Come vedere Verona – Napoli Streaming Gratis Link Diretta Live Tv (Alternative Rojadirecta)

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Verona-Napoli è la seconda partita di oggi, dopo Juve-Cagliari delle 18. Si gioca per la 1a giornata del campionato di calcio di Serie A edizione 2017-18. streaming gratis per gli abbonati con Sky Go e Premium Play, app alle quali possiamo accedere con laptop, computer, smartphone e tablet.

Come possibili alternative per vedere Verona-Napoli, con il neopromosso Verona che inizia la scalata verso la salvezza e il Napoli che prova a cullare sogni di gloria scudetto, ci sarebbero, in via non del tutto ufficiale, Video YouTube, Facebook Live-Stream e Periscope. Il raccoglitore internet di links online gratuiti Rojadirecta non è più da considerarsi valido, perchè dichiarato illegale in Italia già da un bel po’ di tempo.

Ad esempio è curioso ed originale il fatto che molti si affrettino a decretare la fine del ciclo juventino, arrivando a toglierle lo scettro di favorita. Che invece le spetta di diritto: per i sei scudetti di fila e per un mercato ampiamente sottovalutato. La Juve ha perso Bonucci – ma la sensazione personale è che un rinforzo in difesa arriverà – e si è notevolmente migliorata a centrocampo e in attacco. Non potrebbe essere altrimenti per un gruppo che ha aggiunto Douglas Costa, Bernardeschi, Matuidi e… Bentancur, di cui si parla troppo poco.

Un giocatore che ha tutto per diventare un protagonista, per qualità, forza e personalità. La Juve, questo sì, dovrà vedersela con una concorrenza molto più agguerrita, in cui spicca il Napoli di… Difficile dire il Napoli di un giocatore in particolare, perché tutti sono al servizio del collettivo, dei compagni. Ed è questa la prima qualità degli uomini di Sani. La seconda è nella capacità della squadra di guardare sempre oltre, mai al facile e al banale. Solo nel Napoli non c’è un attaccante che aspetti il pallone tra i piedi: tutti partono alla ricerca della profondità, perché sanno – come diceva Liedholm – che il pallone corre più veloce delle gambe e dei pensieri.

Dicevamo di quanto sia difficile, al momento, stilare una griglia di partenza, perché si rischia di fare molto fumo e poco arrosto.
Il mercato aperto, apertissimo, impone ad esempio di sospendere il giudizio sulla Roma, che secondo alcuni è già scivolata dal secondo posto ai margini della Champions League e invece ha solo bisogno di capire come saranno investiti i 38 milioni stanziati per Mahrez. Se saranno alla fine risparmiati, potranno diventare 38 milioni di rimorsi. Ma se arriveranno un difensore e soprattutto un esterno di grande qualità (perché non Berardi?) Di Francesco avrà una rosa forte e completa. Se proprio volete alimentare un dubbio, partecipiamo a un gioco a cui nessuno per il momento si è iscritto: Alisson è davvero in grado di non far rimpiangere Szczesny?

Sarà il campionato delle milanesi, che sono andate controcorrente rispetto agli anni passati. Il Milan ha speso così tanto come non le succedeva dai tempi d’oro di Berlusconi, l’Inter ha speso – verrebbe da dire così bene – come non le accadeva da tanti anni. Già, perché invece di inseguire i colpi da 40 o 50 milioni di euro – alla Kon- dogbia o alla Gabigol per capirci – stavolta è arrivata gente magari meno reclamizzata ma di rendimento certo, come Dalbert (attenti a lui, perché è di primissima qualità) o Borja Valero. Insomma, Spalletti – che è un ottimo tecnico – ha tutto per fare bene, compreso il vantaggio di non dover giocare le coppe.

A ridosso delle prime cinque, più vicina a loro e abbastanza nettamente in vantaggio su quelle che le stanno dietro, c’è la Lazio di Lo- tito, Tare e Simone Inzaghi. Il gruppo è di valore e bisogna sciogliere bene l’ultimo rebus legato a Keita. Si tratta di risolvere il braccio di ferro, provvedere a una sostituzione adeguata e, come scriveva giustamente Alberto Dalla Palma, non perdere altro tempo. Pensate se la Lazio lo avesse, a malincuore, già ceduto per una ventina di milioni e a quel prezzo avesse preso nel frattempo Simeone jr, che la Fiorentina ha acquistato per la stessa cifra. Il rimpianto avrebbe già lasciato il posto a discorsi di prospettiva. Comunque Tare ha dimostrato di saperci fare in questi anni e – con il rispetto per tanti ds di maggior vetrina – è tra quelli che ha meglio operato nel rapporto qualità-prezzo. Pensate a De Vrij, Milinkovic, Immobile, Biglia, allo stesso Keita, al colpo Klose: come dire che il calcio si fa anche con le idee.

Resta da capire chi potrà essere la sorpresa del campionato. Dall’Atalanta al Torino, sono in parecchi a proporsi. Rischiamo un nome: la Fiorentina, che ha rinunciato a tante stelle ma ha preso uno degli allenatori più preparati e tanti giovani interessantissimi. Da Simeone jr, appunto, a Benassi. Passando per un ragazzo che non parte neppure nella formazione titolare ma ha i numeri per sfondare: Milenkovic, uno da seguire insieme a Gil Dias, grande promessa di assist e gol. Buon divertimento, dunque, con il primo campionato con il Var e il primo campionato senza Totti. A pensarci bene, da Totti a Nedved, da Zanetti ad Antognoni, da Di Vaio a Peruzzi, tante bandiere sono finite dietro la scrivania. Saremo inguaribili romantici, ma non vediamo l’ora di applaudirne altre, e tante, in campo. Perché il calcio è dei tifosi, della gente, del suo senso di appartenenza. Basterebbe, ogni tanto, ricordarsene.

Bello: e possibile? E’ una sfida al Sistema, verrebbe da dire è un calcio ai luoghi comuni, è (a modo suo) il tentativo di allestire un’Impresa, e sa quasi di rivoluzione: rivoltare le gerarchie, però giocando un football verticale e scintillante, senza freni e senza calcoli, organizzandosi sempre però provando a correre in avanti, e fino in fondo, fin laggiù, dove sventola un tricolore. «Ma povero chi crede che i favoriti siamo noi». E’ il Napoli di Sani, dicono sia l’anti-Juve, però non ricordateglielo troppo a questo amabile ribelle che s’è messo in testa – con De Laurentiis – un’Idea meravigliosa: fare ciò che non va di moda, confermare in blocco una squadra, attrezzare un mercato all’interno del proprio organico rinnovando i contratti di tutte le stelle, e fa niente se il monte-ingaggi è già schizzato intorno ai cento milioni di euro.

PROGETTO. E’ strategia allo stato puro, qualcosa di largamente innovativo a certi livelli: due acquisti (Ounas e Mario Rui) ma una squadra rinfrescata nella testa, blindata tenendosi la meglio gioventù ed anche qualche «arzillo» vecchietto (con rispetto parlando): da Hy- saj a Insigne, da Mertens a Callejon, da Koulibaly ad Hamsik fino ad arrivare ad Albiol, c’è praticamente una squadra proiettata nel futuro, con scadenze che variano dal 2020 al 2022 e la tentazione di provarci assieme (ma sottovoce), altrimenti Sarri si arrabbia e De Laurentiis pure. «Vorrebbero caricarci di responsabilità, ma non ci riusciranno».

FILOSOFIA. E’ stata una scelta di vita (di chiunque), un desiderio radicatosi nel tempo e proiettato chissà dove, forse in quella favola che il Napoli vorrebbe scrivere a modo suo, come in un certo senso fa da tredici anni, da quando ha smesso di guardare dal buco della serratura (e sbagliato fino al Fallimento) ed ha provveduto ad investire ma con la testa propria, un occhio al bilancio e l’altro al campo, dove la qualità tecnica è andata sempre crescendo: Verona è un altro piccolo esame, con se stesso, dopo quello di mercoledì con il Nizza e quello di martedì prossimo in Costa Azzurra, per cogliere nuovi indizi sulla propria maturità, sulla propria grandezza e capire una volta di più quanto sia presunta, quanto sia reale.

SI GIOCA. Si (ri)parte con piccoli dubbi che servono per alimentar l’attesa, per tenere viva la tensione, per non far scivolare nella noia il cosiddetto Napo- li-2 e non permettere che si adagi il teorico Napoli-1 : si cambia, ovvio che sì, ma non ovunque e per fronteggiare le tre partite (tre) in sei giorni ed evitare di affogare nell’acido lattico, un ritocco o due in difesa (Maggio per Hysaj e Chi- riches per Albiol), uno a centrocampo (Zielinski per Allan) e forse nessuno in attacco (favoriti i tre pesi piuma, of course, ma con Milik che ha qualche chanche per far rifiatare Mertens). Verona-Napo- li, ore 20.45: i sogni nascono al tramonto…

Oggi centesima panchina col Napoli E dire che l’inizio era stato deludente

Due anni, però sembra ieri: è il tempo ch’è scivolato (gioiosamente) via, nel cielo limpido di Napoli. Ed ora che c’è – nel suo piccolo – un traguardo, perché la centesima panchina sa di indiscutibile affermazione, è divertente voltarsi a risentire gli echi di quell’estate imperlata dalle gocce di sudore per un calcio faticoso da importare, graffiarne ma non troppo. E’ il Sarri-day: e ci sono motivi statistici, scaramantici, tecnici e tattici per celebralo; ma, scavando, emerge materiale anche assai gustoso per sorridere un po,’ con la leggerezza classica d’un napoletano di Figline, o di un toscano di Bagnoli (fa lo stesso), che sa avvolgersi in una nuvola e prendersi in giro anche da solo: è l’autoironia che dà un senso lieve, strappando via la patina della tensione quotidiana, e che spinge spensieratamente a godersi quei panettoni che non avrebbe dovuto assaporare.
REPLAY. E’ un classico del calcio, al primo scivolone, e se il protagonista è un debuttante (ma mica allo sbaraglio) il luogo comune imperversa: 2-1 a Reggio Emilia, casa-Sassuolo, poi 2-2 con la Sampdoria e anche ad Empoli e nelle malsane abitudini di questo mondo, il football, che non ha pazienza ma soltanto tanta fretta, la frase ricorrente s’avvertì. Accadde intorno a metà settembre del 2015 ma restò a vagar nell’aria sino a quando De Laurentiis non la stroncò: «Per me può perderne anche sette». Una sconfitta, due pareggi ed (anche) il pandoro divenne quasi un miraggio: invece, stava per cominciare un ciclo, e si sarebbe aperta un’epoca, il Sarrismo, capace di durare, di inchiodare alle seggiole degli stadi ed alle poltrone, di fissare lo sguardo là in mezzo, ormai fuori dal rombo (la prima idea tattica, quella rimossa) e dentro al tridente (la scelta che rivoltò quel tempo e pure il resto).
LO SHOW. I numeri hanno un’anima ch’è quella esibita di volta in volta, dal Bruges ai giorni nostri, e nel conteggio aritmetico c’è l’essenza di una vocazione, di una filosofia, che non prevede cautela, che insegue un orizzonte: 75 vittorie, 18 pareggi, 16 sconfitte sanno di marchio di fabbrica e il destino, che sa come e quando intervenire, ha deciso che proprio a Verona si compisse il centesimo giorno in panchina. Verona, già: è un pezzettino del passato che gli appartiene, un bimestre (scarso) che entra in quel curriculum vitae di stridente contraddizione con il suo presente. Verona è un frammento che risale a dieci anni fa, il San Silvestro del 2007, una scelta (evidentemente sbagliata per entrambi) che condusse nel vuoto cosmico di sei partite (un pareggio e cinque sconfitte) e ad un divorzio che per «quel» calcio fu inevitabile. E, ironia della sorte, c’è un calice che l’aspetta: cento di questi Sarri.

Da Reina ad Albiol, da Hamsik a Callejon, passando per Hamsik, Koulibaly e Ghoulam sono 12 gli “ex allievi” dell’allenatore del Verona, stasera si ritroveranno da avversari

Dura lex, sed lex: e l’inflessibile «avvocatine», di professione allenatore, il vice di Benitez, riuscì ad imporsi secondo le regole (le leggi?) non scritte d’un calcio ormai evoluto, ascoltando e però mai indietreggiando, assorbendo e però anche respingendo. Due anni per ricominciare, ognuno a modo suo: Pecchia dopo averle prese, in maniera assai inelegante, a Latina (esonerato mentre era in vista dei play off) e il Napoli per avviare un nuovo ciclo, versione «internazionalizzato». E’ stato bello e – va detto – a tratti anche bellissimo, con quel (primo) calcio verticale d’una squadra dal respiro spiccatamente europeo, notti da leoni (il Borus- sia Dortmund al san Paolo e Wolfsburg su tutte), eclissi e rimpianti (12 punti che non bastano per superare il turno di Champions; il rigore del pipita sparato nelle tenebre, quello che avrebbe potuto consegnare il terzo posto con la Lazio; la semifinale di Europa League con il Dni- pro) ed è anche assai «educativo», perché intanto all’ombra di Rafa, e lo sussurravano i calciatori – Reina o anche Albiol, Mertens e pure Callejon – stava crescendo un allenatore capace di osservare e silenziosamente, intervenire.

NIENTE SEGRETI. C’è un Napoli, abbondante, che per Pecchia non ha segreti, nelle abitudini, nelle tendenze a giocare, nei suoi enormi pregi, magari negli umanissimi difetti: perché quando è stata posata la prima pietra di questa squadra di spessore elitario, tanto piede e tantissima autorevolezza, ad accogliere Reina ed Al- biol, Ghoulam e Koulibaly ma anche Jorginho e Callejon, Mertens e Rafael e complessivamente una dozzina di carissimi amici, sull’uscio di Castel Volturno c’era un uomo che memorizza e non dimentica, che studia e poi agisce, che argomenta e infine (semmai) arringa: e lo conoscono, certo che lo conoscono, quei dodici «apostoli» di una nuova era, avviata nel 2014, e sanno bene che conviene diffidare. Per legittima difesa, diciamo così….

Il colombiano potrebbe essere il sostituto ideale di Schick alla Samp, il Torino per il momento si è defilato. All’estero piace a Fenerbahce, Besiktas, e Burnley

Ci risiamo ed è il calcio a misura d’interessi a confondersi tra campo e mercato, a condizionare le scelte, a lasciar percepire possibili svolte. Sono indizi che formano prove, dettagli inconfondibili che non vanno sottovalutati, messaggi limpidi che anticipano novità. C’è Verona-Napoli, ad esempio, ma nell’elenco dei convocati non figurano tutti: manca chi s’informa sul proprio destino quotidianamente, chi s’è accorto – e da tempo – che in questa squadra (in costante crescita) abbondano talento ed anche i gol. E tra i nomi, leggendoli uno ad uno, non sorprende l’assenza – tra gli altri – di Pavoletti e Zapata, anzi era prevedibile perché entrambi rappresentano il “lusso” di un reparto in cui è già tutto definito: gerarchie, coppie, possibili sorprese.
PAVOLOSO. Lo chiamano così i tifosi ed i compagni, è un soprannome (che descrive l’allegria contagiosa del personaggio) ma anche l’altra faccia di un attaccante a cui manca qualcosa, di un professionista – rientrato nella sua Livorno, out dal match di questa sera per motivi personali – che al sorriso della vita vorrebbe affiancare quello per il gol, di cui si nutre da sempre.

Potrebbe ritrovarlo al Cagliari, è una soluzione concreta perché da un paio di giorni – ovvero dalla rottura con Borriello – il suo nome è in cima alla lista del club sardo, è un’idea che s’è già intrufolata nel tunnel della trattativa e potrebbe sbloccarsi a brevissimo. Pavoletti (che piace anche in Spagna, ad esempio al Leganes) risponde a certe esigenze e il Cagliari, per lui, può rappresentare un nuovo inizio, la società giusta (per storia e ambizioni) nella quale rilanciarsi dopo aver conosciuto il grande calcio ma anche il disagio di scoprirsi terza scelta, di ritrovarsi in fondo alle scelte, di convivere con frammenti di possibilità senza riuscire ad andare oltre, per motivi fin troppo comprensibili (si chiamano Mertens e Mi- lik).

PISTA INGLESE.
Si riconosce in questo status anche Za- pata ma lui, a differenza di Pavoletti, s’è divertito ad essere protagonista (ad Udine, per due stagioni e con diciannove gol) ed ora vorrebbe ricominciare altrove, non per forza in Italia. Il talento di Zapata – ma anche la forza fisica, la tecnica, la sensibilità al gol – è noto anche all’estero: lo conosce il Fenerbahge, il Besiktas ed ora anche il Burnley, che ha chiesto informazioni al Napoli su questo bomber dal sorriso contagioso, curiosando sul prezzo (che continua a sfiorare i venti milioni), sull’ingaggio, sulle prospettive tecniche, in attesa di eventuali mosse. Ma Zapata resta pur sempre un veterano della Serie A ed è per questo che, dopo il Torino (che s’è per il momento defilato), anche la Sampdoria ne ha parlato col Napoli ed il suo nome figura in agenda per sostituire Schick: è un’ipotesi che dovrà convivere con determinate esigenze (non solo economiche) e resistere ad eventuali ostacoli. Funziona così, il mercato: è un mondo imprevedibile ma quando il calcio ritorna (e ci siamo) non se ne sta in disparte, pretende l’attualità e la ottiene. Fino al prossimo stop.

Prima la Champions e ora il campionato. Il Napoli passa da un esordio all’altro, attraversando quasi in apnea il tour de force di tre partite in soli 7 giorni. La vittoria (2-0) sul Nizza trasmette un moderato ottimismo nella previsione del ritorno di martedì all’Allianz Riviera, anche se Sarri sembra non voler rischiare quei calciatori apparsi maggiormente affaticati dopo i primi 90 minuti stagionali disputati in una gara ufficiale. Quest’anno l’organico gli permette di variare il menù a seconda delle esigenze, come accadrà certamente stasera al debutto in A nella “bollente” Verona. I “nominati” di turno sono Hysaj e Allan, usciti incerottati (botta ad un polpaccio per l’albanese, affaticamento muscolare per il brasiliano) dopo Napo- li-Nizza e stasera in predicato di lasciare i loro posti agli affidabili Maggio e Zielinski.

Però Sarri, che torna a Verona da ex avendo allenato l’Hel- las per 6 partite in C1 stagione 2007/08, ha in mente di inserire altre due tessere nel mosaico anti-gialloblù: Chiriches per Albiol, considerato imprescindibile martedì prossimo a Nizza, e Milik che potrebbe far rifiatare Mertens, uscito spompato mercoledì dal San Paolo. Però sono dettagli, perché Sarri si fida dell’organico a sua disposizione, mentre si preoccupa continuamente della concentrazione non sempre ottimale del gruppo. Ben venga, allora, il clima arroventato che si prevede per questa sfida, in campo e fuori. I tifosi del Napoli presenti al Bentegodi saranno 1.200, compresi gli ul- tras che da questo campionato hanno deciso di tornare in trasferta. Anzi, sono 1.201, perché non va dimenticato il ds scaligero Filippo Fusco, da sempre tifoso del Napoli, di cui fu prima team manager e poi ds, scelto dall’ex presidente Fer- laino che puntò sulle qualità di quel giovanotto, figlio del suo ex avvocato. E poi Fabio Pecchia, detto “Pepe”, per il quale si prevede un debutto da amarcord come allenatore in A: al Napoli è stato prima giocatore (dal 1993 al 1997 e poi nel 2000/01) e successivamente vice allenatore con Rafa Benitez dal 2013 al 2015.

Tutti argomenti che daranno la carica alla formazione indicata come vera rivale della Juventus e che rilegge i numeri della storia per accrescere il desiderio di vittoria.
SCARAMANZIA
Ad esempio, Maurizio Sarri non è mai riuscito a vincere nella prima giornata di A (due sconfitte e un pareggio lo score), il Napoli non ha mai battuto il Verona alla prima di A (1-1 in casa nel 1968, ko 3-1 in Veneto nel 1984) e il Verona ha battuto 12 volte il Napoli in A: contro nessuna altra squadra ha ottenuto più vittorie. Va detto, però, che il Napoli non ha mai perso all’esordio contro una neopromossa (11 vittorie e 4 pareggi) e stavolta vuole partire con il piede a tavoletta, perché potrebbe essere quello giusto. Lo ha giurato anche capitan Ham- sik a Sarri, regalargli la vittoria per festeggiare le sue prime 100 panchine vissute da allenatore del Napoli.

Verona. Fabio Pecchia sfida il suo passato nell’esordio in serie A da primo allenatore. A Napoli ci è stato per molto tempo come giocatore e come vice di Rafa Benitez, ma stasera, al Bentegodi, l’emozione scomparirà al fischio d’inizio. «Non può che essere così – dice il tecnico del Verona – perché adesso conta solo l’Hellas. Il Napoli è squadra fortissima, ma noi non penseremo solo a difenderci. Dovremo essere propositivi, giocare la palla, provare a fer mare la corazzata di Maurizio Sarri». Un Verona che andrà in campo con il 4-33, affidandosi in avanti al trio Cerci-Pazzini-Verde.

Desta curiosità e interesse questo Napoli che, stasera, esordirà in campionato, al Bentegodi, contro il Verona. Pronti via ed è già una notte speciale, soprattutto per Maurizio Sarri, che festeggerà la partita numero 100 sulla panchina napoletana. Un piccolo traguardo personale, che ne gratifica il gran lavoro svolto finora. Due anni di Napoli gli hanno cambiato la vita, probabilmente, ma non le abitudini. Sul piano professionale, s’è saputo imporre al grande calcio, tra lo scetticismo generale: le perplessità erano state tante, quando Aurelio De Laurentiis, tre estati fa, decise di affidargli il gravoso compito di succedere a Rafa Benitez, uno tra gli allenatori più vincenti in attività. Perplessità che non gli hanno creato pressioni, anzi gli sono servite per accelerare i tempi e per far conoscere alla squadra le proprie idee.

BILANCIO Col preliminare di Champions League, contro il Nizza, Maurizio Sarri ha iniziato la terza stagione da allenatore del Napoli. Un percorso soddisfacente quello fatto fin qui, ha conquistato un secondo e un terzo posto ed ha ipotecato la partecipazione per il secondo anno consecutivo alla massima competizione europea per club. Insomma, sul piano pratico ha già ottenuto dei buoni risultati, non ha ancora vinto, ma con lui Aurelio De Laurentiis ha voluto iniziare questo ciclo che dovrà concludersi con la vittoria dello scudetto. Dando uno sguardo ai numeri, ci si può avere un’idea più chiara di quanto ha saputo fare questo allenatore che veste con la tuta e che non disdegna critiche pesanti al sistema «per il bene di tutto il calcio», dice lui. In 99 partite ha ottenuto 65 vittorie, 18 pareggi e 16 sconfitte, un rendimento niente male.

TOP MANAGER
Dalla provincia alla grande città: Maurizio Sarri s’è portato dietro l’umiltà e la dedizione, tra Empoli e Napoli nulla è cambiato nei suoi metodi di allenamento, ha saputo gestire campioni del calibro di Gonzalo Higuain esaltandone al massimo le caratteristiche. È stato sotto la sua gestione che il Pipita ha stabilito il record dei gol segnati, 36, nei campionati di serie A; che Lorenzo Insigne ha avuto una crescita importante, fino ad arrivare alla nazionale in pianta stabile; che Dries Mertens s’è scoperto centravanti, segnando 28 reti nello scorso campionato, grazie ad un’intuizione dello stesso allenatore che lo ha spostato al centro, dopo l’infortunio di Milik. Ma, soprattutto, che il Napoli è diventato un collettivo imbattibile o quasi, che lascia tracce di se ovunque vada a esibirsi, per la qualità del gioco e per la quantità di palle gol che riesce a produrre nei 90 minuti. Oggi, il suo 4-3-3 è motivo di studio tra gli allenatori.

SCUDETTO In due anni di Napoli, Sarri s’è conquistato gli apprezzamenti del pianeta calcio, a fine stagione è stato premiato con la Panchina d’oro e il premio Bearzot, mentre il prossimo 30 sarà a Nyon, invitato dalla Uefa al 19° forum tra gli allenatori più importanti d’Europa. Intanto, oggi parte il campionato e Napoli è pronta a scommettere che sarà proprio lui l’allenatore del terzo scudetto.

La top ten è ancora lontana: al decimo posto nella classifica dei marcatori del Napoli di tutti i tempi, c’è Jarbas Faustinho Cané, che s’è fermato a 70 reti. Stasera, però, Lorenzo Insigne potrebbe scalare un altro gradino verso la posizione occupata dall’ex attaccante brasiliano: un gol al Verona è raggiungerà quota 50 reti con la maglietta azzurra. Buoni propositi, dunque, per questo esordio in campionato. Lui è il Napoli ripartono dalla convinzione che questa potrebbe essere la stagione giusta per portare a compimento il progetto avviato tre stagioni fa con l’avvento di Maurizio Sarri sulla panchina. Dopo un secondo e un terzo posto, da stasera partirà l’assalto allo scudetto, a quel titolo che manca a Napoli da 27 anni. C’è fiducia nell’ambiente, la stessa che accompagnerà la squadra nel corso della stagione.

NUOVA BANDIERA Lorenzo ritorna al Bentegodi, in quello stadio che l’ha visto protagonista nell’ultima gara giocata prima che il Verona retrocedesse in serie B, nel campionato 2015- 16. Quel pomeriggio finì 0-2, con le reti di Insigne, appunto, e di Higuain. Si riparte, allora, con le idee abbastanza chiare, il Napoli vuole vincere, così come Lorenzo vuole completare il suo processo di crescita raggiungendo un obbiettivo importante. Migliorarsi e ancora migliorarsi: è il credo di questo ragazzo destinato a raccogliere l’eredità di due bandiere del passato, di Antonio Juliano e di Beppe Bruscolotti, ancora oggi i simboli della storia del club. Soltanto il difensore, tuttavia, ha provato la gioia di vincere uno scudetto, per giunta il primo in assoluto, quel 10 maggio 1987, quando ormai era giunto a fine carriera. Smetterà, infatti, l’anno successivo.

EREDE DESIGNA
TO La svolta c’è stata a fine maggio, quando Insigne ha firmato il rinnovo dell’accordo fino al 2022, con uno stipendio di 4,5 milioni di euro a stagione. Un contratto da vero leader, che rappresenta una sorta d’impegno a vita. D’altra parte, in più di un’occasione, Lorenzo ha ribadito l’intenzione di voler chiudere la carriera a Napoli, lì dove l’ha iniziata. A meno che non dovessero giungere, in futuro, offerte talmente indecenti da fargli rivedere le posizioni attuali. Il cambio di manager ha destato timori nell’ambiente, il passaggio nella scuderia di Mino Raiola tiene in ansia i tifosi, preoccupati anche dalle indiscrezioni che sono circolate in questo periodo a proposito di un interessamento del Barcellona che avrebbe puntato il talento napoletano per sostituire Neymar. Chiacchiere di mercato, ovviamente, che avranno fatto vacillare il giovane Lorenzo, ma che non hanno trovato riscontro nella realtà. Per nulla al mondo il ragazzo vorrà perdersi lo spettacolo della festa per il terzo scudetto. Intanto, lui è tra i protagonisti principali della nuova sfida alla Juventus, che partirà proprio stasera, da Verona. Il Napoli è stato votato dalla Gazzetta come il favorito per la vittoria finale. Che sia questa la stagione giusta? Da queste parti si fanno scongiuri in quantità industriale.

Il Napoli è una delle poche squadre italiane contro la quale, pur avendoci giocato spesso, non ha mai segnato. Le altre due sono la Juventus e l’Inter. Alessio Cerci conta i minuti che mancano al debutto di stasera. Con il Verona, di nuovo in Serie A. Ritrova un campionato in cui è apparso l’ultima volta il 16 aprile del 2016. Vestiva la maglia del Genoa. L’allenatore era Gian Piero Gasperini, che lo tolse dopo un tempo della partita poi persa per 4-1 a Modena, contro il Carpi.
SPAGNA Fu una giornataccia. Il suo passaggio in rossoblù si esaurì lì, complice un infortunio al ginocchio che lo escluse nel finale. Il rientro all’Atletico Madrid è stato un transito su ambizioni personali che, in Spagna, non sono mai sbocciate. Riparte dall’Hellas, ora. Dal Bentegodi che lo aspetta e che si è scordato alla svelta l’illusione estiva di Cassano. Le gambe cominciano a girare, dopo molti mesi d’inattività forzata. Domenica, in Coppa Italia, ha appoggiato sul piede sinistro di Daniele Verde il pallone del temporaneo 2-0 per il Verona. L’ha fatto in capo a una galoppata identica alle tante che hanno acceso la sua carriera. Al Torino, certe folate, erano ormai un copyright. Lui a «strappare», vuoi per il gol, vuoi per l’assist per Ciro Immobile. Il tabù del Napoli è una sfida che passa per il duello con il tridente acuminato di Maurizio Sarri. Mertens, Insigne, Callejon

GRAN DEBUTTO
Una serata di gala per il ritorno in A di Cerci. Che si è rimesso in discussione, che ha tagliato drasticamente il proprio ingaggio per dire di sì al Verona, che ha cominciato a correre nel ritiro di Primiero San Martino di Castrozza, aggiungendo carburante nel serbatoio e togliendo ruggine al motore. E con il Napoli, allora, sarà attacco contro attacco, gioco contro gioco, punte contro punte. Fabio Pecchia non rinuncerà alla trazione anteriore per l’Hellas: «Non penseremo soltanto a coprirci. Schiererò una linea a quattro in difesa. Ci vorrà grande attenzione per 100’. E alla mia squadra chiedo personalità». Cerci è uno dei grimaldelli impiegati per tentare di far saltare le granitiche certezze di una squadra che prenota la qualificazione in Champions League, da cogliere martedì a Nizza, e si mette alla finestra in una camera con vista scudetto. Poi, però, ci sono i sogni del Verona, insieme a quelli di Cerci. Una salvezza da cogliere e un 10 – il numero che l’attaccante ha scelto – su cui puntare sulla ruota di Mosca. Già, nel 2018 c’è il Mondiale in Russia.
SOGNI AZZURRI Gian Piero Ventura, nella sua visita al- l’Hellas, a Peschiera del Garda ha lanciato un messaggio: «Per rivedere Cerci al meglio servirà pazienza, ma uno come lui, quando sta bene, fa sempre la differenza». Il c.t. dell’Italia l’ha diretto con paterna cura nelle sue stagioni migliori, ne ha esaltato gli appetiti agonistici a Pisa e al Toro. Potesse ritrovare il Cerci più forte, gli costerebbe fatica ignorarlo. Il Napoli è la prima tappa per dimostrare che l’Henry di Valmontone è tornato nel gruppo e non ha più intenzione di lasciarlo.

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