorso. Pur avendo chiuso l’anno col k.o. interno contro la Lazio (di Pioli), l’Inter rimane capolista grazie al graffio del solito Icardi, questa volta a Empoli. Poi seguirà un gennaio da incubo, ma questa è un’altra storia.
UDINE E DIPENDENZA Quella di Maurito dice che su un campo in cui l’Inter ha vinto le ultime tre partite — oggi sarà la prima nella nuova Dacia Arena —, l’argentino ha segnato sia nel 2-1 del 2014-15 sia nel 4-0 dello scorso torneo, con tanto di doppietta in risposta a chi lo criticava di partecipare poco al gioco di un’Inter che volava grazie a una difesa ermetica. Ora, malgrado la tendenza di squadra sia migliore grazie alle ultime tre vittorie, la classifica obbliga a una rincorsa chirurgica. E Icardi vuole fare il capitano in tutti i sensi. Non accontentandosi del miglior avvio di sempre — mai aveva segnato 14 gol nelle prime 18 di campionato, e con un solo rigore —, ma cercando di completarsi come uomo squadra. Da quando è arrivato Pioli, il gruppo non dipende più dai gol del 23enne di Rosario, come avveniva con De Boer.
LAVORO E NAZIONALE «Nello scorso gennaio abbiamo rovinato un ottimo girone d’andata — ha spiegato l’argentino alla Gazzetta — permettendo agli avversari di prendere fiducia. Un errore che in Italia paghi caro». Per evitare di ricaderci, oggi sarà lui a dover suonare la carica. Continuando a fare quel lavoro sporco che tanto piace a Pioli. Lavoro confermato dai dati Opta che lo vedono ben sopra la media di ruolo per assist (0,28 a gara contro lo 0,09 degli altri attaccanti del campionato), tiri nello
specchio (1,22 contro 0,74), percentuale realizzativa (25% contro 18%), occasioni create (1,22 contro 0,91) e media gol (0,78 contro 0,26), ma indietro per verticalizzazioni (2,56 contro 4,26), sponde (1,50 contro 1,57) e cross (0,72 contro 0,96). I margini di crescita non mancano, malgrado a 23 anni il ragazzo abbia già scritto una (discussa) autobiografia e messo insieme numeri da fine carriera. Da quando è in A, soltanto Higuain ha segnato più reti di Maurito: 71 a 61. Quel Pipita che lo precede anche nelle gerarchie del c.t. dell’Argentina Bauza. Ancora per quanto?

Per un Icardi che si prende titoli e riflettori, c’è un Eder che fatica a tornare il goleador che fu. Arrivato un anno fa dalla Samp con il pesante biglietto da visita di vice capocannoniere (12 reti in metà stagione) dietro a Higuain, l’oriundo ha pagato gli stenti della squadra e segnato appena due reti in campionato, mai decisive. La prima in aprile, nel 3-1 proprio all’Udinese, sotto agli occhi dei cinesi di Suning, alla prima a San Siro e in attesa di prendersi la società. E ieri sera nel ritiro friulano è arrivato Steven Zhang, braccio operativo della nuova proprietà. La seconda rete è di questo campionato, con una gran punizione in casa dell’Atalanta poi vanificata dall’harakiri nel finale con il rigore di Kessie.
TRENO CHE NON ASPETTA A Milano Eder si è trasformato in gregario di lusso. Non lo hanno aiutato le idee dei tre allenatori (Mancini, De Boer e Pioli), visto che l’oriundo è una seconda punta (all’occorrenza prima) o un esterno nel 4-3-3. Ma fatica in un 4-2-3-1 che richiede a chi sta largo di sfiancarsi in copertura. Eder però ha la scorza dura, prima di emergere ha fatto gavetta e ha ribadito di voler vincere la sfida in nerazzurro. Malgrado le voci di mercato che, oltre a Jovetic, danno in uscita uno tra lui e Palacio per fare spazio a Gabigol (se non andrà in prestito) e al baby Pinamonti. L’Inter di Pioli del resto è un treno che non aspetta nessuno. Lo hanno capito Candreva e Brozovic, che dall’arrivo del nuovo tecnico hanno segnato tre gol a testa in campionato. Lo stesso Perisic, quello che più spesso entra in concorrenza con Eder, risulta spesso decisivo con cross e strappi ad aprire le difese. Eder, che rimane un punto fermo in Nazionale, ora vuole trovare lasciare il segno anche nell’In- ter. Pioli non chiede altro.

Tre mesi e spiccioli fa sembrava in corsa per la panchina dell’Udinese. Oggi arriva al Friuli da avversario incensando chi in bianconero ci è arrivato davvero: Gigi Del- neri. «Ha saputo adattarsi ai giocatori che ha a disposizione – le parole di Stefano Pioli – e ha costruito una squadra molto fisica e di qualità». L’identikit èabbastanza corretto. L’Udinese è una squadra fisica, sulla qualità si può lavorare. Di sicuro Delneri ci ha messo qualcosa di suo. Organizzazione, innanzitutto, ma anche fiducia in alcuni giocatori che nella gestione di Iachini – per motivi diversi – non erano stati sfruttati.
MUSCOLI L’Udinese al campo ha gente di peso. L’unico peso leggero è Kums, poi da Hallfredsson a Badu, da Janko a Fofana sono tutti giocatori muscolari. L’uomo in più è il francese. Fofana con Iachi- ni giocò le prime due partite davanti alla difesa, poi non vide più il campo. Nelle 11 gare con Delneri è il vicecannoniere della squadra con quattro centri, tutti in trasferta. Una squadra illustre come l’Inter sarebbe l’ideale per segnare la prima rete davanti ai propri tifosi.
LE ROI Il giocatore più decisivo dell’Udinese attuale, però, è Cyril Thereau. Durante la sosta il francese ha lavorato a ritmo ridotto a causa di una infiammazione al ginocchio. Solo negli ultimi due giorni è tornato in gruppo e questo dovrebbe bastare per convincere Delneri

a puntare su di lui. «Dieci giorni di inattività non ti fanno perdere la condizione», ha detto Delneri riferendosi alla sua stella. Thereau ha segnato otto reti in undici partite e fornito due assist. È nella lista dei convocati, dalla quale sono stati esclusi i febbricitanti Balic ed Evangelista. «In queste situazioni alle volte è meglio far partire il giocatore titolare, alle volte è meglio che entri a gara in corso. Vedremo», ha archiviato il discorso Delneri.
RIVOLUZIONE Un anno e spiccioli fa, il 12 dicembre del 2015, l’Inter passò al Friuli per 4-0. Risultato un po’ bugiardo ma comunque eclatante. Fa

specie scoprire che di quell’undici iniziale (complici anche le squalifiche di Danilo e Felipe) oggi ci saranno solo tre pedine: il portiere Karnezis, l’esterno Widmer e Thereau. Questo significa che la rivoluzione è stata fatta sì da Delneri, ma anche dalla società che si era resa conto di dover cambiare gli uomini per riaprire un nuovo ciclo e dare nuove motivazioni al gruppo. E proprio sulle motivazioni ha insistito ieri Del- neri: «L’ho detto ai miei giocatori: non mi interessa sentirmi dire che siamo stati bravi e perdere. Si va in campo per vincere, per prendere tutto quello che l’Inter ci concederà».

Come tutti i tecnici lanciati da una serie positiva (tre vittorie di seguito), Stefano Pioli salutò il 2016 con il vago rimpianto per una sosta arrivata a – teoricamente – spezzare ritmo ed entusiasmo trovati dall’Inter. Si sarà consolato, nel frattempo, pensando all’obiettivo Coppa Italia, possibile scorciatoia per l’Europa che sarà. Ma anche leggendo il calendario della sua squadra in campionato, da oggi alla sfida con la Juventus del 5 febbraio: 29 giorni, tutto compreso, per mirare la partita dello Stadium
con l’obiettivo di arrivarci un po’ più vicini, e non solo a parole e intenzioni, al traguardo. Quello che in casa nerazzurra continua a essere disegnato come possibile, e dunque da provare a tagliare obbligatoriamente: non sfidare sulla lunga distanza la capolista, che è lontanissima; ma giocare come lei la prossima Champions Lea- gue. Traguardo complicato, certo. Ma puntarlo è il modo migliore per dare un senso forte – più forte del profumo di Europa League – a questa seconda metà della stagione. E fare il secondo sgambetto su due alla probabile vincitrice dello scudetto sarebbe una spinta di forza pari alla difficoltà dell’im-
presa.
IL TABÙ GENNAIO Ma una spinta servirà all’Inter anche prima, ovvero da qui ad allora. Pioli è stato il primo a diffidare esplicitamente da avversarie teoricamente alla portata, e il passato dice che ha fatto bene. Però il calendario e la classifica dicono che prima della Juve ci sono quattro partite tutt’altro che impossibili per continuare a cavalcare quell’onda da cui il tecnico spera di non scendere. Alla faccia di due ostacoli non da poco: il «dovere» di arrivare in Champions, che storicamente, da anni, per l’Inter si rivela prima un macigno psicologico e poi una frontiera troppo lontana. E il tabù gennaio. La gestione Leonardo fu l’ultima a usare quel mese come trampolino: negli ultimi anni, al di là di un pareggio con la Juve e la vittoria a Empoli dello scorso campionato, il post sosta per l’Inter è stato un nemico pericolosissimo. Il ricordo più fresco è il più significativo: dopo la promettente Epifania toscana, a inizio 2016 arrivarono due sconfitte (Sassuolo in casa e derby) e due pareggi con Atalanta e Carpi (a proposito di impegni agevoli).

IL PRIMO STEP Quattro partite, dunque. Per il primo step della possibile rimonta: avvicinare le prime tre provando a guadagnare terreno sulle altre tre che la precedono.
Ovvero Lazio, Milan e Atalanta, il cui calendario va giudicato sulla carta un po’ più difficile di quello dei nerazzurri. Pensare a Napoli e magari Roma, che restano le ovvie favorite per la Champions, sarà lo step successivo: solo più avanti sarà possibile verificare la portata di loro eventuali frenate. Magari in parallelo con il ritorno degli impegni europei, che però vanno considerati motivi di rallentamento comunque molto teorici.
UDINE GARA-CHIAVE L’importanza di iniziare bene l’anno va letta alla luce di una valutazione oggettiva: è proprio quello di oggi a Udine l’impegno più tosto dei quattro. Un po’ perché è in trasferta, ed è tutta da verificare la guarigione dell’Inter da viaggio, visto che prima di vincere in casa del Sassuolo aveva messo in fila quattro sconfitte lontana da San Siro (il pareggio nel derby non conta). Molto perché l’Udinese proprio a dicembre ha cambiato marcia, con 10 punti nelle ultime 4 partite e l’impronta della mano di Delneri sempre più chiara.

LE ALTRE TRE A seguire la gara con il Chievo – due vittorie e un pareggio prima della sconfitta con la Roma – difficilmente diventerà una trappola se l’Inter confermerà la legge del Meazza mandata in vigore a fine ottobre, contro il Torino, con cinque vittorie su cinque. E a quel punto battere Palermo e Pescara sarà ancora più un obbligo. Anche contando sul fatto che l’effetto mercato, su cui le due pericolanti hanno deciso di puntare, probabilmente non si sentirà ancora abbastanza. Basterà? Magari no. Ma l’Inter non ha altra scelta che crederci, prima di scoprire cosa ci sarà in fondo a questa sua strada così in salita.

Dai quindici gradi di Marbella al gelo di Udine. L’elettroshock friulano servirà all’Inter per sintonizzarsi immediatamente nel clima campionato. Domani, all’ora di pranzo, si riprende il filo interrotto con la scintillante vittoria sulla Lazio, un fuoco d’artificio che ha rimesso nel mirino di Stefano Pioli la zona Champions. La sua squadra ha finito l’anno col botto: tre partite vinte – con Genoa, Sassuolo e con i biancocelesti – con 6 gol fatti e zero subiti (come non accadeva dal novembre 2015). Però il rientro prevede – anche se può sembrare un paradosso – una gara già decisiva per le velleità di rimonta dei nerazzurri. Perché a Udine, negli ultimi due rendez-vous dopo le feste, sono sempre stati dolori (3-0 il 6 gennaio 2013, allenatore Stramaccioni e 1-0 il 9 gennaio 2014 con Mazzarri in panchina) e perché Pioli, storicamente, non è un drago nelle ripartenze se è vero che in carriera ha perso in sei occasioni su otto quando ha dovuto giocare in trasferta la prima gara dopo Natale e, quando non ha perso, ha fatto 0-0 (nel 2009 a Mantova con il Piacenza e nel 2010 a Empoli con il Sassuolo).

Pure Zhang a Udine

Qualora l’Inter dovesse riuscire a “scavallare” Udine con una vittoria, il calendario si metterebbe in decisa discesa fino al match di Torino con la Juventus, considerato che poi proporrà Chievo e Pescara in casa inframmezzate dalla trasferta, non certo proibitiva, a Palermo. Allo stadio ci sarà il Ceo Jun Liu ed è atteso pure Steven Zhang che lunedì chiuderà la trattativa Gagliardini. Pioli per riuscire a evitare il trappolone post Epifania ha scelto, come sempre accaduto nella sua gestione, il buon senso. In primis non ha voluto caricare troppo in fase di preparazione: non c’erano i tempi tecnici per farlo e, in più, l’Inter – essendo uscita dall’Europa League – avrà settimane libere fino al termine della stagione (eccezion fatta – ovviamente – per quando dovrà giocare in Coppa Italia), quindi l’allenatore avrà tempo e modo per condurre la squadra al top della forma scongiurando il rischio che domani le gambe dei giocatori siano troppo imballate. Pioli che nel mini ritiro di Marbella ha lavorato pure sulla testa della squadra: le tre partite vinte prima di Natale potrebbero indurre i giocatori a stilare tabelle Champions o quant’altro, invece l’allenatore ha invitato i giocatori a tenere la testa su ogni singola gara anche perché di strada, da qui al termine del campionato, ne manca ancora tantissima.

Rifinitura in palestra?

Pioli infine ha voluto tornare dall’Andalusia due giorni prima della partita per far sì che la squadra possa acclimatarsi al gelo di Udine. Purtroppo gli effetti positivi dati dal calcio di inizio a mezzogiorno e mezza sono svaniti per effetto dell’aria artica che da giorni soffia sull’Italia dal Nord Europa. Un problema che oggi potrebbe costringere l’Inter – che ha prenotato un campo a Tarcento, paesino a una ventina di chilometri dal capoluogo – a una seduta nella palestra dell’hotel che la ospita, qualora il terreno prescelto per la rifnitura sia ghiacciato (come molto probabile…). Un’Inter che a Udine ripartirà dai “titolarissimi”: smaltita la squalifica, Joao Mario tornerà ad agire alle spalle di Icardi mentre Kondogbia continuerà ad affiancare Brozovic. Tra i big, in attesa di rinforzi (Gagliardini e forse Rodriguez), mancherà soltanto Medel che però sarà già in rampa di lancio per la gara con il Chievo.

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DIRETTA STREAMING UDINESE-INTER FORMAZIONI

Udinese (4-3-3)
: Karnezis; Widmer, Danilo, Felipe, Samir; Fofana, Kums, Jankto; De Paul, Zapata, Cyril Thereau.
A disp.: Scuffet, Perisan, Heurtaux, Faraoni, Ali Adnan, Angella, Bovolon, Magnino, Ewandro, Hallfredsson, Matos, Perica. All.: Delneri
Squalificati: –
Indisponibili: Badu, Wague, Balic, Evangelista

Inter (4-2-3-1): Handanovic; D’Ambrosio, Miranda, Murillo, Ansaldi; Brozovic, Kondogbia; Candreva, Joao Mario, Perisic; Icardi.
A disp.: Carrizo, Berni, Ranocchia, Andreolli, Santon, Banega, Gnoukouri, Nagatomo, Eder, Biabiany, Gabigol, Palacio. All.: Pioli
Squalificati: –
Indisponibili: Medel

CLASSIFICA (prime posizioni): 1) Juventus 42, 2) Roma 38, 3) *Napoli 38, 4) Lazio 34, 5) Milan 33, 6) Atalanta 32, 7) Inter 30
(* una partita in più)

UDINESE-INTER IN DIRETTA TV, ORARIO, DOVE VEDERLA IN STREAMING, DOVE VEDERLA SU PC
–- Udinese-Inter, partita valida per la 19esima giornata del campionato italiano di calcio di Serie A (classifica e calendario), verrà trasmessa in diretta tv su Sky Sport e Mediaset Premium alle ore 12.30 e in diretta streaming su SkyGo e Premium Play. Queste due applicazioni sono riservate agli abbonati a Sky Sport e Mediaset Premium.
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GENOVA  Come Davide contro Golia. La sfida di questo pomeriggio al Ferraris è forse la più difficile immaginabile. Per il valore dell’avversario sicuramente ma soprattutto per le conseguenze di una serie di circostanze che virate al negativo hanno ridotto al minimo la rosa di Juric a centrocampo. La cessione di Rincon infatti si è sommata all’infortunio di Veloso e alla decisione di rinunciare a un sempre più deludente Ntcham. In un colpo solo Juric ha perso tre uomini in mezzo e così si ritrova costretto ad arretrare Rigoni che affiancherà Cofie a centrocampo senza sostituti adeguati in panchina, tanto che è stato convocato per la prima volta il primavera Quaini. «A centrocampo siamo in emergenza assoluta – ha spiegato Juric -. Abbiamo solo Cofie e Rigoni. Rigoni peraltro nell’ultimo periodo ha giocato in un ruolo diverso e dovrà essere bravo a cambiare mentalità per giocare in una posizione nuova. Questo ci toglie un uomo davanti quindi alla fine per questa partita non abbiamo molte soluzioni tra attacco e centrocampo». Nel settore offensivo infatti oltre all’addio di Pavoletti va tenuto conto che il Genoa dovrà fare a meno anche di Gakpé impegnato in Coppa D’Africa.

Juric inoltre non potrà contare nemmeno sugli ultimi arrivati, seppur convocati. Per Leonardo Morosini, Andrea Beghetto e Mauricio Pinilla infatti la sfida odierna sarà probabilmente solo l’occasione per far conoscenza della panchina del Ferraris. «I nuovi arrivi sono abbastanza indietro soprattutto Pinilla e Morosini mentre Beghetto sta abbastanza bene ma è un ragazzino che ha fatto dieci partite in B e lo abbiamo preso per costruirlo nel tempo. Questa è una fase che mi preoccupa – ha aggiunto Juric -. Quando vanno via giocatori di valore e arrivano altri che non sono al top di forma un po’ di squilibri li hai. Credo sia normale un po’ di preoccupazione ma spero che fili tutto liscio senza infortuni e squalifiche sino al termine del mercato. Abbiamo perso due grandi giocatori (Pavoletti e Rincon, ndr) che negli ultimi anni hanno fatto veramente bene. Comunque sono contento per loro perché sono andati in due squadre fortissime. Sono felice per loro, un po’ meno per noi».

Non c’è tempo però per rimpiangere i partenti, piuttosto il tecnico croato ha lavorato molto sui gol subiti da calci piazzati. «Vorrei che tutti alzassero il livello di attenzione sui calci piazzati visto che abbiamo subito quattro reti nelle ultime tre gare in questo modo. Vorrei poi che cercassero di concludere un po’ di più. Formazione? Nessun dubbio, penso che in questo momento sia meglio non inventarsi cose nuove. Saremo molto offensivi e preferisco questo che magari adattare qualcuno in un ruolo dove non si trova particolarmente bene. In ogni caso ce la giocheremo». La Roma però fa sempre paura: «La Roma se sta bene ti fa male. In attacco ha qualità immense e trova sempre molti modi per andare a bersaglio. Normale che una squadra così possa far paura. Per questo dovremo essere al massimo cercando di non sbagliare niente, sperando anzi che loro arrivino un po’ così e così».

ROMA  «Trovo corretto quello che ha detto Gandini, qui tutto dipende dai risultati. Se non vinco, quindi, è giusto che venga sostituito da un altro. E in caso, in futuro, allenerei la Juventus ma anche il Milan o la Fiorentina. Sono un professionista, è il mio lavoro, allenerei ovunque». Si apre col botto l’anno di Luciano Spalletti, alla vigilia del match con il Genoa. Il tono pacato del tecnico toscano non inganni. Perché pur non volendo concedere alibi alla squadra – «Questo è il gruppo che ho scelto, per me siamo forti, possiamo avere ambizioni» – il tecnico parla chiaro, lasciando intendere come il confronto con alcune rivali sul mercato sia del tutto impari: «Il rafforzare la squadra vuol dire andare a comprare un giocatore che tu vuoi. Pavoletti e Rincon sono due rinforzi, sono giocatori mirati, scelti. Il venezuelano piaceva anche a noi ma non siamo in condizione di dire prendiamo questo o quello». Parole che hanno ricordato come venne accolto l’acquisto di Juan Jesus (ora scivolato indietro nelle scelte del tecnico): «Un giocatore di qualità nell’ambito di quelli che ci possiamo permettere». A gennaio la musica non è cambiata: «Per quello che mi riguarda il mercato potrebbe anche non esserci. Per migliorare questo gruppo infatti bisognerebbe prendere dei giocatori investendo delle somme che al momento non possiamo permetterci. Feghouli? È vero, le attenzioni sono su di lui. Adesso è la pista più concreta ma è per rimpiazzare un giocatore. In alcuni reparti non siamo tantissimi ma i giocatori debbono giocare sulle loro forze e sul loro numero».

Alla luce di queste parole, considerando anche la risposta volutamente cercata all’ad Gandini, il futuro del tecnico rimane incerto. Perché se Spalletti a 57 anni per la prima volta in carriera decide di firmare un contratto annuale e non rinnova nonostante le reiterate sollecitazioni della società, è perché voleva/vuole dei segnali chiari dal club. La Roma rimane probabilmente la rivale più accreditata della Juventus nei primi 11-13 elementi della rosa. Una stagione però è lunghissima e non si può portarla avanti in tre competizioni avendo solo 4 centrocampisti in rosa (De Rossi, Strootman, Paredes e Nainggolan) oppure essendo costretti, per la mancanza di un vice Dzeko, a cambiare modulo e atteggiamento quando il bosniaco non c’è. Spalletti lo sa e ieri, dopo aver fatto da schermo a club e squadra per un anno intero, ha fatto una deroga. Volendo spiegare alla tifoseria come stanno realmente le cose per non sentirsi alla fine della stagione tirato in ballo qualora la bacheca giallorossa restasse ancora una volta senza trofei. E nel farlo, volendo concedersi una lettura più maliziosa, anche per tenersi aperta una exit strategy, qualora capisse che i programmi societari non prevedano una campagna di rafforzamento adeguata per competere con la Juventus e le altre. Napoli e Inter in testa.

Considerazioni che fanno passare la delicatissima trasferta di Genova in secondo piano. Oggi i dubbi sono tra lo schieramento della difesa a 3 o a 4, sull’impiego di Manolas o meno e sul ballottaggio tra Peres e El Shaarawy. Dubbi che per una volta possono attendere.

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Luciano Spalletti ieri è uscito allo scoperto e dal senso dei suoi discorsi si capisce che la conferma sulla panchinagiallorossa non è così sicura, anzi. Le divergenze in sede di programmazione stanno venendo fuori, anche se fonnalmen- te il rapporto con i dirigenti è buono. Sa die per vincere bisogna raggiungere i livelli di Juve e Napoli, die secondo lui sono

un gradino più avanti e che in sede di mercato hanno già fatto quello che dovevano fare, con Rincori (era eccome anche un obiettivo della Roma, almeno secondo Spalletti) e con PavolettL Lui si aspetta qualcosa di più sul mercato. Un attaccante pronto per sostituire Iturbe e un centrocampista, che aveva invocato prima della sosta natalizia. Il tecnico toscano è deluso perché sa che la società non ha la disponibilità per fare investimenti
importanti. Non è in grado di scegliere. Così arriverà mi prestito, magari due, sperando che siano giocatori pronti. Avrebbe voluto Jesé Rodriguez, che avrebbe potuto creare una valida alternativa in attacco.
TRAGUARDI. Spalletti resta comunque concentrato sul raggiungimento degli obiettivi e vuole isolarsi con la squadra, eliminando tutti gli elementi di disturbo. Anche l’assenza
dei tifosi, che continuano a disertare l’Olimpico, lo ritiene un freno alla crescita della squadra. Adesso per lui è importai – te concludere bene la stagione, riportare la Roma in Champions, come gli aveva chiesto Pallotta un anno fa a Boston. E poi provare a vincere la Coppa Italia, che con questa squadra ha alzato già due volte. Alla Roma manca un po’ di esperienza e dovrà far fronte all’assenza di Salah, che incide sul gioco più di qualsiasi altro elemento.

Ma l’egiziano in questa stagione non ha completato la crescita come si aspettava l’allenatore, che nella passata stagione lo portò ad esempio per il suo sacrificio per la squadra con un video mostrato in conferenza stampa. Senza Salali ha vinto partite importanti, contro Lazio e Milan e la sua Roma ripartirà da sempre a mezzo servizio.
Spalletti sa perfettamente qual è la disponibilità della società, sa che il divario dalla Juve potrebbe anche aumentare al termine di questa sessione di mercato. Ma i suoi dubbi riguardano anche il futuro, con Milan e Inter destinate a crescere, con assetti societari che garantiranno investimenti importanti Spalletti ha dovuto fare di necessità virtù. Ha perso Mario Rui dall’inizio stagione e ha fatto diventare titolare Emerson, che prima che arrivasse lui aveva disputato pochi spezzoni di partita. Si è inventato Nainggolan trequartista non avendo un giocatore di aiolo e il belga si è rivelato de – terminante in diverse partite. Sul mercato si è dovuto accontentare anche la scorsa estate, quando l’arrivo di Juan Jesus (pagato quasi dieci milioni) non fece registrare grande entusiasmo.

SENZA TRAUMI. La società ha provato a fargli pressioni, ma Spalletti ha grossi dubbi sul suo futuro e come ha detto ieri, potrebbe anche decidere di fermarsi, anche se allenare a Roma gli piace mollissimo, pur dovendo stare attento a mille cose, gli equilibri da tener presente sono tanti. Le somme si tireranno più avanti e qualsiasi decisione non lascerà traumi. Perché la società ritiene die la crescita della Roma possa continuare anche con un altro allenatore, con la stessa filosofia con la quale è stata decisa la sostituzione di Sabatini, almeno fino a fine stagione.

Manolas ha detto sì e Spal- letti ritrova la difesa titolare. il difensore greco, infortunatosi contro la Juve, oggi rientra dopo aver dovuto saltare la partita contro il Chievo. Se non ci saranno colpi di scena questa mattina, la difesa è fatta, considerato che Manolas per il terzo giorno consecutivo si è allenato conia squadra senza avvertire problemi. Il suo recupero consente a Spalletti di riproporre la difesa a tre con Riidiger, Manolas e Fazio. Questo modulo è quello che nelle ultime settimane dà maggiore affidabilità al tecnico giallorosso. La difesa ha trovato più equilibrio e sono diminuiti i gol subiti. Inoltre la scelta del tecnico toscano è quella di schierarsi a specchio con il Genoa. A centrocampo due esterni molto alti come Bruno Pe- res ed Emerson Palmieri,con De Rossi e Strootman al centro. L’azzurro torna con la fascia di capitano dopo aver saltato l’ultima partita del 2016 contro il Chievo. Rispetto alla gara prima della sosta ci dovrebbero essere tre cambi: Manolas al posto di Vermaelen, Perotti al posto di Salah e numericamente De Rossi al posto di E1 Shaarawy. Vermaelen si è fermato nuovamente per un problemamuscolare, ma dovrebbe essere recuperabile per la prossima partita contro l’Udinese.

DUBBIO TRA EX GENOANI. Il dubbio più importante di Spalletti riguarda l’attacco, con Perotti in vantaggio su E1 Shaarawy. L’argentino, per la seconda volta da ex a Marassi, sembra farsi preferire al Faraone, anche lui con un passato in rossoblù. Perotti era andato in panchina contro il Chievo, ma quando è entrato è stato determinante. All’ex milanista potrebbe non essere bastata la prova contro i veneti per trovare spazio da titolare, pur con l’assenza di Salah. Sarà la prima partita senza l’egiziano da quando ha raggiunto la sua Nazionale per preparare la Coppa d’Africa, che comincia la prossima settimana. Nelle due gare giocate senza di lui per infortunio a dicembre, la Roma ha vinto contro Lazio e Milan. La squadra giallorossa deve proseguire la serie positiva ripresa contro il Chievo dopo la sconfitta contro la Juve. Nelle prossime due partite in trasferta, contro Genoa e Udinese, la Roma dovrà migliorare il suo rendimento esterno se vuole sperare di restare nella scia della Juve e non farsi raggiungere dal Napoli.

TOTTI C’È. Nell’ultimo allenamento ha recuperato anche Francesco Totti. Il capitano ha svolto allenamento differenziato, sarà disponibile per andare in panchina. Il tendine di Achille gli ha dato un po’ di fastidio nei giorni scorsi, ma già da venerdì era fiducioso di poter essere disponibile. Nell’ultima partita giocata a Marassi contro il Genoa il capitano era stato protagonista della rimonta che consentì alla Roma di vincere per 3-2 dopo essersi trovata in svantaggio. Furono tre punti fondamentali per conquistare il terzo posto. Nel pomeriggio è stato aggiunto alla lista dei convocati anche Marco Turnminello, che pochi minuti prima aveva propiziato il gol che ha deciso la semifinale di andata di Coppa Italia contro l’inter Per il giovane centravanti (diciotto anni) originario di Trapani la convocazione è un premio visto l’ottimo rendimento degli ultimi tempi. Ha già esordito in serie A un anno fa, in una delle ultime partite con Garcia sulla panchina giallorossa.

Il ciclo di meeting di inizio anno è finito, James Pallotta è tornato ai propri affari e Mauro Baldissoni è rientrato in Italia per riprendere il lavoro quotidiano a Trigona. Molti sono stati gli argomenti discussi a Miami, a cominciare dalla pianificazione di una strategia per lo stadio. Baldissoni ha portato a Pallotta una dettagliata relazione sull’incontro avvenuto
in Campidoglio il 30 dicembre con Virginia Raggi. E nei prossimi giorni, dopo il confronto con il proprietario della Roma (e dello stadio che verrà), dovrebbe incontrare nuovamente i delegati del sindaco per fissare alcuni punti decisivi.
IPOTESI. In linea di principio la Roma ha incassato dalla giunta 5Stelle una disponibilità alla realizzazione del progetto Tor di Valle ma in
termini effettivi il Comune pretende l’abbattimento delle cubature dell’area industriale, come affermato in più circostanze pubbliche dall’assessore Ber- dini. Pallotta e il suo staff, guidato dal manager David Ginsberg, sono disposti a rivedere il piano di partenza, confermando le infrastrutture e tutte le opere pubbliche già annunciate, ma mirano a non sospendere l’iter, spingendo perché il tutto venga discusso
nei tempi della conferenza dei servizi che entro il 6 marzo chiuderebbe i lavori con il via libera della Regione all’apertura dei cantieri. Senza intaccare la conformità alla delibera sul pubblico interesse del progetto iniziale, senza ulteriori votazioni dell’assemblea capitolina ma con la variante al piano regolatore. Su questo ultimo punto invece Berdini appare determinato a non cedere.
DIALOGHI. Da Miami infine Baldissoni è tornato con un aggiornamento sui conti e sulla caccia a nuovi partner commerciali. Non è un mistero che Pallotta si stia interessando al mercato asiatico alla ricerca del main sponsor, la famosa scritta sulla maglia, che manca da diverse stagioni, e magari a qualche investitore che possa migliorare le potenzialità economiche della Roma.

La raffica di acquisti che ha aperto l’anno del Genoa non deve spostare l’attenzione da una ripresa rovente. C’è la Roma, questo pomeriggio, e tanto basta per fare di Marassi il solito catino dal quale cavare {fiori mi risultato illustre. Ne sanno qualcosa, a proposito di grandi, le varie Milan, Juventus e Fiorentina senza contare un Napoli bloccato sul pari. Così Ivan Juric è il primo ad augurarsi che la musica non cambi, davanti alla seconda forza del campionato. «La Roma, quando sta tate, sa farmale a tutti», avverte l’allenatore genoano alla vigilia. «Poi Spalletti è stato bravo a recuperare Dzeko, e Ita una squadra più attenta e tosta rispetto al passato. Ha qualità offensive e molti modi per distribuirle».
SEMPLICITÀ. Il Genoa, nel frattempo, ha fatto la spesa: in pochi giorni ecco Morosini, Beghetto e Piniila. Tutti e tre convocati perlapartita con la Roma. Che i rossoblù affrontano senza Gakpè (impegnato in Coppa d’Africa) e Veloso. Se Juric alla vigilia non stila già la formazione, poco d manca. Almeno davanti ai cronisti, nel senso che parla di centrocampo obbligato – Rigoni e Coffe sono gii unici di molo, con il vicentino arretrato dopo un girone intero in cui ha reso bene negli ultimi venti metri – e di grande occasione per Ocampos e Ninkovic. Orfano di Pavoletti e Rincon, il Genoa fa leva su un pieno di energie nuova «Diciamo che, tra i nuovi arrivi, Beghetto è quello più avanti nella condizione», prosegue Juric dopo una rifinitura senza intoppi a Pegli. «In questo momento, da parte nostra, è bene seguire la strada della semplicità Sul mercato dè a ncora tempo, ma preferisco inserire elementi offensivi nei moli-diiave piuttosto che adattare i miei giocatori. Come ad esempio Rigoni, che finora Ita giocato in un ruolo diverso: è un bell’esame anche per lui».
TUTTO SUSIMEONE. Lecito attendersi anche la carica del Cholito Simeone in un contesto delicato come questo: l’argentino, nelle ultime tre partite a Marassi, ha segnato quattro gol (le doppietta contro Juve e Palermo) e oggi vuole laudare lui incoraggiante biglietto da visita anche al 2017. Sul bomber, grava un pieno di responsabilità dopo die Pavoletti ha scelto Napoli. «Abbiamo perso due grandi giocatori ma sono contento per loro visto che giocheranno in grandissime squadre», osserva ancora Juric. «Ho ritrovato un Genoa carico, madie deve essere piti dnico e concedere meno sui calci piazzati. Non è facile gestire questa fase». Anche sulle palle inattive a favore, non è che i rossoblù brillino: hanno segnato appena due gol, meno di tutti in campionato. Con la Roma ci si augura di invertire la tendenza e ruggire come la squadra è abituata a Marassi.

Missione finita, se ne fa un’altra. Entro un paio di giorni, o comunque entro la settimana, la Roma dovrebbe abbracciare il nuovo attaccante, il sostituto numerico di Iturbe e il rimpiazzo momentaneo di Salali, che per motivi diversi hanno lasciato un vuoto nell’organico. Ieri Spalletti ha fatto showdownsul mercato, ammettendo le difficoltà economiche e confermando il principale obiettivo: Sofia- ne Feghouli, fantasista algerino del West Ham, che in Inghilterra è andato talmente male da convincere il proprio et, Georges Leekens, a non convocarlo per la Coppa d’Africa.
LA SITUAZIONE. Ma il talento stuzzica. Feghouli, che si può spostare liberamente avendo passaporto francese, è schizzato in testa alle percentuali di realizzabilità dell’affare dopo i dubbi di Jesé e il no dell’Everton per Deulofeu. I la dato la disponibilità a trasferirsi a Roma, anche solo per pochi mesi, sperando di essere poi riscattato a giugno. Ma manca l’accordo con il West Ham che per mollare il giocatore, schierato titolare nelle prime due partite del 2017, chiede una spolverata di sterline subito, per il prestito, oltre ovviamente al saldo in caso di acquisto. Massara è tornato da Londra venerdì, ieri ha volato con la squadra e oggi pomeriggio sarà in tribuna d’onore a Marassi per assistere a Genoa-Ro- ma, però potrebbe rimettersi in viaggio già domani se le circostanze lo suggerissero.

OPZIONI. E non sarà per forza inglese la sua destinazione, questa volta. Dall’altra parte di Londra, nel West End, il Chelsea ha già garantito via libera al prestito da 18 mesi del giovane Charly Musonda, che a vent’anni è giudicato troppo acerbo da Antonio Conte, ma è soprattutto lesé Rodriguez a non essere sparito dai monitor della dirigenza romanista. Se il Las Palmas, lasquadra alla quale E ragazzo è affettivamente legato, si ritirasse daHa corsa e se il Psg riuscisse a far valere gli accordi presi, lesé anche oggi rimarrebbe il rinforzo preferito nel rapporto quali tà/prezzo: prestito da 2milioni con riscatto eventuale (e non dovuto) a 18. Nel casting Roma, dovuto aUa necessità di scovare l’occasione più conveniente, possiamo attenderci nuove sorprese.
IL DOPO. Sistemata la questione deU’attaccante, la Roma si dedicherà alla seconda direttrice del suo mercato: il centrocampista, che Spalletti ha chiesto ufficialmente nella conferenza stampa del 21 dicembre, vigilia deEa partita contro il Chie- vo. Il nome preferito, ormai è noto, è Milan Badelj, regista croato della Fiorentina.

Ma come lo stesso Spalletti ha osservato ieri, appartiene a quella categoria di calciatori per i quali bisogna spendere dei quattrini. Perciò se la Roma, che aveva sondato anche E “suo” Pelle grini del Sassuolo e l’argentino Castro del Chievo, non vende un pezzo, non ne può comprare un altro: aritmetica contabile.

SCENARIO. Leandro Paredes, ieri tornato dopo quasi due mesi tra i convocati, è il pedone che la società potrebbe immolare senza scossoni davanti a un’offerta congrua: almeno 15 milioni. Ma arriverà l’ammiratore segreto entro la fine del mese? Solo con il cash in tasca, Massara potrebbe presentare un’offerta alla Fiorentina, che a sua volta sarà obbligata a considerare proposte allettanti perché Badelj non vuole rinnovare il contratto in scadenza nel 2018. Effetto domino di un mercato che ancora deve entrare nel vivo. E che non può escludere colpi in uscita anche a Trigoria, dove la società è sinceramente intenzionata a trattenere tutti i giocatori migliori ma non potrebbe (né vorrebbe) resistere alla seduzione incalzante della moneta cinese. E neppure, al limite, di altre regioni del mondo.

Tra i tanti meriti che Luciano Spalletti ha accumulato negli anni, sarebbe bello che da ora in poi si potesse ascrivergliene un altro: mandare in soffitta la leggenda nera del «traditore», che soprattutto alla Roma ha aleggiato per tanti anni. Traditori Chivu, Mexes, Mancini, Aquilani, Pjanic e ovviamente Fabio Capello che –
dopo aver tacciato la Juve di «gesuitismo» – il 7 febbraio 2004 disse: «Non andrò mai alla Juve». Com’è noto, le cose cambiarono in fretta e le polemiche non mancarono. Per questo, alla domanda se andrebbe alla grande rivale l’allenatore della Roma risponde con onestà: «Io faccio questo lavoro, sono un professionista. Possiamo parlare anche di Fiorentina, Inter e Milan. Se continuerò ad allenare, io vado da tutte le parti». Giusto così. parlare di traditori significa essere lontani da quello che lo spirito del calcio deve rappresentare.
FEGHOULI OK D’altronde, il quadro che Spalletti dà è ineccepibile: si fa quel che si può, ma la squadra mi piace così. «Per quel che mi riguarda il mercato poteva anche non esserci, perché questa è la squadra che ho scelto, ed è forte. Noi non siamo nelle condizioni di dire: “Prendo questo o quello”. Per migliorarla bisogna investire somme che ora non possiamo investire. I nomi che fate sono corretti, ovvero Feghouli. Gli altri erano ipotesi che si sono raffreddate e quella più possibile è questa qui». Certo, Juve e Napoli si sono mosse con decisione. «Si sono rafforzate. Sono acquisti mirati. Rincon piaceva anche a noi».

 E PALLOTTA Ma d’altronde un anno fa a Miami il presidente Pallotta non gli aveva promesso niente. «Sono tornato perché mi sembrava una squadra forte, mi piaceva lavorarci e sono contento di essere ritornato. Io non ho chiesto nessuno. Non voglio che mi vengano fatte promesse di nessun genere. Trovo chiaro il messaggio dell’a.d. Gandini nei miei confronti, ovvero che la società si aspetta di vincere perché c’è tutto per vincere. Per poter continuare a meritare questa società bisogna vincere: se non vinco devo far posto ad un altro. Qui c’è tutto per farlo. I giocatori sono forti, lo dicono anche loro e io sono d’accordo. Certo, bisogna pure crescere e qui è un po’ più difficile. Ora può succedere che viene una squadra cinese crei una scorciatoia per il successo. Non si può competere. Perciò ben vengano le regole».
TRAPPOLA GENOA E mentre il calcio internazionale ridisegna le proprie strategie, la Roma ha una quotidianità a cui fare fronte, quella rossoblù. «Se vai a vedere le partite del Genoa contro Juve, Milan e Fiorentina, hanno fatto vedere di essere veramente forti. Fanno una sorta di marcatura a uomo, una battaglia individuale dentro le partite che riesce a stimolare il pubblico. Questa è la maggiore insidia, oltre al fatto che giocano un bel calcio. Hanno un impatto fisico che è messo in risalto».
STADI E TIFO Insomma, una sorta di effetto Marassi che rende bella la cornice. «Per questo c’è bisogno di fare stadi nuovi, a cominciare da quello della Roma. Se un giapponese accende la tv e trova una partita inglese e una italiana e non sa di calcio, stai tranquillo che guarda quella inglese». Non c’è dubbio per questo il corollario è facile. «Vorrei che togliessero le barriera e facessero tornare i nostri tifosi allo stadio. Calciatori e allenatori si possono sostituire, ma la loro passione no». Vero. Fatte malinconiche eccezioni, gli unici non professionisti, in fondo, sono solo loro.

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