Caso Mario Bozzoli: L’operaio Ghirardini è morto avvelenato dal cianuro

Fonte: Settimanale Giallo di Laura Marinaro – Giuseppe Ghirardini non è morto per un infarto. È stato avvelenato. L’oggetto trovato nel suo stomaco non è un bacca, non è di origine vegetale. È un involucro rigido, in silicone. È lungo quattro centimetri con un diametro di due e ha la forma di un casoncello (un raviolone lungo e stretto). Dentro c’era un’anima di cianuro, un veleno che è mortale assunto anche in bassissime quantità”. A parlare è il procuratore di Brescia Tommaso Buo- nanno. Le sue poche parole a proposito dello strano oggetto trovato durante l’autopsia nel corpo dell’operaio della ditta Bozzoli, morto al Passo del Tonale dieci giorni dopo la sparizione del suo datore di lavoro, l’imprenditore bresciano Mario Bozzoli, non lasciano dubbi.

QUATTRO QUESITI ANCORA IRRISOLTI Ora gli investigatori devono risolvere quattro questioni. Innanzitutto, devono capire da dove venga quello strano oggetto, fabbricato da mani umane. Poi, bisogna appurare se Ghirardini sia stato avvelenato o si sia suicidato. In ogni caso ormai è chiaro che la sua misteriosa morte sia collegata con la scomparsa dell’imprenditore. Se prima gli investigatori dicevano che probabilmente i due avvenimenti erano legati, oggi, dopo gli esami, irripetibili, effettuati dai Ris la scorsa settimana su quella strana cosa recuperata dai medici legali nel cadavere dell’uomo, non hanno più dubbi. Rimane, infine, un quarto e ultimo interrogativo a cui dare una risposta: come quell’involucro è finito nello stomaco dell’operaio addetto ai forni?

Potrebbe essere stato ingerito con il liquido contenuto nelle due bottigliette trovate accanto al cadavere di Ghiradini? E se dentro non ci fossero acqua e una bevanda energizzante, come parrebbe leggendo le etichette, ma qualcos’altro? È questione di poco, il tempo degli esami tossicologici, e anche a questa domanda probabilmente sarà data una risposta scientifica e incontrovertibile. Ma perché Ghirardini, 50 anni, un figlio di 8, che aveva intenzione di andare a trovare in Brasile il prossimo Natale, ha deciso di uccidersi? O perché è stato ammazzato? Ormai la risposta pare ovvia. L’operaio addetto ai forni della fonderia Bozzoli è stato l’ultimo a vedere vivo l’industriale prima della sua sparizione e forse è stato testimone di qualcosa che non doveva vedere. Da subito si era capito che quella passeggiata in montagna, al Tonale, dove è stato trovato morto, era morto strana.

Perché? Ripetiamolo ancora una volta: fu decisa d’improvviso, in un giorno feriale, sotto una fitta nevicata, nonostante l’uomo fosse atteso dagli amici a caccia e dalla sorella a pranzo e infine, nel pomeriggio, anche dai carabinieri per rendere la sua seconda testimonianza. La sorella non ha mai pensato a una morte naturale, per infarto: Ghirardini era in perfetta salute e tutto lascia supporre che uscì di corsa di casa. Lo ha detto chiaramente Ernestina Ghirardini nella denuncia di scomparsa: c’era il fucile appoggiato a terra, il giubbotto da caccia sul tavolo, i cani non erano stati accuditi, come faceva sempre, ogni giorno. Prima l’operaio pensava a loro, poi a se stesso. Invece, quel maledetto 14 ottobre è uscito senza neppure pulire le loro cucce.

QUELL’ULTIMA ANGOSCIOSA NOTTE Gli inquirenti hanno ricostruito con esattezza anche la lunga notte che precedette il suo ultimo giorno di vita, una notte sicuramente difficile e angosciosa. La passò in piedi, tentando di rintracciare, invano, sul cellulare l’ex moglie in Brasile e scrivendo su Facebook messaggi pieni di ansia. Perché era preoccupato Ghirardini? Che cosa lo ha spinto a prendere l’auto e a viaggiare per due ore fino al Tonale? In attesa di poter dare una risposta incontrovertibile a queste domande, e di trovare prove che confermino i sospetti, le indagini dei carabinieri di Brescia si muovono anche su altri fronti. I tecnici chiamati dalla Procura di Brescia e daU’anatomopatologo Cristiana Cattaneo hanno svuotato i due forni della fonderia Bozzoli, spenti ormai dallo scorso 9 ottobre: l’obiettivo è cercare qualche traccia dell’imprenditore. Per gli inquirenti, infatti, Bozzoli è stato gettato in uno dei due forni, dove le temperature arrivano a 1300 gradi. Ma chi lo avrebbe ucciso? La stessa persona che poi potrebbe aver eliminato Giuseppe Ghirardi- ni, scomodo testimone oculare del delitto?

Intanto, a Marcheno crescono dubbi e sospetti. E dai carabinieri sono finiti anche ex operai della Bozzoli, che avrebbero confermato quanto sostenuto dalla moglie dell’imprenditore, Irene Zubani, ossia che Mario era in lite con suo fratello e i nipoti, che la situazione era tesa. Fondamentale sarebbe stata in particolare la testimonianza di un ex operaio addetto ai forni della ditta di Marcheno. Ha detto l’uomo, che si definisce anche “amico fraterno” di Mario Bozzoli: «La situazione alla Bozzoli, da quando cerano i nipoti di Mario in azienda, era diventata insostenibile, per questo sono andato via, tanto mancava poco alla pensione; Mario e Adelio hanno tentato di farmi cambiare idea, di farmi restare, ma è stato meglio così». Quindi, secondo il testimone, il clima, da quando Alex e Giacomo, i figli di Adelio, avevano preso le redini della parte commerciale e amministrativa dell’azienda, era diventato elettrico tanto da spingere gli operai e i dipendenti più anziani e affezionati a Mario a lasciare il lavoro. Questo testimone, come altri ex operai, avrebbe confermato agli inquirenti la differenza di carattere tra Mario e Adelio: il primo per tutti non era l’imprenditore milionario, ma un collega, che non disdegnava di stare vicino ai forni e di essere amico dei suoi dipendenti, il secondo, invece, teneva l’atteggiamento del boss, da sempre, anche quando la ditta aveva sede a Lodrino e a Marcheno ci si occupava solo di riciclo delle scorie. Quindi a tanti era più simpatico Mario Bozzoli, ma questo basta a trasformare suo fratello in un presunto assassino? Certo che no.

UN DANNO ALLE PIATTAFORME Invece, un altro ex operaio, da anni in pensione, avrebbe raccontato un particolare molto interessante ai carabinieri, prima che i forni venissero svuotati. Ecco le sue parole: «Se si getta nei forni qualcosa che contiene acqua, tanta acqua come un corpo, oltre alle fumate anomale si potrebbero provocare delle esplosioni, che a loro volta producono delle gocce di metallo che perforano la piattaforma. Non credo che possa essere rimasto molto di un cadavere, in un forno che va a 1300 gradi si fonde anche l’acciaio, ma i buchi nella piattaforma, quelli restano». Insomma, secondo l’addetto per capire se c’è stato un omicidio nella ditta, bisognerebbe controllare le piattaforme, se sono danneggiate. Di certo si sarebbe accorto subito di un danno simile Giuseppe Ghirardini, al lavoro la notte in cui Mario Bozzoli sparì. I colleghi lo chiamavano “il mago delle colate”, un vero esperto di forni, oltre che una persona buona e onesta, che ha pianto di fronte ai famiglia- ri quando li ha sentiti parlare della scomparsa del suo amico Mario Bozzoli.

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