Emanuela Orlandi: I racconti dell’amante di De Pedis aprono nuovi scenari sul caso

1

SE davvero chiuso il caso di Emanuela Orlandi? Soprattutto: e se fosse stata davvero la banda della Magliana, con la complicità dell’arcivescovo Paul Marcinkus, il presidente dello lor, ovvero la banca del Vaticano, a rapire ormai 32 anni fa la 15enne figlia del postino personale di papa Wojtyla? La procura di Roma in queste settimane ha chiesto che vengano archiviate le posizioni dei cinque indagati nell’inchiesta-bis sul sequestro, aperta dopo le clamorose dichiarazioni di Sabrina Minardi, l’ex amante di Enrico De Pedis detto Renatino, leader della Banda della Magliana.

Tuttavia, sono gli stessi magistrati, nella loro richiesta di archiviazione, a sottolineare che sono stati trovati riscontri alla pista “Banda della Magliana”, anche se non ci sono prove sufficienti per incastrare i sospettati. Ora dovrà decidere il giudice. La famiglia Orlandi chiede agli inquirenti di andare avanti, affinché si arrivi quantomeno a un processo. Tanti i punti interrogativi, ma anche alcune certezze.

Mentre resta ancora fitto il mistero sul motivo per cui Renatino fu seppellito nella cripta monumentale della basilica di Sant’Apollinare, quella stessa piazza frequentata da Emanuela. Perché lì aveva sede il conservatorio dove lei prendeva lezioni di flauto. Fu proprio a Sant’Apollinare che la ragazzina fu vista viva l’ultima volta. Non a caso, insieme all’ex amante di De Pedis e a tre malavitosi, per il sequestro è indagato pure monsignor Piero Vergari, all’epoca reggente di Sant’Apollinare.

Qui di seguito ricostruiamo alcuni dei punti chiave emersi nelle indagini attraverso stralci dell’interrogatorio proprio di Sabrina Minardi, in qualche modo coinvolta in questa vicenda triste e misteriosa che a distanza di tanti anni continua a cercare disperata-mente una soluzione. “Lei continuava a dire… ‘mamma, mamma, ma dove mi porti?’, lo le dico sì, ma non lo so tesoro… mo ci vai da mamma. Poi la lasciai in mano a uno con una tunica tutta allacciata davanti e un cappelletto in testa di quelli da prete…”.

E questo uno dei passaggi cruciali di uno dei tanti interrogatori fiume fatti a Sabrina Minardi, ex prostituta. “Renato c’entra con il rapimento”, ha aggiunto ancora la Minardi nell’interrogatorio davanti ai poliziotti, “lo so per certo. Perché Emanuela la portai io da una parte all’altra. Me la portarono dove sta il bar Gianicolo. E io la portai da lì con un Bmw fino a sotto dove fanno benzina per il Vaticano. Lì c’era una Mercedes scura da cui è uscito quello vestito da prete.

Renato era ricercato e non poteva guidare e così mi disse: ‘Accompagna sta ragazzina giù’. Quando è salita in macchina mi ci sono messa a parlare. Porella… rideva, piangeva, stava sotto psicofarmaci sicuramente”. “Non è stato fatto un sequestro a scopo di soldi. E stato fatto un sequestro diciamo, indicato da… mo ecco te lo dico: monsignor Marcinkus”, dichiara ancora la Minardi. “E secondo te Marcinkus c’entra con Emanuela?”, le ha chiesto durante l’interrogatorio un poliziotto. “Come no”, risponde ancora Sabrina, “come se volessero dare un messaggio a qualcuno…

La decisione era partita da alte vette. Tipo monsignor Marcinkus era stato a chiedere, ma perché non lo so. A parte che quello era un maiale schifoso. Cioè io gli ho portato pure delle ragazze e ci ha fatto sesso”. “Ma quindi tu pensi per Emanuela è una questione di sesso?”, interviene ancora il poliziotto. E lei: “Era una cosa diversa. Ci stava in mezzo pure un altro che era mio cliente quando facevo la prostituta, Flavio Carboni (noto faccendiere processato e assolto per l’omicidio del banchiere Roberto Calvi, pure lui legato allo Ior, ndr) che stava attaccato a Marcinkus. E ci stava in mezzo Roberto Calvi.

Hanno usato la banda per rapire Emanuela come l’hanno usata per ammazzare Calvi”. Ci sono riscontri logici e riscontri oggettivi nella ricostruzione che fa Sabrina Minardi, testimone ritenuta dagli inquirenti però soltanto in parte attendibile, visto che dopo le prime deposizioni ha iniziato a essere incoerente, mischiando, forse perché nel frattempo minacciata, probabili verità a ricordi confusi che hanno finito per affossare l’inchiesta.

Innanzitutto Emanuela, sempre secondo la Minardi, fu tenuta prigioniera in un sotterraneo nel quartiere Monteverde, un labirinto di cunicoli da cui si accedeva passando per la casa di una donna anche lei malavitosa, amante di Danilo Abbruciati, un altro dei capi della storica banda. E Abbruciati è il bandito che più di tutti aveva rapporti con la mafia e con Roberto Calvi, il presidente del Banco Ambrosiano, poi assassinato a Londra, in affari sporchi con Marcinkus.

Inoltre il marito dell’amante di Abbruciati era un grosso pregiudicato coinvolto in passato in numerosi sequestri di persona. C’è poi la figura di uno dei più grandi usurai della Roma dell’epoca, tale Luciano Mancini, detto “er Principe”, secondo gli inquirenti comunque legato al boss di Cosa Nostra Pippo Calò. I pm scrivono che Luciano Mancini “era l’autista di Marcinkus”. Infine le dichiarazioni, seppur vaghe, di alcuni collaboratori di giustizia come Antonio Mancini, detto l’Accattone.

“Sapevo che Emanuela era robba nostra”, ha detto il pentito. Ma nascondeva così tanti segreti la Banda della Magliana? Un altro stralcio dell’interrogatorio di Sabrina svela un particolare sconvolgente. “Ho avuto un bambino da Renato. Ma io non ero la sua donna. Io ho fatto tantissimi aborti ma lui mi impedì di andare ad abortire. Renato mi fece partorire alla clinica Villa Gina (diventata anni fa tristemente famosa perché venivano praticati aborti clandestini, ndr) e quando il bambino c’aveva sei mesi me l’ha portato via. La donna di Renato, Carla, non poteva avere figli e così credo che Labbia cresciuto lei, Io l’avevo chiamato Alessandro. Non so se lui ha avuto il coraggio di registrarlo come Alessandro De Pedis…”.

1 COMMENT

  1. Nella richiesta di archiviazione, è bene essere precisi, c’è scritto che le dichiarazioni della Minardi “testimone sicuramente diffcile, a causa della sua tossicodipendenza e delle pessime condizioni di salute fisiche e mentali, hanno sotto alcuni profili, trovato parziali riscontri: tuttavia, occorre rilevare come tali elementi di natura indiziaria, in ragione dei limiti di carattere oggettivo e soggettivo che li inficiano, non consentono certamente di ritenere provata la responsabilità” degli indagati.
    Tradotto: testimone non sufficientemente attendibile, indizi parziali al suo racconto e quindi insufficienti perché sia ritenuto credibile. Per non parlare del movente dell’ipotetico rapimento: “come se volessero dare un messaggio a qualcuno” un pò troppo vago, può essere tutto e il suo contrario. Difficile credere che il capo dello Ior, con tutti i capitali che gestisce e non solo abbia bisogno di far rapire una ragazzina per ricattare qualcuno.

Rispondi o Commenta