Alexis Tsipras si è spesso trovato di fronte a un muro di gomma. Ma non ha accettato di svendere il suo Paese

La Grecia è in ginocchio, la povertà dilaga e la gente è costretta a mendicare per strada per sopravvivere. E l’Europa che fa? Volta la testa dall’altra parte e chiede ai greci ancora più sacrifici per restare nell’euro. Ma allora che senso ha restare nella Ue se finanza pubblica e bilanci in pareggio sono più importanti dei cittadini?

La Grecia è sempre stata a un bivio: o restare nell’euro oppure dire no all’austerità. Una questione di forza politica prendere una decisione evitando l’auto-condanna a un lento e inesorabile declino.

Le istituzioni intemazionali, infatti, non aiutano Atene. Anzi pretendono maggiore severità e attenzione ai conti pubblici. E questo anche se il Paese è obiettivamente in ginocchio.La popolazione greca ha dovuto forzatamente rinunciare in questi ultimi anni al 40 percento del proprio reddito; la disoccupazione è alle stelle e i servizi pubblici essenziali, come luce e gas, hanno subito rincari medi dal 13 al 23 percento. Molte famiglie sono senza corrente elettrica e senza riscaldamento perché impossibilitate a pagare le bollette.

Molti ospedali pubblici hanno chiuso i battenti oppure sono in forte difficoltà di approvvigionamento di medicinali e apparecchiature sanitarie di emergenza. La mortalità infantile è quasi raddoppiata ed è arrivata al 43 percento per colpa dei tagli imposti alla sanità. Pure salari e pensioni hanno subito drastiche decurtazioni. Ma alla Commissione europea e il Fondo monetario intemazionale (che detiene la fetta più grossa del debito greco) tutto questo non è bastato.

Il Fondo monetario internazionale ha chiesto una ulteriore riforma delle pensioni che, insieme agli stipendi dei dipendenti statali, costituiscono il 18 percento della spesa primaria della Grecia. E poco importa se mantengono in vita ancora la maggior parte delle famiglie. «Non è possibile raggiungere gli obiettivi di bilancio programmati – sostiene Fmi – senza una drastica riforma delle pensioni». Ma l’impostazione voluta dalla Ue e dal Fmi non tiene conto degli effetti su una Grecia praticamente alla fame.

Grazie alle pensioni pubbliche sopravvivono due terzi del popolo greco e la stragrande maggioranza dei disoccupati. Tagliarle ancora, significherebbe privare i greci del minimo vitale. Non c’è alcuna volontà di salvarli: per il ministro tedesco delle Finanze tedesco, Wolfgang Schäuble, l’uscita della Grecia dall’Europa renderebbe anzi addirittura più solido l’euro. Mentre a parole i politici si spendono per l’unità europea, nei fatti la rinnegano rinegoziando futuri aiuti economici alla Grecia solo in cambio di riforme sociali devastanti.

Attenzione, però: oggi è Atene nel mirino, domani potrebbero esserci l’Italia oppure la Spagna o addirittura la Francia. Per l’Europa, nata come solidale e sociale, conta alla fine solo il pareggio di bilancio, nel nome del quale si sacrificano tutti i diritti, dalle pensioni all’assistenza, alla sanità.

Un assaggio del possibile scenario futuro, i pensionati italiani lo hanno già avuto con il rifiuto da parte del Governo di applicare la sentenza della Corte Costituzionale che riconosceva loro gli arretrati dei mancati adeguamenti Istat.

E questo nel nome di un pareggio di bilancio, messo persino in Costituzione, per il quale si è disposti a sacrificare tutto: diritti acquisiti, pensioni, stipendi degli statali, assistenza sanitaria pubblica e aiuti ai poveri. Roba da far rivoltare nella tomba i padri fondatori dell’Europa unita.

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