Garlasco, Omicidio Chiara Poggi, Alberto Stasi oggi la sentenza della Cassazione

La Corte ha condannato Alberto Stasi per l’omicidio di Chiara Poggi sulla base di una motivazione gravemente viziata, oltre che costellata da macroscopiche violazioni sia dei diritti fondamentali dell’imputato sia della legge processuale penale. Non ve chi non veda l’abnormità delle conseguenze generate da certe argomentazioni disancorate dalla realtà dei fatti II provvedimento, come una macchina del tempo, ha riportato indietro le lancette del processo, riesumando argomentazioni e sospetti investigativi che erano stati del tutto sconfessati da accertamenti peritali e da dati testimoniali che la Corte ha costantemente ignorato. Anche ciò che era certamente prova a discarico di Stasi riesce incredibilmente a trasformarsi in un giudizio di compatibilità con la responsabilità dell’imputato”. Con queste pesantissime parole gli avvocati di Alberto Stasi, Angelo Giarda e Antonio Albano, hanno presentato ricorso in Cassazione contro la condanna a 16 anni del loro assistito. La scorsa settimana gli avvocati hanno anche aggiunto una serie di motivi nuovi per cui, a loro parere, la condanna ad Alberto Stasi va annullata.

Il processo si tiene proprio in questi giorni in Cassazione, che secondo il codice penale è il terzo e ultimo grado di giudizio. Ma che cosa hanno contestato gli avvocati di Stasi ai giudici, nel dettaglio? Vediamolo insieme. L’ora della morte. Chiara Poggi fu aggredita in casa la mattina del 13 agosto 2007. Ma a che ora? I pareri sono discordanti, anche perché alcuni dati necessari per stabilirlo non ci sono: quando venne fatta l’autopsia, infatti, nell’obitorio dell’ospedale di Vigevano mancava una pesa. Il peso della vittima è fondamentale per stabilire l’ora esatta della morte. Si dovette dunque calcolare il peso di Chiara a occhio.

Prima l’accusa stabilì che Chiara era morta tra le 10.30 eie 12. Poi, quando si capì che per quell’orario Alberto Stasi aveva un alibi perché fu stabilito che dalle 9.35 lavorò al computer in casa, l’accusa cambiò idea e anticipò l’orario della morte di Chiara tra le 9.12 e le 9.35. Per i giudici questo orario è diventato certo e “pacifico”. Per la difesa di Stasi, invece, il cambio di orario è stato costruito a tavolino solo per incastrare il ragazzo. Il giuduce d’appello, poi, ha preso per buona la tesi dell’accusa e ha dato per certo che fosse proprio di Alberto Stasi la bicicletta nera da donna vista da due testimoni, quella maledetta mattina, appoggiata davanti a casa Poggi. Secondo la difesa, invece, nessuna delle bici in uso alla famiglia corrisponde davvero alle descrizioni delle
due donne. Ma il giudice non ha tenuto conto di queste differenze, e non ha nemmeno voluto riascoltare le testimoni.

Ci sono poi le impronte a pallini lasciate dall’assassino in casa, fatte dalle suole di due scarpe di marca Frau. Ma non risulta che Stasi possedesse scarpe del genere. Non c’è alcuna foto, alcun documento, alcuna testimonianza che lo provi. E, a proposito di sangue. La sentenza di condanna si basa soprattutto sul fatto che Alberto Stasi non potesse non calpestare le macchie di sangue in casa Poggi, perché erano ovunque. «Vero», dice la difesa. Ma aggiunge: le perizie hanno stabilito che le macchie di sangue erano certamente tutte secche. Stasi le ha calpestate e le sue suole possono aver sì trattenuto polvere di sangue, ma anche averlo rilasciato.

Stasi, infatti, ha camminato con quelle scarpe a lungo: gliele hanno sequestrate 18 ore dopo il ritrovamento del corpo di Chiara. Lo stesso, dice la difesa, vale per quel che riguarda il tappetino dell’auto, risultato anch’esso pulito: è stato sequestrato una settimana dopo la morte di Chiara, troppe variabili possono essere intervenute. Non può considerarsi una prova. Così come non c’è alcuna traccia né documento del fatto che Stasi avesse graffi sul braccio. Non solo, ma c’è addirittura una testimonianza che lo nega senza dubbio: il medico del 118 che misurò la pressione di Stasi poco dopo la morte di Chiara, infatti, non vide graffi. Una testimonianza a favore di Stasi, ignorata dai giudici. E, d’altra parte, non c’era il dna di Stasi sotto le unghie di Chiara, quelle stesse unghie che avrebbero dovuto provocare i graffi. Insomma, per la difesa non ci sono prove che Alberto sia l’assassino e la sua condanna è un’ingiustizia.

  Il procuratore generale Cedrangolo ha sottolineato «la debolezza dell’impianto accusatorio» nell’articolata requisitoria ha scandagliato punto per punto gli indizi che hanno portato la corte d’appello di Milano lo scorso anno, dopo il rinvio della Cassazione, ad emettere la condanna. «In questa sede non si giudicano gli imputati ma le sentenze. Io non sono in grado di stabilire se Alberto Stasi è colpevole o innocente. E nemmeno voi» ha detto il pg rivolgendosi al collegio, «ma insieme possiamo stabilire se la sentenza è fatta bene o fatta male. A me pare che la sentenza sia da annullare».

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