Madri assassine, Veronica Panarello come la Franzoni?

Adesso Veronica Panarello racconta di aver avuto i primi dubbi a luglio. Dubbi su se stessa e sulle sue azioni: davvero aveva portato il figlio Loris, 8 anni, a scuola quella mattina? Davvero non era successo nulla di anomalo, almeno prima del ritrovamento del corpo del bambino, quel 29 novembre di un anno fa? Il crollo vero arriva il 13 novembre, un mese fa, davanti agli inquirenti, alla vigilia dell’udienza preliminare, dopo quasi un anno di carcere con l’accusa di aver ucciso suo figlio: Loris, secondo Veronica, sarebbe morto giocando da solo con alcune fascette di plastica e lei, colta dal panico e temendo di non essere creduta, l’avrebbe gettato nel fosso dove poi è stato ritrovato. E così ora in questa giovanissima madre accusata del crimine più infame una nuova terribile verità sta pian piano venendo a galla. Come se la narrazione dell’inenarrabile, seppur spezzettata, seppur dilazionata nel tempo, fosse un lento risveglio e, al contempo, una lenta agonia.

Lo dice lei stessa, nella lettera che ha fatto appendere, in occasione del primo anniversario della tragedia, nel luogo in cui Loris fu ritrovato: “La tua mancanza si fa ogni giorno più atroce, non vivo più da quel maledetto 29 novembre. Prego la Madonna di darmi la forza di andare avanti in questo mio calvario”.Un appello disperato che la rende tristemente simile ad altre donne che hanno attraversato questo inferno e la colloca allo stesso tempo agli antipodi rispetto all’ostinata, imperturbabile Annamaria Franzoni, destinata a restare per sempre la figura più nota e più discussa tra le madri che uccidono. Fu lei, condannata in via definitiva a 16 anni di carcere per aver massacrato nel 2002 a Cogne il figlio Samuele Lorenzi, 3 anni, a dividere profondamente l’Italia tra innocentisti e colpevolisti. Un dibattito infinito, alimentato da quell’unica versione ripetuta negli anni, con Annamaria che lascia per pochi minuti Samuele nel lettone per accompagnare il figlio maggiore Davide alla fermata dello scuolabus e al suo ritorno trova il piccolo agonizzante.

Ucciso non si sa da chi e non si sa perché, da un mostro invisibile capace di entrare e uscire dalla villetta, dileguandosi senza lasciare traccia. Un racconto non creduto dai giudici di tre gradi di giudizio. Eppure anche adesso che, dopo aver scontato sei anni in carcere, è ai domiciliari nella sua casa di Ripoli Santa Cristina (Bologna), l’enigma rimane. Perché lì, protetta da quella famiglia che le si è stretta attorno come un fortino fin dal primo istante, Annamaria si trova ad accudire i due figli che le restano, Davide, ormai maggiorenne, e Gioele, che ha 12 anni. Di nuovo mamma, sempre mamma. Nonostante tutto. Così lontana da Veronica Panarello, che invece in carcere è sola, quasi dal primo momento. Abbandonata dal marito Davide, che ha sospettato di lei il giorno stesso dell’omicidio di Loris, usata senza tanti riguardi da madre e sorella, che sulla sua vicenda si sono costruite una carriera da opinio- niste Tv, Veronica è, in pratica, rimasta in compagnia del suo dolore, dei suoi dubbi, di una verità che non spiega, che non dice della fine di Loris.

«È questa la chiave della differenza tra le due vicende: la presenza o l’assenza di una rete familiare di sostegno», spiega Enrico Vernizzi, direttore per molti anni del reparto femminile dell’Ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione delle Stiviere, che accoglie le figlicide. «Nella mia esperienza, di fronte a una tragedia del genere, anche i mariti che in un primo momento sembrano reggere il colpo, alla lunga prendono le distanze». Nel caso di Veronica, è successo subito. «La mancanza di appigli per lei è stata la cronaca di un crollo annunciato. Non è detto sia un male, anzi: la presa di coscienza, la presa in carico della responsabilità è parte del processo di guarigione, soprattutto se, come sembra, la persona aveva già sofferto in passato di un disagio». Il caso Franzoni però è radicalmente differente. «E costituisce un unicum perché una rete di sostegno familiare come quella di cui ha potuto godere lei non si è mai vista e probabilmente ha contribuito collusivamente a consolidare una verità alternativa».

Entrambe le donne, a loro modo, inizialmente hanno negato. «È un modo di difendersi dall’inaccettabile, un’autodifesa spontanea, quasi doverosa, che la persona è costretta a mettere in atto per non soccombere alla colpa e alla disperazione. Poi però, anche con l’aiuto di personale specializzato, dovrebbe avvenire una sorta di risveglio». L’ha ammesso la stessa Veronica davanti agli inquirenti: «Ho pensato fosse un incubo». Un incubo dal quale è impossibile svegliarsi. «Ma si può elaborare, si può tentare di dargli un senso», continua Vernizzi. Che però torna sull’appoggio affettivo sul quale ogni mamma dovrebbe poter contare. «I legami familiari si palesano dopo che l’irreparabile è già avvenuto, perché purtroppo spesso non si è intervenuti prima. Si tratta di donne lasciate sole, che compiono un gesto orribile nella totale indifferenza di chi avrebbe forse potuto evitarlo».

Per la Franzoni gli esperti scomodarono la tesi, mai confermata, di una depressione post parto mal elaborata. Per Veronica, diventata mamma a 17 anni, con un marito autotrasportatore spesso in viaggio per lavoro, Loris era l’ometto di casa. Cosa sia accaduto quella mattina è ancora custodito nella sua memoria. Di certo, un meccanismo si è inceppato per sempre. «Queste madri possono essere restituite alla vita e alla loro famiglia», conclude Vernizzi, «ma solo se riconoscono la propria colpa, se ricordano e se lavorano su quel ricordo». Altrimenti, restano sole in un fortino. E in un silenzio inespugnabile.

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