Zygmunt Bauman, il filosofo contemporaneo della società liquida è morto all’età di 91 anni

E’ deceduto alla veneranda età di 91 anni il filosofo e sociologo polacco Zygmunt Bauman,ovvero il padre fondatore della società liquida, termine con il quale oggi viene definita la società che non ha punti di riferimento certi, una società nella quale non vi sono più valori o comunque quelli importanti sembrano essere davvero in crisi e dove alle insicurezze di un tempo si sono sostituite incertezze e timori per il futuro, sia dal punto di vista personale che sociale. Il filosofo polacco è morto all’età di 91 anni nella sua casa inglese dove ha insegnato a lungo e dove tra l’altro viveva.Una società può essere definita liquido-moderna se le situazioni in cui agiscono gli uomini si modificano prima che i loro modi di agire riescano a consolidarsi in abitudini e procedure. La notizia della sua morte, sembra essere stata battuta nella giornata di ieri dalla Gazeta Wyborcza. Come abbiamo già avuto modo di anticipare, Zygmunt Bauman, è stato l’ideatore dei concetti di modernità liquida e società fluida; secondo il filosofo contemporaneo, la mutazione degli individui da produttori a consumatori è ciò che ha provocato l’incertezza che oggi caratterizza la società, e che ha dato origine all’industria della paura, all’esclusione sociale ed alla frenesia della vita di tutti i giorni.

“Il carattere liquido della vita e della società si rafforzano a vicenda“, è questo il pensiero del filosofo polacco che nel corso della sua esistenza ha davvero scritto tantissimi libri e saggi pubblicati da Laterza. Tra i libri più famosi, citiamo: Vita liquida, Consumo dunque sono e L’arte della vita, Il demone della paura, Modernità liquida, Amore liquido, Capitalismo parassitario, L’etica in un mondo di consumatori, Dentro la globalizzazione, Le conseguenze sulle persone, Danni collaterali, Diseguaglianze sociali nell’età globale, Paura liquida, La società sotto assedio, Sesto potere, Stranieri alle porte. Bauman nasce a Poznan nel 1925, da una famiglia di origine ebrea e già all’età di 14 anni riuscì a scappare in Urss dopo l’invasione nazista della sua Polonia, e da quel momento divenne un combattente al fianco dei sovietici, prima marxista e dunque anticomunista, motivo per il quale perse la propria cattedra all’Università di Varsavia. Nel 1968, fu costretto ad abbandonare il Paese, trasferendosi in Israele dove ha potuto continuare ad insegnare, poi si trasferì ancora in Inghilterra e nello specifico a Leed dove ha vissuto fino al giorno della sua morte.La notorietà Bauman l’acquisì intorno agli anni Ottanta grazie ad alcuni dei suoi studi sul rapporto e le connessione tra la cultura della modernità e il totalitarismo, incentrati per lo più sul nazismo e sulla persecuzione antiebraica.

Un altro tema fondamentale del pensiero di Bauman era il rapporto con “l’altro”, ovvero lo straniero; in una società come la nostra dove i flussi migratori sono stati davvero portati agli estremi, Bauman aveva detto più volte di odiare la nuova Europa, quella dei muri e del razzismo, nella quale predomina una nuova perversione della socetà contemporanea spaventata dalla perdita di un benessere fragile e anonimo. “Questi migranti, non per scelta ma per atroce destino, ci ricordano quanto vulnerabili siano le nostre vite e il nostro benessere. Purtroppo è nell’istinto umano addossare la colpa alle vittime delle sventure del mondo. E così, anche se siamo assolutamente impotenti a imbrigliare queste estreme dinamiche della globalizzazione, ci riduciamo a scaricare la nostra rabbia su quelli che arrivano, per alleviare la nostra umiliante incapacità di resistere alla precarietà della nostra società”, aveva dichiarato Bauman.

La definizione di «modernità liquida» che Zygmunt Bauman, morto ieri a Leeds, in Inghilterra, a 91 anni, ha dato all’epoca contemporanea rimanda a un’idea se non apocalittica quanto meno molto allarmata del processo storico che stiamo attraversando. La liquidità di cui ragionava Bauman – in libri come Amore liquido (Laterza), Vita liquida (Laterza), La solitudine del cittadino globale (Feltrinelli), La società dell’incertezza (il Mulino) e Stato di crisi (Einaudi) – rimanda al pericolo del naufragio più che alle opportunità offerte dalla navigazione in mare aperto.
Non è affatto un richiamo alla fluidità positiva celebrata negli anni Ottanta dalla corrente della postmodernità e del pensiero debole come fuoriuscita dai rigidi schemi di un defunto pensiero forte che aveva ingabbiato e soffocato nelle sue categorie la società. Bauman descrive il naufragio politico, sociale e psicologico di un’epoca che liberandosi delle antiche strutture non è stata «più in grado di conservare la propria forma o di tenersi in rotta». Consegnandosi a una «sindrome consumistica è fatta tutta di velocità, eccesso e scarto». La modernità liquida delle società dissolte dalla deregulation su scala planetaria dell’economia è profondamente interconnessa alla vita liquida che ormai conducono miliardi di persone: «Il carattere liquido della vita e quello della società si alimentano e si rafforzano a vicenda. La vita liquida, come la società liquido-moder- na, non è in grado di conservare la propria forma o di tenersi in rotta a lungo».
A essere messe in discussione non sono più solo le tradizionali appartenenze a una cultura, a un ceto sociale, a una mansione, a un ruolo professionale, persino a una condizione anagrafica. La liquidità ha a che fare con la stessa identità profonda delle persone, con la loro percezione del mondo e del tempo. La perdita di senso del tempo a vantaggio di un eterno presente senza più prospettiva storica di futuro e passato è uno degli aspetti fondamentali su cui si è concentrata la radiografia di Bauman che vedeva con preoccupazione persone e gruppi sociali preda di un’accelerazione esistenziale capace di sconvolgere ogni dimensione della vita, a cominciare da quella affettiva. Vite di corsa che diventano vite corsare insidiate e sospinte dalla fretta e dalla paura della precarizzazione e dell’esclusione sociale, fattori che generano pulsioni basiche di fuga e predazione e che finiscono con il compromettere anche le dimensioni costitutive più intime del comportamento, fino a distruggere la possibilità stessa della costruzione di una personalità. Paura, incertezza permanente, precarizzazione del lavoro e dei rapporti inibiscono la possibilità di pensare a lungo termine, di aderire a principi condivisi – che semplicemente non esistono più – di instaurare relazioni stabili e autentiche.
La stessa questione dell’identità – notava Bauman – è stata trasformata in qualcosa a cui è stato dato un compito. Al singolo è richiesto ormai di creare la propria comunità e gli viene data la possibilità di farlo attraverso i social network. Ma quello che possono creare i social sono solo dei sostituti, delle parodie della comunità. Perché – spiegava – «non si crea una comunità, o ce l’hai o no. La differenza tra la comunità e la rete è che si appartiene alla comunità, ma la rete appartiene a voi. È possibile aggiungere amici e eliminarli, è possibile controllare le persone con cui siamo legati». A questo fine non è necessario sviluppare abilità sociali, cioè limitare se stessi per accogliere l’altro, anzi è incoraggiato lo sviluppo di un solipsismo per cui l’altro è solo un’estensione del proprio io, la cui paura più profonda è non essere notato.
Intervenendo a Firenze pochi mesi fa alFestival delle generazioni, sull’uso compulsivo di social e telefonini, Bauman notava che ogni accesso rivela esattamente dove ci troviamo e chi siamo: «C’è qualcuno che segue le vostre attività quotidiane e questo diventa di enorme interesse a livello di potere politico ed economico… Ma, a differenza del protagonista orwelliano, oggi non abbiamo paura di esser visti troppo, abbiamo paura di non essere notati, abbiamo paura della solitudine».
Ci sono nella riflessione di Bauman atmosfere e toni deggeriani. Il culto della novità, che il sociologo notava nella società occidentale ormai planetarizzata, è «un sistema piuttosto intelligente per espungere l’idea della mortalità dalla nostra agenda quotidiana». Ma l’effetto collaterale è che con la morte stiamo smettendo di pensare anche a tutti i valori di lungo termine, e soprattutto alle generazioni future.

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