Greggio Primo round ai sauditi, ma i petrolieri Usa non sono sconfitti

Chi sta vincendo (e chi vincerà) la sfida neanche tanto sotterranea tra l’Arabia Saudita e i produttori americani di petrolio «shale» e «tight»? Manca poco ormai al vertice Opec del 5 giugno, quando la strategia del finora potente ministro di Riyad, Ali al-Naimi, sarà messa nuovamente alla prova.

Era ufficialmente passata tra mille discussioni lo scorso novembre, quando nel precedente incontro del cartello con sede a Vienna il Regno saudita aveva in sostanza abdicato al suo ruolo storico di «swing producer». Cioè di produttore che, dall’alto dei suoi cospicui volumi e della capacità di alzare o abbassare i ritmi di estrazione del suo greggio, è in grado di indirizzare l’Opec e il mercato petrolifero mondiale.

Nessuna riduzione di produzione per far risalire i prezzi, si era deciso, un sacrificio di cui avrebbero potuto beneficiare solo gli operatori «shale», pronti a incunearsi nello spazio lasciato dall’Opec. Via libera invece agli andamenti di mercato e soprattutto a una «guerra di quote» per mettere in crisi gli americani, impossibilitati a proseguire a lungo la produzione se i prezzi del barile fossero scesi troppo in basso. Cosa che si è avverata: il brent è crollato dai 115 dollari di giugno 2014 ai 45 di gennaio 2015 (per poi risalire ai circa 65 di oggi).

Fin qui l’antefatto. E quindi chi sta vincendo? I sauditi sembrano ancora convinti di aver fatto la scelta giusta. Una fonte anonima del Regno lasciava intendere nei giorni scorsi al Financial Times che la strategia starebbe pagando («Non ci sono dubbi», si sosteneva). Ma è effettivamente così? La battaglia potrebbe invece essere appena all’inizio, come ha sostenuto l’Agenzia internazionale dell’energia nel suo ultimo «Oil market report».

Se si parte dai numeri in circolazione la versione saudita potrebbe apparire quella corretta. I segnali che la crescita della produzione Usa si stia fermando sono evidenti: l’offerta dalle principali aree di «light tight oil» come Bakken, Eagle Ford e Niobrara lo scorso aprile ha iniziato a scendere. L’output totale degli Usa ha perso nella seconda metà di aprile 25mila barili al giorno, rimanendo pur sempre alla considerevole stazza di 12,6 milioni di barili al giorno (che continuano a farne il primo produttore mondiale).

Un passo indietro minimo ma significativo, che secondo l’Aie è coerente con il declino dell’attività di perforazione seguita al brusco calo dei prezzi. La contabilità dei «drilling rig», cioè dei macchinari utilizzati per perforare i pozzi, mostra che nei primi giorni di maggio sul suolo degli Stati Uniti ne erano attivi 668, il livello più basso da settembre 2010 e circa il 60% in meno del picco di ottobre 2014, quando si era sopra quota 1.600.

Ben diverso andamento si registra sul fronte Opec. Il cartello ad aprile ha messo sul mercato 31,2 milioni di barili al giorno, il livello più alto da settembre 2012, con i sauditi per il secondo mese consecutivo oltre la soglia dei 10 milioni di barili al giorno, e con la stessa Arabia, gli Emirati e il Kuwait che, insieme, non pompavano così tanto dagli ultimi trent’anni.

Partita vinta, o sul punto di esserlo quindi. Eppure, malgrado tutto, le cose non sembrano essere così semplici. I prezzi del barile hanno ricominciato a salire anche in presenza di abbondante offerta. Non solo per le notizie sull’utilizzo dei «rig» americani (un indicatore sempre molto seguito) ma anche e soprattutto per quelle geopolitiche, prima su tutte il crescente coinvolgimento militare della stessa Arabia Saudita nella guerra civile del vicino Yemen, area delicata per il transito dallo stretto di Bal al-Mandab.

E i livelli di prezzo, in questo braccio di ferro, non sono indifferenti. Al contrario, determinano sino a che punto la produzione di una certa area o di un tipo di greggio sia conveniente. Sotto questo profilo lo «shale» si sta dimostrando un osso duro, grazie alla continua stretta sui costi e alle maggiori efficienze: secondo le stime di Goldman Sachs infatti il prezzo di breakeven (di equilibrio costi-ricavi) dello «shale» americano si è abbassato nell’ultimo anno di una ventina di dollari al barile, arrivando a quota 60 dollari. Non troppo distante quindi dalle quotazioni attuali. E sempre secondo le valutazioni di Goldman questo livello potrebbe scendere di altri 20 dollari di qui al 2020, rendendo cioè sempre più difficile la vita al petrolio tradizionale.

Ma non è finita, perché reggere il confronto con un nuovo periodo di prezzi relativamente bassi del petrolio può causare danni economici di rilievo anche al potente e ricco Regno saudita, proprio mentre le minacce geopolitiche si fanno più forti. A fine marzo le sue riserve in valuta erano ancora a un livello rassicurante, 708 miliardi di dollari, ma risultavano in calo di 36 miliardi (-5%) dai soli due mesi precedenti. Un salasso che il nuovo Re Salman dovrà comunque affrontare e a cui non è ovviamente estranea la politica della difesa delle quote voluta dal suo ministro del petrolio.

L’ottantenne al-Naimi per ora è passato indenne dal rimpasto voluto dal nuovo monarca a fine aprile, ma è verosimile che un suo ridimensionamento o pensionamento potrebbe condurre anche a una revisione della politica adottata fin qui. In più, l’Arabia Saudita si trova in una fase particolarmente delicata, accerchiata da pericoli lungo tutti i suoi confini: la storica guerra fredda con l’Iran, l’avanzata dell’Isis in Siria e Iraq, e da ultimo, appunto, lo scontro nello Yemen.

Qualche giorno fa Re Salman ha disertato il vertice dei Paesi del Golfo voluto da Barack Obama e tenutosi a Camp David, inviando al suo posto il principe della Corona e ministro degli interni Mohammed bin Nayef. L’accordo «nucleare» con l’Iran, e non solo la guerra delle quote, divide i due Paesi. Ma se la situazione dovesse peggiorare Riyad sa che solo a Washington potrebbe trovare una sponda sicura, Pagandone il giusto prezzo.

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