26 coltellate e un unico mandante ad Ignazio Marino costretto a lasciare: Tronca nominato commissario

Continua il caos a Roma, intorno alla figura di Ignazio Marino, l’ex sindaco di Roma, che nella giornata di giovedì aveva annunciato il ritiro delle dimissioni presentate lo scorso 12 ottobre.Nella giornata di ieri, però, 26 consiglieri comunali uno più del quorum, si sono dimessi in Campidoglio determinando in questo modo lo scioglimento dell’assemblea capitolina, della giunta. Si sarebbero dimessi 19 consiglieri del Pd ed altri 7 consiglieri di cui due appartenenti alla maggioranza e 5 dell’opposizione,tra cui due della Lista Marchini, Alfio Marchini compreso, , due della lista di Fitto Conservatori riformisti, uno del Pdl.

M5S e Sel non hanno firmato le dimissioni.«Ho consegnato pochi minuti fa le mie dimissioni, a titolo strettamente personale e al di là di eventuali dinamiche riguardanti il raggiungimento contestuale dei 25 consiglieri, da consigliere capitolino. Un atto dovuto per chiudere definitivamente questa triste pagina e ridare dignità ai cittadini romani», ha spiegato il consigliere capitolino del gruppo misto Alessandro Cochi.

«Sta assumendo i contorni di una farsa la vicenda legata alle dimissioni del sindaco di Roma, Ignazio Marino, che ieri, con una mossa in verità non del tutto inattesa, ha ritirato la lettera con cui lo scorso 12 ottobre aveva rinunciato al suo incarico», questo quanto scritto nella giornata di ieri dall’Osservatorio Romano. Intanto all’indomani del ritiro delle sue dimissioni, Ignazio Marino si è ritrovato indagato per peculato; la conferma è arrivata direttamente dal suo legale, oltre che dallo stesso Ignazio Marino. “Prendo atto della scelta dei consiglieri che si sono dimessi e sottomessi per evitare il confronto pubblico e democratico”, ha dichiarato Marino nella conferenza stampa a seguito dalla caduta della sua giunta.

Il sipario sulla giunta di Ignazio Marino cala ufficialmente una ventina di minuti dopo le 18. Quando le dimissioni che poco prima 26 consiglieri comunali capitolini avevano rassegnato contestualmente, in calce a un documento limato per tutto il pomeriggio da un notaio, sono protocollate dal Segretariato del Campidoglio. Mentre davanti al palazzo Senatorio i sostenitori democrat dell’ormai ex sindaco accusano il Pd di aver «rubato il voto» dei romani, il partito di Matteo Renzi formalizza quanto deciso il giorno precedente al Nazareno tra gli stessi consiglieri e il commissario Matteo Orimi: le dimissioni di massa dall’aula Giulio Cesare per costringere il Chirurgo alla resa.

Un obiettivo che il duo Renzi & Orfini centra, ma a prezzi altissimi: la sfida alla base del Pd, ma soprattutto l’umiliazione di dover ricorrere ad alcuni consiglieri dell’opposizione, di centrodestra, per far decadere il sindaco, la giunta e il consiglio comunale. In serata il prefetto della Capitale, Franco Gabrielli, ha nominato il commissario che traghetterà Roma alle ele- zioniche siterranno, salvo sorprese, in primavera: è Franco Tronca, attuale prefetto di Milano.

La lista dei 26 consiglieri dimissionari è messa a punto nella sede dei gruppi consiliari capitolini. A via del Tritone va in scena una via Crucis. Perché i 21 consiglieri di maggioranza – 19 del Pd, più Svetlana Celli della lista civica Marino e Daniele Parrucci del Centro democratico – non bastano per raggiungere quota 25, la soglia minima per interrompere la consiliatura. Da qui il perimetro tracciato, tra mille imbarazzi, da Orfini: accettare sì le firme dei consiglieri dell’opposizione, ma non quelle di esponenti compromessi con la passata giunta Alemanno. Un tentativo di limitare i danni che sfocia comunque, attacca il coordinatore romano di Sel, Paolo Cento, in «un’operazione di trasformismo». Perché per centrare il traguardo il Pd è costretto a chiedere aiuto ai due consiglieri della lista Marchini – Alessandro Onorato e Marchini stesso – a Roberto Cantiani di Ncd (che però a Roma sta con il centrodestra) e ai due consiglieri di Raffaele Fitto: Ignazio Cozzoli e Francesca Barbato.

Per tutta la giornata i sostenitori di Marino, in maggioranza militanti o ex simpatizzanti del Pd, hanno assediato il Campidoglio e rincorso, al grido di «Giuda» e «mafiosi traditori», i consiglieri democratici. «Il Pd, oggi, ha dichiarato guerra ai cittadini e alla democrazia. Noi cittadini ne prendiamo atto e contrattaccheremo», avverte Francesca Creta, una delle pasionarie autoconvocate in piazza e iscritta al gruppo «Io sto col sindaco Ignazio Marino», che nelle ultime ore su Facebookha raggiunto circa 13mi- la sostenitori. Da giorni sul social network rimbalza il manifesto con le facce dei «19 traditori». Nelle ultime ore su vari profili dei sostenitori dell’ex sindaco è comparsa l’immagine della tessera Pd tagliata. A postarla è stato un iscritto illustre: Renzo Rossellini. Produttore e figlio del regista-icona della sinistra intellettuale: Roberto Rossellini, autore di Roma città aperta. La sua tessera Pd in pezzi, la numero 1.220 della sezione Enrico Berlinguer, ha avuto in un’ora oltre 200 condivisioni. E mercoledì prossimo i Marino boys si dicono pronti ad un’azione eclatante: la marcia su piazza San Pietro in occasione dell’udienza generale di Papa Francesco. Obiettivo: contestare nientemeno che il Pontefice, considerato uno degli artefici della caduta di Marino.

Il marziano geme come Giulio Cesare, e il suo Bruto si chiama Matteo Renzi: “Mi hanno accoltellato in 26, e hanno un unico mandante”. Il marziano è anche un chirurgo: “Ho commesso errori, ma in chirurgia non sbaglia solo chi non entra in sala operatoria”. Il marziano da ieri non è più sindaco di Roma. Dopo 28 mesi è finita l’era di Ignazio Marino in Campidoglio, sfrattato dal partito della nazione, operativo anche in riva al Tevere. Dopo ininterrotte trattative tra giovedì ed ieri mattina, nel pomeriggio si sono dimessi 26 consiglieri comunali, la metà più uno sui 48 totali, facendo decadere Consiglio, sindaco e giunta.

Fedeli all’ordine di non concedere a Marino neppure il finale in aula, hanno firmato tutti i 19 eletti del Pd, più due della maggioranza e cinque dell’opposizione. Lunedì in Comune si insedierà il commissario prefettizio Francesco Paolo Tronca. Alla fine Matteo Orfini, commissario del Pd romano, ha accontentato Renzi. Ma ha dovuto farsi aiutare: dal sottosegretario Luca Lotti, e dallo stesso Renzi, che giovedì sera ha convinto Alfio Marchini con una telefonata. Il giovane turco esce malconcio da una partita troppo lunga per il premier. Ma l’ha chiusa, grazie anche a Marino, reo di due errori marchiani. Il primo l’ha commesso annunciando il ritiro delle dimissioni giovedì pomeriggio, come reazione ai dem che minacciavano l’addio in blocco. “C’era ancora spazio per una mediazione, che prevedeva un suo passaggio in aula” giurano da entrambi i fronti.

SOPRATTUTTO, l’ex sindaco ha taciuto sulla sua iscrizione nel registro negli indagati per gli scontrini e la sua onlus. Non l’aveva detto a nessuno, e i suoi fedelissimi, in giunta come in Consiglio, si sono infuriati leggendo i giornali di ieri. Il colpo finale alla resistenza. Tanto che l’ex assessore Stefano Esposito, renziano, twitta feroce: “Ho dato la mia fiducia a un bugiardo”. L’ultimo giorno da sindaco Marino lo inizia nello studio del suo avvocato, Enzo Musco. “L’iscrizione per gli scontrini era un atto dovuto, c’erano esposti di Fdi e M5s” assicura il legale. Il chirurgo inaugura un parco intitolato al presidente cileno Salvador Allende, assassinato nel 1973. A mezzogiorno è all’Auditorium, per la presentazione del Cda. In conferenza stampa parla solo del tema. Poi rientra da solo, e sibila: “Perché le forze politiche utilizzano ogni strumento per impedire un confronto in aula?”. Ripete: “Sono indagato, ma è un atto dovuto”.

In grembo tiene un foglietto con una lista di oggetti, probabilmente da portare via dal suo studio su Fori. I fotografi immortalano l’elenco: “Scatole eleganti, piccolo mappamondo, tutte le agendine moleskine”. E viene da chiedersi cosa ci sia scritto nelle agende. Fuori il Pd completa lo strangolamento. Qualche malpancista viene convinto con telefonate, Cantiani di N- cd viene scortato dal deputato Sammarco. Vanno tutti a firmare da un notaio in via del Tritone, sede dei gruppi comunali. Vorrebbero mandarlo con le deleghe in Comune. Ma si mettono di traverso alcune consigliere dem: “Bisogna firmare in Campidoglio”.

SI È IMPUNTATO Dario Fran- ceschini, raccontano, critico sulla deriva da partito della nazione. I consiglieri sciamano in Comune e si prendono insulti dai mariniani. Il sindaco è dentro. Chiude con una conferenza stampa. “Faccio qui il discorso che non mi hanno permesso di fare in aula”. Piovono applausi, lui beve per non commuoversi. Accenna “a quelli che prima a Roma facevano ciò che volevano”, ai “poteri” forti. Morde: “Sono andati dal notaio, ma dal notaio ci si va per vendere e comprare, la dopo rifletti se sia stato un gesto inconsulto o premeditato”. Chiosa: “Possono uccidere una squadra, non le idee”. Arrivano domande. Su Renzi è glaciale: “Non abbiamo rapporti da un anno”. È evasivo sul futuro: “Sarei leggero se rispondessi ora”. Oggi sarà in Campidoglio “per lavoro ordinario”. E dopo? Comitati di sostegno e lista civica vogliono ricandidarlo. A sinistra, da Sel a Fassina, sanno che se si presentasse sarebbe il loro candidato: “Non potremmo correre contro di lui”. Pezzi del Pd potrebbero appoggiarlo, contro Orfini e Renzi. Lui valuta la corsa alle primarie. Il marziano ha chiuso. Ma chissà.

Comincia con il libro dei sogni, quello in cui decanta una Roma risanata grazie a lui, senza più debiti né malaffare, liberata dai corrotti e magicamente più pulita e decorosa. Poi lancia la bordata. «Sono stato accoltellato dal Pd», spara Ignazio Marino nella sua ultima conferenza stampa da sindaco in Campidoglio. Freddo, chirurgico, determinato a dire la sua verità. È appena stato fatto decadere non con una mozione di sfiducia dell’opposizione, ma dalle dimissioni di massa dei 19 consiglieri del suo stesso partito, più 7 pescati tra la sua civica e altre liste, anche di centrodestra.

Si sente tradito soprattutto dai dem, che definisce «sottomessi», quindi attacca senza tregua gli ex compagni di viaggio. «I 26 che mihanno accoltellato hanno nomi e cognomi e un unico mandante». Nonio cita direttamente, mal’ex chirurgo individua in Matteo Renzi, presidente del Consiglio e segretario del Partito democratico «che io ho contribuito a fondare», puntualizza, l’indiscusso regista di un film che per lui ha un epilogo tragico: il game over della sua esperienza da primo cittadino della Capitale.

Marino infierisce sul Pd che «ha rinunciato alla democrazia, al suo Dna, scegliendo il notaio e non l’Aula, mancando così di rispetto agli elettori». Nella sala della Protomoteca, tra i busti di Dante, Petrarca e Michelangelo, con il cerimoniale riunito in semicerchio e lo staffin religioso silenzio, scat- tal’applauso. Dovevano esserci solo i giornalisti per l’addio del marziano Ignazio, invece sono arrivati anche i fan del sindaco, quelli che in piazza sventolavano gli striscioni «Ignazio resta, Daje Ignà» e che fino all’ultimo hanno sperato in un colpo di scena che ribaltasse gli eventi. «La nostra azione di governo finisce oggi», li gela l’ex senatore schiacciato dalla prova dei numeri.

«Per me sono stati ventotto mesi di esperienza straordinaria», insiste, «ringrazio i miei assessori, ringrazio chi c’è stato, auguro ai presidenti di municipio di andare avanti perché c’è ancora tanto lavoro da fare e spero che dalle nostre scelte non si torni indietro perché», aggiunge con enfasi, «si può uccidere una squadra, ma non si possono uccidere le idee». Frasi a effetto che fanno quasi giganteggiare, Marino, rispetto alla palude di certa politica senza argomenti, specie a livello locale. È periino convincente quando snocciola le cifre del bilancio, lo sventato fallimento dell’A- tac, la chiusura dei «vergognosi residence con la muffa alle pareti che costavano al Comune di Roma 3.900 euro al mese e che noi abbiamo deciso di chiudere, preferendo dare ai bisognosi il buono casa per affittarsi un appartamento decente».

Passa in rassegna i suoi successi: dallo stop definitivo della discarica di Malagrotta all’eliminazione dei camion bar in centro, dalla «visione strategica della Metro C», «all’allargamento dei diritti per tutti e per tutte» e il riferimento qui è alla trascrizione dei matrimoni gay che tanto ha fatto infuriare la Chiesa. In sala c’è la consigliera di Sel, Imma Battaglia, leader del movimento Lgbt, e dal suo angolo scroscial’applauso più forte. Il marziano in pochi mesi ha fatto cose aliene per Roma. Da extraterrestre. Lui non si stanca mai di ripeterlo: «Stavamo cambiando la città, e il nostro lavoro è stato interrotto. Mi domando perché». Ancora: «Più volte in questi giorni ho chiesto di potere avere una verifica in Aula, ma mi è sempre stata negata. Perché?». In quanto ai suoi rapporti turbolenti con il premier, l’ormai ex sindaco risponde serafico: «Non ho affatto avuto un rapporto turbolento con Renzi, nell’ultimo anno non ho proprio avuto un rapporto». Frecciate alle quali il commissario romano del Pd, Matteo Orfini, replicherà a stretto giro: «Solo bugie». E Renzi: «Marino ha perso il contatto con la città».

Ma Ignazio novello Cesare pugnalato a 40 giorni dal Giubileo, nelle sue Idi di Marzo, ammette, per una volta, di avere commesso degli errori. È un attimo, però, perché si autoassol- ve subito: «In chirurgia si dice che l’unico chirurgo che non sbaglia è quello che non è mai entrato in sala operatoria». E le inchieste sulla Onlus e sugli scontrini?, chiedono i cronisti. Perché ha taciuto di essere indagato? «Non ho mai usato denaro pubblico per fini privati e volevo spiegare tutto in Aula».
Troppo tardi. È ora di fare gli scatoloni e uscire dal Palazzo. Con il suo pennarello verde (come Palmiro Togliatti) già in mattinata all’Auditorium aveva scritto su un foglietto la lista di cose da portare via dal suo studio con vista sui Fori: il piccolo mappamondo, lo scrittoio, le carte dai cassetti. Cosa farà da domani?, gli chiedono, si ricandiderà con il Pd o con una sua lista civica? «Domani (oggi, ndr) sarò ancora qui per il lavoro ordinario in attesa del commissario. Per il futuro vorrei un partito veramente democratico». Abbracci commossi ai collaboratori. «Non sono un martire, ma uno che lotta».

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