Fabrizio Corona avrà l’occasione di aiutare gli altri e sei mesi di tempo per dimostrare che non deve tornare in cella

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Non si può certo dire che Fabrizio Corona sia stato un imputato e un carcerato simpatico. Tutta la sua storia ha il sapore del “troppo”. Troppo visibile, troppo arrogante, troppo provocatore. Ma al di là di questi “troppo” è fuor di dubbio che la condanna ad alcuni appariva abnorme: 13 anni e 2 mesi per vari reati tra cui bancarotta, frode fiscale e tentata estorsione. Secondo il sentimento comune, non si possono totalizzare anni di detenzione analoghi a quelli di un assassino per aver fatto qualche foto di troppo, e per aver commesso infrazioni di tipo fiscale e aziendale. Anche per questo molti hanno accolto con favore la decisione del magistrato, presa pochi giorni fa, di concedergli la possibilità di scontare la pena fuori dal carcere con l’affidamento ai servizi sociali, precisamente alla Comunità Exodus di don Antonio Mazzi.

Questo ragazzo, tiglio di Vittorio, brillante giornalista, pieno di tatuaggi, con in mano sempre un taccuino scarabocchiato e la forma fisica di un dio greco, ha avuto tanta protervia e tanta arroganza da esporre fuori dalla cella le proprie mutande che ha poi venduto sul web. Un atteggiamento questo che non gli ha giovato. Ma come spesso accade, dietro forme di narcisismo estremo si nascondone fragilità: nel suo caso un disturbo psicotico. Credo che un simile disturbo non possa che aggravarsi in carcere, e potrebbe anche portarlo a compiere gesti autolesionisti. Meglio una casa circondariale. Corona è stato quindi affidato alla comunità Exodus, dove si trovano altri nove ragazzi, ex tossico-dipendenti e ex carcerati.

Nonostante abbia promesso al suo avvocato di non fare più colpi di testa e di non dare spettacolo, e addirittura di non avvicinarsi mai troppo alla finestra della sua stanza, a Fabrizio Corona è rimasta la tendenza alla comunicatività. E lui comunica attraverso i social network. Appena entrato

in comunità, Fabrizio ha postato una foto con i suoi amici più fedeli. Un selfie che ha fatto il giro del web, e che ha ottenuto migliaia di consensi da parte dei suoi followers. Un selfie rivela più di mille parole la personalità di una persona. Per Fabrizio Corona potrebbe valere l’esito di una ricerca della Ohio State University, secondo cui gli uomini che si ritraggono da soli con lo smartphone sono narcisisti, egoisti e antisociali: gli uomini ossessionati dall’autoscatto presentano tratti psicopatici legati all’aggressività, che possono sfociare nella depressione. Insomma, la prima attività pubblica di Fabrizio Corona è rivelatrice, e dà ragione al giudice che lo ha scarcerato.

Nella comunità Exodus dovrebbe restare per cinque anni, fino al 2021. Ma il giudice controllerà fra sei mesi se la decisione di scarcerarlo sia stata proficua, o meno, e in caso di giudizio negativo dovrà rientrare in carcere. In ogni caso Corona non può neanche uscire dalla comunità di Lo-nate Pozzolo, nel Varesotto. Potrà uscire solo nel caso dovesse trovare un lavoro. E già si parla di che cosa possa fare l’ex manager fotografico. Qualcuno parla di Corona in veste di insegnante di fotografia, qualcun altro lo vede come consulente per ex drogati che devono rifarsi una vita nella realtà, anche se lui stesso deve ritrovare un equilibrio che ha perso, dopo oltre due anni di detenzione.

Di detenuti meno eccellenti con fragilità simili ce ne sono molti, ma questa non è una buona ragione per non affrontare il caso Corona, che è sicuramente più clinico che criminale. Gli anni che dovrebbe trascorrere in stato di detenzione sfiorano i dieci. Chissà come verranno impiegati. La speranza è che quell’energia psichica piena di entusiasmo e volontà di autoaffermazione possa indirizzarsi al bene, cioè essere grandi nelle cose buone come si era stati grandi nelle cose meno buone. Che quell’energia diventi una capacità di ascoltare e amare gli altri, amarli davvero, soprattutto quelle persone fragili che sono oggetto di disattenzione e di irrisione ma che oggi sono per Corona compagni di strada. È questo il suo cammino di verità.

L’APPLICAZIONE DELLA LEGGE PUÒ’ ESSERE INGIUSTA

La vicenda Corona simboleggia la massima latina “summum ius, summa iniuria”, che vuole significare che l’applicazione fredda e letterale della legge può a volte determinare una grande ingiustizia sostanziale. Nel caso di Corona non si può affermare che i giudici abbiano errato nell’applicazione delle regole del diritto. Si può tutt’al più non essere d’accordo sulla quantità di pena inflitta, che è discrezionale. Ma la discrezionalità è prevista proprio dal sistema delle pene. Ciò che si può dire, invece, è che l’esito della sua storia giudiziaria cozza contro il comune sentire che, quasi unanimemente, ritiene ingiusta sostanzialmente una pena così pesante per reati che non sono sentiti così gravi come altri che determinano le medesime pene. In sostanza si vuol dire che Corona meritava pure, a causa della sua spericolata e trasgressiva condotta, una punizione adeguata, ma la sensibilità della maggioranza delle persone l’ha sentita come non corrispondente a criteri di giustizia. Grande merito per la sua scarcerazione va ai colleghi Ivano Chiesa e Antonella Calcaterra che, con sapienza e dedizione, hanno raggiunto un risultato quasi insperato.

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