Bandiera nera dell’Is sul museo di Palmira, i barbari vogliono spianarla

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L’Is afferma di avere abbastanza denaro per procurarsi un’atomica in Pakistan. Nel frattempo è riuscito ad infiltrarsi dentro il museo di Palmira sul quale ha piantato la bandiera nera come segno di potere sulla città.

Cosa accadrebbe se Venezia cadesse nelle mani dei guerriglieri dell’Is? Quali tesori andrebbero perduti se da straordinario museo a cielo aperto si trasformasse in campo di battaglia prima e in bottino da depredare o, peggio, da radere al suolo poi? È la domanda angosciata che l’antica città siriana di Paimira, da sempre paragonata, per la sua incomparabile bellezza, proprio alla città lagunare, pone a tutti noi.

Sito archeologico dal valore inestimabile, lascito dell’impero romano e crocevia delle carovane tra Sahara e Mediterraneo per secoli, Paimira è Patrimonio dell’umanità dell’Unesco. La “Venezia del deserto” si trova proprio nel cuore della Siria, a meno di 250 chilometri da Damasco, e da settimane è sotto minaccia. Assediata dall’esercito dello Stato Islamico che cerca di allargarsi a sud, dilagando ormai in Iraq, ma soprattutto a nord verso il Mediterraneo. L’Is massacra vittime inermi e distrugge tutto quel che trova sulla sua strada, non solo le chiese, considerate blasfeme dagli integralisti islamici, ma anche ogni simbolo di cultura e arte, com’era accaduto a febbraio con il museo archeologico di Mosul e con la cinta muraria della capitale assira Ninive.

Ora la battaglia con l’esercito siriano lambisce proprio i resti di Paimira, con i combattimenti che sono arrivati fino a un chilometro e mezzo dalle rovine. E anche se per ora il pericolo pare scongiurato, l’orrore, in realtà, è già ben radicato nella zona: lo riporta l’Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria che racconta di un massacro di 23 civili, tra cui nove bambini, in un villaggio proprio vicino a Paimira.

La mente degli storici torna a un’altra strage. Molto lontana nel tempo, ma efferata. Risale a tre secoli dopo Cristo, alla riconquista di Paimira su ordine dell’imperatore Aureliano. La città, colonia romana, aveva rivendicato lo status di impero autonomo. Scrivevano i cronisti dell’epoca: “Non abbiamo avuto pietà delle madri: abbiamo ucciso i loro figli e i loro vecchi e poi abbiamo massacrato gli abitanti delle campagne”. Tale assenza di compassione era dovuta dall’importanza anche simbolica di Paimira per l’impero romano che pure si stava via via disfacendo.

Perché quell’oasi, che proprio alla sua vegetazione di palme e datteri deve il suo nome, veniva per la prima volta citata nei registri dei re assiri conservati nella vicina Cappadocia nel XIX secolo avanti Cristo. Fortificata da re Salomone, come raccontato nell’Antico Testamento, era già allora uno snodo commerciale, oasi di sosta per le carovane in Mesopotamia. Così evoluta anche culturalmente da essersi dotata di un proprio alfabeto, inizia a parlare latino con l’avvento dell’impero che dal 64 avanti Cristo la conquista senza però riuscire mai a saccheggiarla.

Ed è grazie ai romani che la arricchiscono con architetture incredibili che Paimira diventa “la Sposa del deserto’’. La piantina stessa della città viene rivista secondo le regole dell’urbanistica dei conquistatori tanto che tuttora è possibile rintracciare un decumano principale, ovvero un viale sul quale sorgevano tutti gli edifici fondamentali della vita civile. E poi il tempio di Baal, il nome locale per il dio romano Saturno, creatore di tutte le cose e protettore delle acque, che resiste praticamente intatto dal I secolo dopo Cristo. Tanto monumentale che la facciata misura 210 metri e che poi, in epoca araba, fu utilizzato prima come moschea e poi come fortezza.

Proprio di fronte al tempio, c’è ancora un’ampia parte della via colonnata. Larga undici metri, era percorsa da due porticati con colonne alte sette metri. Come in ogni città romana che si rispetti, anche Paimira aveva un teatro: edificato nella seconda metà del II secolo, fino a prima dello scoppio della guerra civile in Siria, vista l’acustica e lo scenario di incredibile bellezza, era ancora utilizzato per spettacoli e concerti. E poi le terme di Diocleziano, l’arco di Settimio Severo, le condotte idrauliche tuttora visibili, l’Agorà, cuore della vita politica e persino il Senato, sede delle istituzioni locali.

Solo parte di questo tesoro è venuta appieno alla luce: gli archeologi infatti si dicono certi che una buona quantità di rovine resti protetta dalla sabbia del deserto. Il resto era tutta fonte di reddito da turismo per la città moderna, che oggi prende il nome di Tadmor (palma, in arabo) e che conta circa 45 mila abitanti, adesso in gran parte sfollati. Il rischio di una catastrofe culturale, oltre che umana, è dietro l’angolo: Irina Bokova, il segretario generale dell’Unesco aveva già definito crimini di guerra le distruzioni di reperti storici in Iraq e in Siria. Ora invoca l’intervento dei Caschi Blu dell’Onu a difesa di Paimira. Basteranno a difendere la nostra antica Venezia del deserto?

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