Omicidio Teresa e Trifone: Insieme con l’arma del delitto, nel lago San Valentino c’era un cellulare

Fonte: Settimanale Giallo di Gian Pietro Fiore – Nel laghetto dove i sommozzatori a fine settembre hanno rinvenuto la pistola utilizzata dal killer per uccidere Trifone Ragone e Teresa Costanza è stato trovato anche un telefono cellulare. Potrebbe essere proprio di Trifone”. È questa l’ultima clamorosa indiscrezione di cui Giallo è venuto a conoscenza nell’ambito dell’inchiesta sul duplice omicidio della coppia di Pordenone, avvenuto la sera del 17 marzo scorso. Come ormai saprete, alle 19.50 uno spietato killer ha sorpreso i due fidanzati nel parcheggio del palazzetto dello sport, freddandoli con sei colpi di pistola. Dopo diversi mesi di serrate indagini, la Procura di Pordenone ha iscritto nel registro degli indagati Giosuè Ruotalo, 26 anni, commilitone ed ex coinquilino di Trifone. Contro il giovane, originario di Somma Vesuviana, in provincia di Napoli, sono stati trovati numerosi indizi di colpevolezza.

I CARABINIERI DEL RIS LO STANNO ANALIZZANDO Ma torniamo alla sconvolgente novità di cui vi parlavamo all’inizio. Sui fondali del laghetto di San Valentino, che si trova tra il luogo dell’agguato e l’appartamento che Giosuè Ruotolo divide con altri due soldati, i carabinieri avevano trovato l’arma del delitto, cioè una vecchia Beretta calibro 7,65. Dai verbali ‘ di sequestro, di cui Giallo conosce alcuni stralci, che oltre alla pistola, i sommozzatori ripescarono dallo stesso laghetto un telefono cellulare marca Samsung, di colore scuro. L’apparecchio si trovava a pochissimi metri di distanza dall’arma, anch’esso adagiato sul fondale. Il telefono è stato immediatamente consegnato ai carabinieri del Ris, il Reparto investigazioni scientifiche, che stanno cercando di risalire al suo proprietario. Si tratta di un modello non proprio recente, cioè non di ultima generazione. Ebbene, l’apparecchio potrebbe appartenere a Trifone. Il militare, infatti, aveva nella sua disponibilità proprio un telefono cellulare della stessa marca, modello e colore di quello rinvenuto in fondo al laghetto di San Valentino dai sommozzatori.

Lo hanno confermato i due coinquilini di Giosuè Ruoto- lo, il militare indagato. Leggete che cosa disse Sergio Romano, uno dei due coinquilini, il 21 settembre ai carabinieri: «Ricordo che Trifone, almeno fino a quando era fidanzato con una ragazza che abita in Puglia, oltre a un iPhone, utilizzava un telefono Samsung di colore scuro». Quando gli vennero mostrati alcuni modelli di vecchi Samsung, Romano disse: «Riconosco senza ombra di dubbio uno dei telefoni quale quello che aveva in uso Trifone». La circostanza venne confermata da Daniele Renna, l’altro coinquilino di Ruotolo. Disse Renna ai carabinieri di Pordenone nell’interrogatorio del 23 settembre: «Sì, posso affermare con certezza che Trifone possedeva due telefoni cellulari, e quindi due utenze telefoniche. Uno dei due telefoni era un Apple iPhone di colore nero, l’altro era un semplice telefono cellulare non smartphone, sempre di colore nero».

SEQUESTRATO ANCHE IL TELEFONO DELLA MADRE La descrizione del telefono di Trifone fornita dai due commilitoni coincide perfettamente con le caratteristiche di quello rinvenuto nel lago. Alla luce di queste clamorose dichiarazioni, sorgono spontanee alcune domande: il telefonino trovato in fondo al laghetto è proprio quello di Trifone? Se sì, che cosa conteneva di così importante per spingere il killer a liberarsene? È stato Giosuè a gettarlo in acqua insieme alla pistola mentre fuggiva dal luogo del duplice delitto? È impossibile, almeno per il momento, dare risposte certe a questi interrogativi, ma su una cosa ci possiamo sbilanciare: dal momento che l’apparecchio è stato ripescato nelle immediate vicinanze dell’arma, non si può assolutamente escludere che sia stato proprio l’assassino di Teresa e Trifone a liberarsene la maledetta sera del 17 marzo. Se così fosse, nella memoria del telefono potrebbe esserci la chiave per risolvere questo sconvolgente giallo.

La speranza degli inquirenti è che l’acqua non abbia rovinato l’apparecchio, in modo che da esso si possano estrarre quanti più dati possibili. In questa delicata fase delle indagini è impossibile conoscere altri particolari riguardo a questo telefonino, ma nelle prossime settimane ne sapremo sicuramente di più. A proposito di telefoni, proprio in questi giorni gli inquirenti hanno sequestrato il cellulare intestato alla mamma di Ruotolo. Lo hanno fatto dopo aver appreso che per un certo periodo lo stesso apparecchio era stato utilizzato dal figlio Giosuè. Nella memoria del telefono, quindi, potrebbero esserci particolari utili all’indagine. Intanto, i carabinieri dei reparti speciali hanno chiesto una proroga di 30 giorni nella consegna dei risultati delle analisi scientifiche e dattiloscopiche sugli indumenti e su alcuni oggetti sequestrati a Giosuè Ruotolo, unico indagato per il duplice omicidio.

Gli inquirenti si stanno concentrando soprattutto su una minuscola traccia rinvenuta sull’unico bossolo rimasto incastrato all’interno della pistola usata per uccidere la coppia di fidanzati. Su quella piccolissima impronta, impercettibile a occhio nudo, potrebbe esserci la firma dello spietato assassino, cioè il suo Dna. A riguardo abbiamo interpellato l’avvocato Roberto Rigoni Stern, difensore di Giosuè Ruotolo. Ci ha detto il legale: «La microscopica traccia isolata sul proiettile è molto importante, perché potrebbe confermare che il mio assistito non ha nulla a che vedere con i fatti di cui è accusato. Essendo molto piccola, però, c’è il rischio che non si possa effettuare alcuna comparazione. Speriamo che non sia così, perché vogliamo dimostrare l’estraneità di Giosuè Ruotolo nel duplice delitto». Ma gli indizi raccolti fino a oggi sembrano raccontare esattamente il contrario.

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