Expo Milano chiude i battenti: Tutte le curiosità e i numeri dell’esposizione

Expo è finito, evviva Expo. All’indomani della chiusura dei tornelli dell’Esposizione internazionale, che ha fatto di Milano il centro del mondo per sei mesi, non si può che decretarne il successo. Contenti tutti: addetti ai lavori e istituzioni che ora pensano al dopo, a quale progetto disegnare sull’area-cittadella una volta smontati i padiglioni, cercando di sfruttare l’onda positiva del consenso che Expo ha generato. Contenta soprattutto la gente. Expo 2015 è stato infatti un maxi evento popolare: ha smosso più di 21 milioni di persone (oltre le aspettative che puntavano a 20), di cui quasi la metà negli ultimi due mesi, con punte record di affluenza di 272 mila ingressi in un giorno e code ai padiglioni di sette ore (come quelle per visitare casa Giappone, al top delle preferenze). Nonostante la ressa, la maggior parte dei visitatori è uscita soddisfatta, come al concertone della rockstar preferita, dove non conta tanto che cosa hai visto, e se hai visto bene, ma esserci stato.

In questi sei mesi il Decumano, la strada maestra di Expo, è stato anche un lungo red carpet: si sono avvicendate personalità della politica, della cultura, dello spettacolo. Dalla first lady americana Michelle Obama alla regina Letizia di Spagna, dal premier Matteo Renzi al presidente russo Vladimir Putin, passando da Bono degli U2, dal regista Francis Ford Coppola, fino a Giorgio Armani, Al Bano, Morandi e la Nannini. «Dal punto di vista dei numeri e non solo», ha detto il ministro della Pubblica amministrazione Maria Anna Madia, «Expo è stata una scommessa vinta».

11 successo si misura con i numeri. Si era parlato di enormi costi di investimento per costruire Expo: 1,2 miliardi per il sito, 160 milioni per comprare i terreni, 960 milioni per la gestione. Ed è recente la polemica per quanto si è sborsato per bonificare l’area a nord-ovest di Milano, 110 ettari che prima erano costituiti da campi incolti, con giacimenti di amianto: 72 milioni di euro a fronte di un preventivo di 6. Ma la città di Milano, la Lombardia e anche l’Italia ci hanno guadagnato. Si paria di un impatto sul Pii di 10 miliardi di euro, della creazione di 190 mila posti di lavoro oltre ai benefici intangibili come il rafforzamento degli scambi internazionali. E ci sono anche eredità morali.

I 21 milioni di visitatori hanno prodotto circa 17 mila tonnellate di rifiuti e ogni giorno 150 operatori ecologici pulivano le aree comuni, ma un obiettivo importante è stato raggiunto, a futuro esempio: il 70 per cento dei rifiuti è stato riciclato. «Una manifestazione come questa», ha detto Giuseppe Sala, commissario unico di Expo 2015, «ha il dovere di diffondere questo tipo di messaggi e di promuovere azioni positive nei confronti dell’ambiente e dell’economia».

Anche per il cibo è stato fatto un piano anti-spreco. Gli avanzi delle circa 400 mila tonnellate di prelibatezze prodotte o circolate sono stati donati alle mense della Caritas diocesana. Quaranta chef stellati hanno mostrato come preparare fantastici menu a partire dagli avanzi, Massimo Bottura in testa, che ha servito queste delizie al Refettorio Ambrosiano. Il cibo, appunto, grande protagonista dell’Esposizione. Ognuno dei 130 Paesi presenti ha proposto le proprie ricette e specialità con alcune curiose novità. Al padiglione dello Zimbabwe si potevano assaggiare il crocoburger e lo zebraburger, ossia panini ripieni di carne di coccodrillo e di zebra, ma anche carne di serpente e lo sconosciuto frutto del baobab. E il Belgio, unico Paese europeo con l’Olanda ad avere una normativa per l’allevamento degli insetti, ha mostrato quanti e quali squisitezze si possono cucinare con camole della farina, grilli, locuste e coleotteri. Non solo sono molto nutrienti, ma potrebbero essere una valida soluzione per far fronte alla crescita demografica e alla fame in alcune parti del mondo.

Expo chiude i battenti, ma molte questioni alimentari rimangono aperte. Per questo è stata scritta la Carta di Milano, un patto tra istituzioni, imprese e cittadini che elenca diritti e doveri dell’umanità riguardo al cibo. Il senso della Carta è che ognuno può contribuire a risolvere i problemi globali, impegnandosi a essere responsabile e a lasciare alle generazioni future un mondo sano e sostenibile. La Carta, che è stata sottoscritta da un milione di persone, tra cui Papa Francesco e il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, è stata consegnata a Ban Ki-moon, segretario generale delle Nazioni Unite, in una cerimonia in cui era rinchiuso il senso di tutta la rassegna. Che rimarrà anche nei ricordi e nei feticci. Sono stati gli stessi visitatori a fare di alcuni souvenir di Expo veri cult, come si dice oggi: per esempio, il copricapo a cono del Vietnam che proteggeva dalla canicola estiva e dalle prime piogge autunnali durante le bibliche code, oppure il “passaporto Expo” con i timbri dei padiglioni visitati.

Dal 1° novembre partirà su eBay l’asta dei ricordi: i Paesi che non ricicleranno in patria i propri padiglioni ne metteranno in vendita gli arredi, le installazioni e i pezzi di design. Ad esempio, il Brasile offrirà sedie, panche, oggetti multimediali, mentre la Svizzera venderà i cubetti di sale che tanto piacevano ai visitatori durante l’evento.
Dopo la chiusura dell’area non saranno lasciate morire le innumerevoli piante che popolano il sito. A proposito: quale è stato l’albero simbolo di Expo 2015, Albero della Vita a parte? Oltre all’enorme noce piazzato in mezzo a Padiglione Italia, il pubblico si ricorderà di sicuro delle coltivazioni sulle pareti laterali di Stati Uniti e Israele o il bosco di oltre 12 mila piante allestito nel padiglione austriaco. Un patrimonio botanico che andrà ad arricchire e a rendere verdissimi i tre scenari più probabili del dopo Expo: un enorme campus universitario, l’insediamento di una Silicon Valley come piacerebbe ad Assolombarda e Crea (Consiglio per la ricerca agroalimentare), una cittadella dei servizi pubblici. Comunque vada, siamo già nel futuro. Expo chiude, ma non finisce.

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