mercoledì , 17 gennaio 2018

Caso Mario Bozzoli, parlano le sorelle di Giuseppe Ghirardini: “Nostro fratello è stato ammazzato”

Fonte: Settimanale Giallo di Laura Marinaro – Si può convincere un uomo a prendere una grossa capsula come quella che i medici legali hanno trovato nello stomaco di mio fratello, basta puntargli una pistola alla tempia. Una cosa è certa: Beppe non si è ucciso e noi lotteremo per sapere chi gli ha fatto del male”. A pronunciare queste parole sono Giacomina, detta Mina, e Natalina, due delle quattro sorelle di Giuseppe Ghirardini, l’operaio cinquantenne di Marcheno, in provincia di Brescia, morto poco dopo la scomparsa del suo datore di lavoro, l’imprenditore Mario Bozzoli.

L’uomo, che fu l’ultimo a vedere vivo l’industriale, fu trovato cadavere in montagna, al Passo del Tonale e l’autopsia ha rivelato che è morto avvelenato. Suicidio o omicidio? Le sorelle non hanno dubbi e lo ripetono a Giallo ancora una volta: è stato un delitto. Continuano Mina e Natalina Ghirardini, che parlano anche a nome delle altre due sorelle, Giulia ed Ernestina: «Se tutti i cattivi fossero come nostro fratello, allora ben venga un mondo pieno di persone come Beppe. Su di lui girano pettegolezzi meschini: mio fratello era una brava persona, non avrebbe mai fatto male a nessuno».

Le sorelle Ghirardini si riferiscono a quanto ha dichiarato un operaio della Bozzoli agli inquirenti, ovvero che Beppe aveva litigato con Mario Bozzoli. Continuano Mina e Natalina: «Per fortuna siamo riuscite a contattare quell’operaio prima che ripartisse per l’Africa. Ci ha spiegato che le sue dichiarazioni sono state fraintese: si era limitato a descrivere la situazione tesa che c’era in azienda, come hanno fatto tanti altri, e a dire che Beppe ne soffriva. Nostro fratello, però, non aveva perso il buon umore: scherzava con tutti e prendeva in giro tutti… Il lavoro in fonderia è pesante e fare qualche risata ogni tanto faceva bene anche ai suoi colleghi.

Inoltre, mio fratello non era solo addetto ai forni, si occupava del muletto, preparava le casse di materiale già pronto per essere spedito. Insomma, le sue mansioni cambiavano e lui le svolgeva tutte con impegno». Le sorelle Ghirardini, per dare una spiegazione alla morte del loro Beppe, hanno cercato di capire se avesse qualche inimicizia in azienda. Non hanno trovato una sola persona che avesse antipatia per lui. Hanno anche ricostruito minuto per minuto il giorno 14 ottobre, quello in cui Beppe è uscito in fretta e furia e si è diretto al Tonale dove poi è morto, e quell’8 ottobre, quando invece a sparire fu il suo datore di lavoro.

Dicono le quattro donne: «La sera della scomparsa di Mario Bozzoli, nostro fratello era di turno e quindi incontrò in azienda la moglie di Bozzoli, Irene Zubani, e suo figlio Claudio. Erano andati a cercare Mario perché non era mai arrivato al ristorante dove lo stavano aspettando. All’inizio la notizia non l’aveva preoccupato più di tanto, ma il giorno dopo, quando seppe che l’imprenditore non era stato rintracciato, allora cominciò a essere in pena per lui.

So che dopo la visita alla caserma dei carabinieri, andò in ditta a timbrare il cartellino e lì ebbe una discussione accesa. Vide che nonostante la scomparsa di Mario, tutti i dipendenti erano regolarmente al lavoro, così come il fratello di Mario, Adelio Bozzoli, e i nipoti. Beppe, che era un uomo di cuore, si infuriò. Disse ai colleghi: “Ma siete matti a lavorare come se niente fosse? Mario non si trova e voi a lavorare… Io vado a casa”. E così fece, era dispiaciuto… Ma si sa, Adelio e i suoi figli hanno in mente solo il lavoro… In ogni caso, poi, Beppe ha continuato a fare la sua vita di sempre».

“SULLE LABBRA AVEVA UN LIQUIDO OLEOSO” Le parole di Giacomina e Natalina sono confermate da altre testimonianze, quella per esempio di Nicola Loda, con cui Ghirardini andò a caccia quello stesso fine settimana. Gli amici lo videro sereno. Precisano le sorelle: «Sebbene quel fine settimana i Ris avessero chiesto agli operai di andare in azienda a riempire i sacchetti di scorie provenienti dai forni, mio fratello preferì andare a caccia con gli amici. Fu anche rimproverato per questo». Insomma, dopo la sparizione di Bozzoli, Ghirardini era tranquillo, non aveva modificato le sue abitudini. Quanto al giorno in cui è morto, invece, Beppe aveva un secondo appuntamento con i carabinieri, alle 14.

Continuano Mina e Natalina Ghirardini: «Ernestina, nostra sorella, che viveva accanto a lui, lo vide uscire in fretta e furia alle 9 del mattino. Beppe salutò nostro cognato che era alla finestra e disse: “Vado a prendere le sigarette”. Poi più nulla. Ernestina lo ha cercato all’ora di pranzo, ma lui non ha mai più risposto. L’autopsia ha rivelato che era morto quello stesso pomeriggio… Inizialmente tutti abbiamo pensato a un malore, a un incidente, persino a un infarto, visto che in famiglia soffriamo di cuore». Quando, però, i carabinieri hanno comunicato loro che Beppe era morto avvelenato, hanno subito collegato il suo decesso alla scomparsa di Bozzoli e hanno pensato a un omicidio.

È stata Natalina a riconoscere il cadavere. Ricorda la donna: «Non aveva lividi o ferite sul corpo che potessero far pensare a un litigio, ma ribadisco: perché uccidersi con del veleno e non spararsi con i suoi fucili? Inoltre, i carabinieri hanno perquisito la sua casa e hanno cercato ovunque altre capsule di veleno. Volevano capire se magari ne tenesse a casa una confezione, ma non hanno trovato nulla. Io sono certa: non è salito da solo su quella montagna, non aveva mai tenuto in casa del cianuro e non aveva intenzione di (uccidersi. Anzi, era eccitato all’idea di rivedere suo figlio dopo cinque lunghi anni. Ci raccontava sempre che al telefono Lorenzo lo chiamava “il mio pai,” perché in brasiliano pai, vuol dire papà. Le sue ultime parole al bimbo sono state: «Ci vediamo a Natale».

Tutta la famiglia era felice di rivedere il piccolo. Mi sembrano sufficienti queste considerazioni per scartare l’ipotesi del suicidio. E speriamo che gli inquirenti ci diamno retta… Ma se Beppe Ghirardini è stato ucciso, chi potrebbe averlo eliminato e perché? Risponde a questa domanda ancora Natalina: «Sappiamo solo che l’assassino ha fatto un lavoro pulito, da professionista. E ci aspettiamo molto dagli esami che i Ris hanno fatto nei giorni scorsi sulla sostanza oleosa trovata sulle labbra di mio fratello e sul tappo della bottiglietta che aveva con sé.

Potrebbe trattarsi di un altro tipo di veleno o magari di una sostanza che è stata utilizzata perché Beppe inghiottisse più facilmente la capsula di cianuro». Le sorelle Ghirardini, infine, vogliono ricordare chi era davvero Beppe: «La sua vita era semplice, fatta di lavoro, caccia e camminate in montagna, che adorava. Siamo una famiglia numerosa, Beppe era il sesto figlio, l’unico maschio, era il più coccolato. Il Natale che sta arrivando per noi sarà un incubo. E dire che avevamo programmato una bella festa, piena di allegria, per il nostro nipotino…». La famiglia di Beppe non ha mai avuto contatti con i Bozzoli, né loro li hanno mai cercati. Concludono le due sorelle: «Capiamo il dolore della moglie di Mario e non vogliamo caricarla anche della nostra sofferenza. Noi almeno abbiamo una tomba su cui piangere… ».

“NON ABBIAMO MAI INCONTRATO I BOZZOLI’ Sul fronte dell’inchiesta, la Procura sta indagando per capire la provenienza delle capsule di cianuro che hanno ucciso Ghirardini. Ci sono delle imprese che lavorano con questo veleno, ma necessitano di un’autorizzazione speciale. Nessuna ditta in provincia di Brescia la possiede. Riguardo alla scomparsa di Bozzoli, purtroppo non ci sono novità. Le sorelle Ghirardini si sono fatte un’idea precisa anche di quello che potrebbe essergli successo: «La Procura è convinta che sia stato gettato in uno dei forni. Abbiamo indagato e scoperto che è quasi impossibile. Se si getta un corpo nel forno, anche chi lo butta viene investito dal fuoco. Dunque, anche questo è un mistero. Non ci resta che confidare negli inquirenti, perché arrivino presto alla verità!».

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