Laura Antonelli addio: Ha pagato per troppo amore

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Quando Malizia dilagò ai botteghini di tutta Italia, per raggiungere la cifra, inimmaginabile per i tempi, di sei miliardi d’incasso, era il 1973, e le città  erano state tappezzate a lungo dei manifesti del film. La protagonista, Laura Antonelli, una commistione di purezza npaaai angelicale dei lineamenti su un corpo femminile dirompente e sinuoso come una clessidra, era ritratta su una scala di legno, ciabattine ai piedi, calze nere con la riga e una semplice vestaglietta indosso, sotto lo sguardo adolescente e conturbato di un ragazzo, Alessandro Momo, che raccoglieva in sè l’immagine di tutti i bravi ragazzi del tempo.

Quel film  l’aveva resa di colpo popolarissima e lei si era vista subissare di proposte. Aveva accettato di girare Peccato veniale, di nuovo in coppia con Alessandro Momo e ancora diretta da Salvatore Samperi, subito dopo. Io, che avevo debuttato proprio nel ’73 con un film da protagonista che era capitato per caso nella mia vita di studentessa, avevo conosciuto Alessandro al ritorno dal suo set con l’Antonelli, perché un giornale aveva chiesto delle nostre foto insieme. Lui aveva 17 anni, due occhi verdi ingenui e intensi e un grande temperamento: io ne avevo appena compiuti venti e fra noi era scoppiato l’amore.

Mi raccontava di Laura, rapita dal vortice dei tanti film importanti che aveva preso a girare, come di un’amica, anche se li separavano quindici anni, semplice e simpatica, affettuosa ma riservata, discreta, schiva, quasi timida, travolta da un grande amore per Jean Paul Beimondo, superstar del cinema francese. E, naturalmente, bellissima. Alla fine di quell’anno Alessandro ebbe un drammatico incidente con la moto, che spezzò la sua vita e anche il mio cuore.

Non mi capitò più di parlare di lei. La sua carriera cresceva di anno in anno, perfezionando nelle commedie il suo personaggio in equilibrio fra l’innocenza e la seduttività, ma sperimentando anche parti di maggior contenuto, con registi come Visconti, Co-mencini, Scola, in un crescendo ? di successi e di consenso.

Le foto la mostravano sempre raggiante, mano nella mano col suo Beimondo, col quale però non condivideva né una casa, né un progetto di vita. Aveva un ex marito,

Enrico Piacentini, ma non dei figli. Alla fine del suo amore con Beimondo, nove anni dopo, Laura si era ritrovata da sola. Nessun uomo, negli anni a venire, sembrava essere riuscito a colmare quella mancanza, né a sostituirlo nel suo cuore. All’inizio degli anni ’80 anche la sua carriera aveva cominciato a offuscarsi in ruoli sempre meno importanti, in film di minore successo.

La notizia del suo arresto per droga, nel ’91, era esplosa come un ordigno: il pubblico la ricordava con affetto e nostalgia ed era ammutolito nello scoprirla così sola, in una casa fuori città, con falsi amici che l’avevano coinvolta in attività distruttive e che probabilmente si stavano approfittando di lei. La gente, il suo pubblico, le fecero sentire tutto l’affetto e la solidarietà, ma la lunghezza dell’iter processuale, che alla fine l’avrebbe vista prosciolta dall’accusa di spaccio nel 2000, e il fallimento ai botteghini del film Malizia 2000, girato sempre nel ’91 e sequel del fdm culto, che in più aveva richiesto degli invasivi interventi estetici che l’avevano temporaneamente sfigurata, avevano inflitto alla sua anima colpi mortali. Chiusa nel suo silenzio e nella sua dignità, rotti solo di tanto in tanto dall’incontro con qualche amico, come Baudo e Banfi, aveva trovato la fede e, forse, la pace. Se n’è andata improvvisamente, da sola, a 73 anni, probabilmente per un infarto (a stabilirlo sarà l’esame autoptico), così come aveva vissuto negli ultimi trent’anni: nei nostri occhi il ricordo del suo dolce sorriso conturbante, nel nostro cuore una preghiera per lei.

ERA DIFFICILE AIUTARLA

Una grande fragilità e una grande bontà. La sua morte mi rattrista e mi fa restare con l’angoscia di non averla aiutata abbastanza. Un’attrice così bella e brava non doveva finire in questo modo». Così Lino Banfi, 78 anni, sfoga il suo dolore per la scomparsa a causa di un infarto di Laura Antonelli, amica e collega di lunga data. Banfi è stato una delle poche persone che l’attrice aveva voluto incontrare nella sua modesta residenza di Ladispoli (Roma), da quando negli anni ’90 si era ritirata dalle scene.

E fu proprio lui che nel 2010, dopo averle fatto visita e averla trovata in uno stato di abbandono, solitudine e indigenza («prende 510 euro di pensione al mese»), lanciò un appello all’allora ministro per i Beni e le Attività Culturali, Sandro Bondi, e all’ex premier Silvio Berlusconi affinché le venisse concesso il vitalizio previsto dalla legge Bacchelli per i cittadini illustri in stato di necessità (richiesta che però non andò a buon fine). «La notizia della sua morte è stata un brutto colpo. Lei non voleva mostrarsi a nessuno a causa del suo cambiamento psicologico e fisico», racconta l’attore riferendosi al declino dell’attrice stravolta sia dai lunghi processi per droga (arrestata, nel ’91, condannata e poi assolta), sia dal trauma di un intervento estetico che le sfigurò il viso.

«Era troppo sola e triste, senza più nessuno vicino. Era ridotta male, fisicamente e moralmente. Molti l’hanno acclamata e osannata con l’unico scopo di rubarle soldi e gioielli», ha denunciato Banfi, che con lei ha girato due film, Peccato veniate nel ’74, e Roba da Ricchinell’87 (sopra, insieme a Milena Vukotic in una scena del film), «si sono approfittati di lei per la sua fragilità. Aiutava tutti, era troppo altruista».

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