Marco Mengoni: Luther King e i diritti civili, lo show è un credo laico

Di parole in circolo ce ne sono tante. Non solo quelle delle canzoni (e del titolo del suo album). Nel suo tour partito dal PalaBam di Mantova l’altra sera Marco Mengoni si ritaglia un piccolo spazio per piccoli discorsi. In uno, prima di «Stanco», torna bambino (mentre sui megaschermi scorrono immagini di un baby Marco) e racconta dei giochi che faceva in macchina coi genitori.

Il cuore dello show, sia nelle parole che nello spettacolo, arriva con «Esseri umani». Men-goni recita una specie di credo laico in cui cita l’anniversario per il diritto di voto alle donne, Martin Luther King e i diritti dei neri, il coraggio di Lucia Annibali («Quando le ho sentito dire che non odiava chi l’ha sfregiata ho capito cos’è la vita») e Andrea, ragazzo «dai pantaloni rosa» suicida perché si sentiva diverso. «Ci ho messo il micro e il macro della nostra società degli ultimi 70 anni. Vivo in questo Paese e in questo momento storico mi sento di dire certe cose. Anzi, credo che vadano dette», racconta nei camerini.

È proprio su «Esseri umani» anche lo show raggiunge l’apice. Sul megaschermo in formato superpanoramico, c’è un salotto di casa ripreso dall’alto. E Marco è lì, (s)comodamente seduto (e imbragato) in una poltrona appesa in verticale. I 6 mila (sold out, come questa sera e domani al Forum di Milano) esplodono.

Palco minimal in cui protagoniste sono le luci eleganti e il megaschermo che domina la scena si accende di proiezioni ad alto tasso tecnologico. C’è subito «Guerriero» a scaldare la serata. Mengoni, completo scuro, è molto controllato. E forse l’emozione che lo trattiene si riflette anche sulla minore tensione della prima parte.

Nel racconto della serata c’è anche un’app. Su alcuni pezzi trasforma il telefonino in uno schermo che cambia colore a

tempo con la musica e che trasmette immagini. «Il messaggio è: non guardate un concerto attraverso il filtro del telefonino per registrare tutto. Facciamo il concerto assieme», spiega il protagonista. Non tutti colgono. «La valle dei re» è la svolta: energia finalmente libera, sia sul palco che nel pubblico. Su «Bellissimo» il ritmo sale e su «I Got the Fear» Marco si scioglie: la sua voce (e i fiati) ha quello scatto black che è nelle sue radici. «L’essenziale» non deve nemmeno cantarla: la prima strofa se la gode accucciato sul palco coi cori delle fan. E qui non servono le parole.

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