Giubileo dei giusti,aperta la porta Santa in mondovisione e per la prima volta in versione ultra HD

Una vera grande novità quella annunciata nella giornata di ieri, ovvero per la prima volta nella storia delle celebrazioni papali, le riprese che verranno effettuate durante il Giubileo saranno realizzate nel formato Ultra 4k.La notizia è stata annunciata dal Mons.Dario Edoardo Viganò, Prefetto della Segreteria per la Comunicazione, il quale ha dichiarato:

“Sfrutteremo tutte le potenzialità del formato; noi dobbiamo tenere in buona considerazione certamente gli ultimi, ai quali dobbiamo inviare un segnale in standard definition ma non dobbiamo dimenticare anche le nazioni più evolute tecnologicamente. Stiamo mettendo in archivio per i secoli a venire un patrimonio storico importantissimo e vale la pena di farlo in 4K”.

L’evento dell’8 dicembre sarà trasmesso in diretta su maxi schermi piazzati nel carcere di San Vittore a Milano e all’Ospedale Gemelli, e probabilmente anche in Terra Santa, a Gerusalemme o a Betlemme. Attivi tre super satelliti in campo per la cerimonia di apertura dell’8 dicembre che a partire dalle ore 9,30, e che trasmetteranno le immagini dell’apertura della Porta Santa per la prima mondovisione via satellite in Ultra Hd della storia.

“La capacità dell’HDR di riprendere la realtà come la vedono i nostri occhi è certamente un’opportunità importante per consentire ai fedeli e agli spettatori di tutto il mondo di partecipare agli eventi del Santo Padre in modo ancora più immersivo e coinvolgente”, ha precisato Mons. Dario Edoardo Viganò.

E’ stato emozionante vedere papa Francesco aprire la porta santa di Bangui, nella Repubblica Centrafricana. In quel momento, tutte le persone del mondo hanno scorto nella porta della cattedrale di Nostra Signora dell’Immacolata Concezione, la porta della propria parrocchia. Un messaggio meraviglioso, di grande speranza, il modo più bello per inaugurare, con una settimana di anticipo, il Giubileo straordinario della misericordia.

Francesco è in perfetta linea di continuità con i Papi che lo hanno preceduto. Penso a Paolo VI, che ha inaugurato i viaggi apostolici nel mondo, oppure a Giovanni Paolo II. Ma, soprattutto, Francesco prosegue su quel profondo interesse che i Pontefici hanno sempre avuto per l’Africa, per la povertà di quel continente, per i suoi drammi, per la violenza che ancora continua a incendiare i popoli. Esiste, però, anche un elemento di discontinuità. Essa sta nel fatto che Francesco non ha voluto aprire la porta santa a Roma, a San Pietro, ma a Bangui, una delle tante periferie del mondo. È una scelta in armonia con quanto sta dicendo dal giorno della sua elezione: il suo desiderio di una Chiesa povera, attenta alle periferie esistenziali, una Chiesa che deve essere molto di più del Vaticano o di Roma. Forse perché viene lui stesso da un altro continente, papa Francesco vuole stimolare i cristiani ad allargare gli orizzonti, a considerare la Chiesa nella sua universalità e non relegata in una sola città. Anche per questo motivo, credo, ha scelto l’Àfrica per questo viaggio. Un viaggio pieno di messaggi e significati.

Il Papa è stato in Kenya. Una tappa emotivamente forte visto quello che il Paese sta vivendo a causa della guerra, con il martirio dei cristiani. Poi è stato in Uganda, dove ha evidenziato drammi come quello dell ’ Aids o dei bambini soldato. Teniamo presente, però, che in Uganda la presenza della Chiesa è molto forte, ci sono circa mille progetti attivi di collaborazione anche tra la stessa Chiesa e lo Stato. Il punto più difficile, quindi, era proprio la Repubblica Centrafricana. Lì i cattolici sono una minoranza, quello è un Paese poco sicuro anche perché caratterizzato da tensioni interreligiose e violenti scontri. Ma Francesco doveva esserci. Aveva deciso di andarci e non ha voluto sentire ragioni (ci sono stati imponenti misure di sicurezza per il suo arrivo), facendo capire chiaramente che la vita va avanti e si deve fare ciò che si ritiene giusto. Il Papa ha voluto che proprio lì, nel cuore di una realtà delicata e rischiosa, fosse aperta una porta santa. E questo ha un significato enorme. E la periferia che diventa il centro. È il messaggio che grida: di fronte a Dio nessuno è ultimo, siamo tutti unici!

Qualche tempo fa è stato chiesto a Papa Francesco quale fosse Faspetto del suo ruolo e della sua missione che più preferisce. Lui aveva risposto con una disarman­te semplicità: fare il parroco. Francesco è davvero il parroco del mondo. E vive a 360 gradi in questa dimensione. Ecco perché ha voluto un Giubileo straordina­rio, cioè al di fuori del normale computo di un anno santo, > >> che è ogni venticinque anni. Lo ha indetto a cinquant’anni di distanza dalla fine del Concilio Vaticano II, che ha segnato un epocale cambiamento nella Chiesa. E lo ha inaugurato con l’apertura di una porta santa in una cattedrale lontana, non a San Pietro. Inoltre, Francesco ha chiesto che tut­te le diocesi del mondo abbiano una porta santa, anche in luoghi simbolici di povertà, di periferia. In quest’ottica, la porta santa diventa un simbolo, un passaggio dove poter entrare in un cammino di rinnovamento, dove con­siderare l’anno santo come un’occa­sione da cogliere per vivere il perdo­no con se stessi, con gli altri e con Dio. Ecco allora che la porta santa di Ban­gui acquista un significato importan­tissimo. Vuole dire che una parrocchia sperduta in Africa può diventare il centro di tutta la Chiesa.

Ha fatto discutere la decisione del Papa di intraprendere un viaggio in zone potenzialmente molto pericolo­se per la sua incolumità. Bisogna dire che lui non rinuncia alla scorta e si fida della sicurezza vaticana, che fa il proprio lavoro anche come atto di servizio a Dio. Il Papa, però, non vuo­le barriere. Non vuole essere ricatta­to da nessuno. Il contatto con le per­sone è più importante della sua stessa vita. Ribadisce a gran voce quanto è scritto nel Vangelo. Gesù dice: «Non abbiate paura di coloro che possono uccidere il vostro corpo, ma di coloro che possono uccidere e il vostro corpo e la vostra anima». Il Papa non ha paura di morire, ha mes­so Dio talmente al centro della propria esistenza che non vuole farsi condi­zionare da niente e da nessuno. Non vuole essere privato del contatto con le persone, la sua dimensione fonda- mentale. È una fortissima risposta al clima di paura che il terrorismo vuo­le a tutti i costi diffondere.

Nella bolla di indizione del Giu­bileo, che si chiama Misericordiae Vultus, Francesco ha anche indicato il fatto che verranno inviati nel mon­do i missionari della Misericordia, ovvero sacerdoti che il mercoledì delle ceneri si prepareranno con lui a San Pietro e che saranno poi manda­ti in ogni angolo del mondo con la facoltà di assolvere qualsiasi tipo di peccato. Perché ci sono alcuni pec­cati che sono rimettibili solo dal Papa, dalla Santa Sede. Questi sacerdoti saranno moltissimi, un “esercito” armato di perdono. E io ho avuto la gioia di poter vivere anche questo servizio, come missionario della Mi­sericordia.

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