Ignazio Marino ritira le dimissioni da Sindaco di Roma: 25 Consiglieri pronti a dimettersi

Novità importanti per la città di Roma, visto che nella giornata di ieri Ignazio Marino, l’ex sindaco della capitale ha ritirato le dimissioni entro il termine di legge che scadeva il prossimo 2 novembre. Ricordiamo che il sindaco Marino aveva formalizzato le sue dimissioni sull’onda della vicenda di presunte spese private rimborsate dal Comune. «Esiste un luogo preposto alla democrazia, che è l’Aula io sono pronto a confrontarmi con la mia maggioranza parlando delle cose positive, degli errori e della visione del futuro, ma lo farò in quella sede. Stasera parlerò con la presidente Baglio e illustrerò la mia intenzione di avere una discussione aperta franca e trasparente in aula Giulio Cesare», ha dichiarato Ignazio Marino uscendo dal Campidoglio.

Ignazio Marino nel contempo davanti le telecamere ha anche dichiarato di volere un confronto pubblico con la maggioranza in consiglio comunale ed in particolare con il Pd, il suo partito che conta 19 consiglieri.Il Pd intanto sta raccogliendo le firme per le dimissioni di massa dei consiglieri dem, come deciso durante l’incontro avvenuto con Matteo Orfini.

Nella giornata di ieri hanno rassegnato le proprie dimissioni anche l’Assessore ai trasporti Stefano Esposito, il vicesindaco di Roma Marco Causi, l’assessore alla Scuola Marco Rossi Doria, quello al Turismo Luigina Di Liegro, l’assessore ai Lavori pubblici Maurizio Pucci e quello alla Cultura Giovanna Marinelli. Esposito,nello specifico ha dichiarato:«Le mie dimissioni sono già partite, e non credo che sarò il sol”Niente dimissioni per il M5S, che al momento sarebbe pronto a firmare una mozione di sfiducia al sindaco del Pd.

L’avvocato Enzo Musco, legale di Ignazio Marino, non si stupisce del ritiro delle dimissioni da sindaco di Roma: “Roma ha di nuovo un sindaco. E questa è l’unica cosa importante”. “Si capiva che l’intenzione era quella. Non ha fatto altro che rispondere alle tante sollecitazioni della gente comune che lo invitava a restare, a continuare, che lo incoraggiava”, dice all’Adnkronos. “Marino -continua Musco- ha instaurato un nuovo modo di fare il sindaco. Scegliendo la strada del recupero della legalità, senza guardare in faccia a nessuno. Certo -osserva- così si è fatto molti nemici”. Nei giorni scorsi Musco ha accompagnato in procura Marino, sentito dai pm che indagano sulla vicenda delle note spese. “Non ci sono novità -chiarisce il legale- non è indagato e non ha ricevuto alcun avviso di garanzia”.

La giunta si sgretola – A quanto si apprende da fonti dem, il Nazareno ha la piena disponibilità dei suoi 19 consiglieri a dimettersi. Non solo, altri 6 consiglieri di altri gruppi sarebbero pronti al passo indietro.

Intanto, in una nota il vicesindaco di Roma Capitale Marco Causi ha annunciato di “aver appena consegnato la mia lettera di dimissioni dall’incarico di vicesindaco di Roma Capitale”. Lascia anche l’assessore capitolino ai Trasporti Stefano Esposito che all’Adnkronos dice: “Ho già protocollato le mie dimissioni”. “Ho appena consegnato la mia lettera di dimissioni – ha precisato Esposito in una nota – dall’incarico di assessore alla Mobilità e ai Trasporti di Roma Capitale”. Se ne va anche l’assessore alla Legalità Alfonso Sabella: “Evidentemente il sindaco ha fatto le sue valutazioni – ha detto a Skytg24 -. Io per lunedì avevo già pagato una ditta di trasloco perché venisse a portare via i miei scatoloni e ora ho speso troppi soldi a causa del Comune di Roma per perdere anche questi. Quindi mi pare che sia abbastanza chiaro, io lunedì torno a fare il magistrato ovviamente. La mia è una valutazione tecnica nel senso che non sarei più in grado di fare approvare i provvedimenti a cui sto lavorando da tanto tempo. L’anomalia di un magistrato in giunta adesso è diventata forte”.

Anche l’assessore ai Lavori Pubblici Maurizio Pucci è pronto a lasciare il suo incarico in Campidoglio. A quanto apprende l’Adnkronos, Pucci si dimetterà dopo aver partecipato alla Giunta in programma questa sera in Campidoglio.

Anche l’Assessore alla Cultura Giovanna Marinelli è pronta a lasciare il suo incarico dopo il ritiro delle dimissioni di Marino. “Stasera – annuncia all’Adnkronos – sarò presente alla Giunta perché credo sia fondamentale chiudere delle questioni importanti per la Città. Subito dopo rassegnerò le dimissioni”

Lotti ribadisce la linea: Orfini ha già detto tutto – Nessuno spiraglio per il sindaco dal fronte del Governo. Dopo le parole di Renzi da Cuba (”La posizione del Pd è autorevolmente espressa da Orfini”) oggi tocca a al sottosegretario Luca Lotti ribadire la linea. ”Non credo ci sia altro da aggiungere – ha tagliato corto Lotti – rispetto a quanto già detto in questi giorni da esponenti del Pd, da Orfini”.

Ancora una volta a fare la mossa a sorpresa è stato Ignazio Marino. Ma a sentire quello che ieri sera si diceva nel Pd, sarà anche l’ultima. Oggi, a meno di imprevisti, si dimetteranno in blocco 25 consiglieri comunali, provocando la decadenza del consiglio e del sindaco. Fine di un film che ieri è diventato un thriller. La prima scena comincia poco prima delle 16.30. Matteo Orfini è al Nazareno, terzo piano, salone accanto alla terrazza, insieme ai19 consiglieri del Pd. Sta spiegando che, visto il fallimento della cena della sera prima, ora bisogna aspettare le mosse di Marino. «Noi per ora non facciamo niente». Malalinea è decisa: se ritira le dimissioni, «vi dimettete in blocco». L’ipotesi su cui si ragiona è che Marino le ritiri tra sabato e domenica, in modo da riuscire ad arrivare al 5 novembre, giorno di inizio del processo su Mafia Capitale, con la fascia tricolore. La contromossa su cui si riflette sono dimissioni in blocco il 3.

Tutti ragionamenti che saltano alle 16.27. Una nota del Campidoglio annuncia che Marino ha ritirato le dimissioni. Quando la notizia compare sul cellulare di Orlini e dei 19 dem, cala il gelo. «Ci aggiorniamo fra un po’», sibila il commissario. Scende al secondo piano, nel suo ufficio. Non che cambi la situazione, ma c’è molto meno tempo. E qui il tempo è un fattore decisivo. Bisogna, infatti, farpresentare subito le dimissioni ai consiglieri dem e trovarne altre 6 disponibili. 119 del Pd, infatti, non bastano. Per far decadere consiglio e giunta ne occorrono 25, la metà più uno dei consiglieri. Solo così si può evitare il redde rationem in Aula, con voto di sfiducia. Ipotesi su cui metà dei consiglieri non ci sta. «Nonpos- siamo votare contro un sindaco che abbiamo eletto». Marino lo sa e punta proprio a questo per spaccare il Pd. Anticipando il ritiro delle dimissioni, spera che Orfini non faccia in tempo a trovare i 25 necessari a chiudere la partita. Poco dopo fa sapere che chiederà alla presidente dell’assemblea capitolina «una discussione aperta e trasparente nell’aula di Giulio Cesare». Vuole un «confronto con la maggioranza».

Vuole portare il dramma in Aula. «E dopo vediamo se hanno il coraggio di votare con Alemanno». Per questo ha rifiutato l’offerta che Orfini, la sera prima, gli aveva fatto: un dibattito per dare la sua versione e subito dopo le dimissioni irrevocabili. Comincia, per Orfini e i suoi, una missione complicatissima. Da una parte bisogna trovare, possibilmente nel perimetro del centrosinistra, 6 consiglieri disposti a dimettersi. Dall’altra tenere compatto il gruppo dei consiglieri sulla linea delle dimissioni. Cosa che si rivela per nulla facile. Tra i 19, infatti, cominciano i distinguo, i dubbi. Chiedono garanzie. Perché se poi i sei non ci sono e uno si dimette, finisce che il consiglio non decade e subentrano altri. Marino scommette su questo: «119 sono spaccati. Non ce la faranno ad arrivare a 25 senza la destra». E mandarlo a casa con l’aiuto degli avversari sarebbe imbarazzante. A quel punto, si va in Aula e lì comincia un’altra partita. «Vediamo chi mi vota contro insieme ai partiti di Mafia Capitale». Se accade, «mi candido alle primarie. O alle elezioni con una lista civica».

Orfini sale di nuovo al terzo piano. Comincia una riunione fiume coi consiglieri. Assicura che ci sono 6 consiglieri non del Pd pronti a lasciare. Non basta. «Non mi sono spiegato», scandisce, «se non vi dimettete, nessuno vi ricandida. Avete chiuso con il Pd». Matteo Renzi, appena tornato dal Sud America, si fa sentire. Furioso. Ogni giorno che Marino resta, il Pd perde voti. Per di più, l’uomo è imprevedibile. Se gli si danno altre 24 ore, chissà cosafa. Per tutto il giorno si tiene in contatto con il Nazareno. Vuole essere sicuro che i 25 ci sono. Quando è ormai buio, pare che la lista sia completa. Ai 19 del Pd si aggiungerebbero Daniele Parrucci (Centro democratico), Alfio Marchini e Alessandro Onorato, Roberto Cantiani, exPdl ora N cd, i fittia- ni Ignazio Cozzoli e Francesca Barbato. In un secondo tempo sono pronti ad aggiungersi i due di Fratelli D’Italia, Alemanno, i due leghisti.

Ma solo dopo. A un certo punto sembra che si riesca a chiudere a sera, facendo rassegnare le 25 dimissioni. Hanno chiesto agli uffici di rimanere aperti a oltranza. Ma non si riesce perché Marchini è a Milano per lavoro e non rientra. Sette assessori su dodici annunciano le dimissioni: Causi, Esposito, Sabella, Maurizio Pucci, Giovanna Marinelli, Luigina Di Liegro. Marino, intanto, fa come nulla fosse. Va al Maxii. Convoca la giunta per le 19.30. Approva la pedonalizzazione deiFori. A sera, però, comincia a capire che la sfida, forse, è finita. Nella lettera in cui ritira le dimissioni «sospende» le riunioni della giunta in attesa di verificare «la sussistenza delle condizioni che permettano laprosecuzio- ne del mandato». Ammette, poi, di aver commesso errori. Ma anche per questo occorre «un confronto chiaro» e un «dibattito pubblico». Esposito assicura che la partita è chiusa: «Domani si dimetteranno 25 consiglieri così consiglio e Marino decadranno»

Non c’è alcuna richiesta di archiviazione da parte della procura di Roma sulla presunta truffa ai danni dello Stato che ha invischiato la Onlus Imagi- ne di Ignazio Marino e i suoi vertici. Lo ha chiarito il procuratore in persona, Giuseppe Pignatone, che a chi chiedeva dell’inchiesta sull’associazione no profit ha smentito l’annuncio del professor Enzo Musco, uno dei legali del sindaco tira-e-molla.

Nel primo pomeriggio il penalista si era compiaciuto che il suo assistito «non c’entrasse nulla» con il raggiro fiscale, ammettendo quindi, come ha sottolineato in serata il senatore Andrea Augello, «che Marino è indagato». «E’ ormai evidente», ha spiegato infatti il senatore di Area popolare Ncd-Udc, «che Ignazio Marino è uno dei quattro indagati per concorso in truffa di cui ha riferito il ministero di Grazia e Giustizia rispondendo ad una mia interrogazione». Musco, uscito ieri da un convegno fiume all’università di Tor Vergata, si era soffermato anche sulla vicenda degli «scontrini» e delle «spese sostenute» dal suo assistito con la carta di credito del Campidoglio. «Premesso che a mio parere», ha spiegato l’avvocato, «questa vicenda rientra in un ambito politico e non giudiziario, ribadisco che Marino non ha mai usato denaro pubblico per fini personali ed ha giustificato punto per punto, in modo preciso e puntuale, tutti i giustificativi legati a cene di rappresentanza e istituzionali.

 Adesso», ha quindi incalzato il penalista, «mi auguro che a Marino venga inviato al più presto un avviso di garanzia, a sua tutela, affinchè vada in archivio anche questo procedimento penale». Invece per ora pare che l’unico avviso di garanzia arrivato a Ignazio sia quello per la Onlus e c’è chi parla di una notifica che porterebbe il timbro del giugno scorso. L’ennesima prova della malafede del sindaco, il quale pare negare il valore degli atti ufficiali: il 5 settembre scorso, quando Libero aveva raccontato della sua iscrizione nel registro degli indagati per l’affaire dei contratti di assunzione a persone inesistenti (per ottenere sgravi fiscali), e in queste ultime ore, quando ha deciso di stracciare le dimissioni firmate appena il 12 ottobre scorso.

Dopo una giornata convulsa come quella di ieri, sia dal punto di vista politico che giudiziario, stamattina Marino incontrerà i suoi avvocati per capire a che punto sia l’indagine sull’organizzazione no profit costituita dal chirurgo nel 2005, per destinare aiuti sanitari ad Honduras e Congo, e abbandonata appena ha ottenuto la poltrona in Campidoglio. Perchè il caso dei contratti a persone inesistenti era saltato fuori proprio alla vigilia del ballottaggio a sindaco di Roma e Ignazio doveva aver pensato che l’unica via d’uscita possibile fosse abbandonare la Onlus e giocare d’attacco, spiegando di «essere parte lesa e avere presentato querela». Ma anche questa è una bugia, come ha dimostrato ieri la risposta all’interrogazione del senatore Augello. Il ministero di Grazia e Giustizia ha infatti specificato che «l’attività di indagine ha avuto origine, non da una querela, ma da una segnalazione trasmessa dalla polizia giudiziaria». Inoltre l’atto del Governo specifica che «l’Inps è stata indicata come parte offesa». L’unica parte offesa, perchè Marino sarebbe invece coindagato per concorso in truffa ai danni dello Stato, insieme ai vertici della Onlus e al lavoratore precario che aveva accetto di intascare lo stipendio attraverso tre assegni trasferibili, uno intestato a lui e gli altri ai due lavoratori inesistenti.

Il marziano vuole la luna. Morire in piedi, con il confronto in aula. E allora ha ritirato le dimissioni. Ma il Pd dell’era renziana non guarda verso il cielo, ramazza molto più in basso. E si affanna a cercare almeno 25 consiglieri dimissionari per sciogliere il Consiglio e mandarlo subito a casa, così da scongiurare un finale shakespeariano, con il chirurgo a declamare le sue ragioni in Campidoglio e i dem a mostrargli il pollice verso, assieme alle opposizioni. Ieri il sindaco di Roma Ignazio Marino ha ritirato le dimissioni presentate lo scorso 12 ottobre, fermando l’orologio che correva verso il 2 novembre, l’ultimo dei venti giorni possibili per un dimissionario.

Ma il burrone resta a un passo. A spintonarlo verso la fine è il suo partito, il Pd. Fedeli al mandato di Matteo Renzi di chiudere ad ogni costo, i dem devono mettere assieme 25 consiglieri comunali dimissionari, la metà più uno su 48 eletti. Dovrebbero firmare le dimissioni da un notaio, poi notificarle tutti assieme in Comune: e per Marino sarebbe il capolinea. Mica facile, però IL PD deve convincere tutti i 19 eletti, che hanno già detto più volte no alle dimissioni o a una sfiducia. E deve rimediare alleati, anche da destra. A caccia dei suicidi volontari si mette il commissario romano del partito, Matteo Orfini, che deve sfrattare Marino per salvare se stesso.

Raccontano di un aiuto esterno dal sottosegretario renzianissimo Luca Lotti, l’uomo che sussurra a Denis Verdini. “Si dimetteranno in 25, forse di più” declama nel pomeriggio l’ex assessore Stefano Esposito, renziano di rito orfiniano. Ma la realtà parla di una riunione infinita al Nazareno, la sede nazionale del Pd. Inizia alle 14 e va avanti a fino a notte. Orfini urla e riurla: “Lo volete capire, chi non si dimette non verrà ricandidato”. Da fuori, Marchini e pezzi di centrodestra dettano le condizioni: “Ci dimettiamo ma solo se si arriva prima a quota 25”. Alle 20,30 arrivano le pizze (offerte da Orfini), mentre la giunta convocata da Marino annuncia: “Fori integralmente pedonali per un anno, nei fine settimana e nei festivi”.

La milionesima linguaccia del chirurgo al Pd che vuole impallinarlo. Dopo il nulla di fatto nel summit di mercoledì sera a casa del vicesindaco Causi, i dem provano a metterlo nell’angolo: se Marino ritira le dimissioni, i 19 consiglieri comunali la- sceranno, fanno trapelare. Il sindaco e i suoi leggono i comunicati. E imboccano la strada senza uscita. “Ignazio Marino ha ritirato le dimissioni” battono le agenzie alle 16.27. Il sindaco commenta con i suoi: “Adesso la gente capirà come stanno le cose, potrà decidere da che parte stare”. Alla presidente del Consiglio Valeria Baglio, dem, a lui vicina, chiede la convocazione urgente dell’aula: per lunedì, massimo martedì. Un’ora e mezza dopo compare a un incontro pubblico con l’assessore alla Trasformazione urbana Giovanni Caudo, un fedelissimo.

Trova una ventina di donne con cori e cartelli di sostegno (“Siamo anticorpi”, risposta al Raffaele Cantone secondo cui Roma ne è priva) e una bolgia di telecamere e giornalisti. Ha il tempo per celebrare “lo straordinario lavoro della giunta per la trasformazione della città”. Poi scappa via, prima che la mostra davanti al museo Maxxi venga devastata. Il Pd invece cerca la quadra. I 19 consiglieri puntano i piedi. Chiedono garanzie sul futuro, pongono la loro condizione: “Non ci dimettiamo assieme a quelli della destra”. Tra i più agitati, pare, il capogruppo Fabrizio Panecaldo, Maurizio Policastro, Liliana Mannocchi. Orfini alterna urlacci e rassicurazioni. “Se perdiamo alle Comunali verremo rieletti in 5-6” gli ricordano. Bisogna cercare aiuto anche all’esterno. Due su cinque della lista Civica per Marino, Luca Giansanti e Svetlana Celli, sono pronti all’ad – dio, dice sì anche Daniele Parrucci del Centro Democratico. Poi ci sono Marchini e il fido Alessandro Onorato: dimissionari, ma forse no.

Il Pd avvicina l’ex marchiniano Cosimo Dinoi. Lo danno per acquisito, ma lui nega con forza. Orfini arruola perfino il forzista Roberto Cantiani. I suoi protestano: “Con uno di destra no”. Ma succede di peggio, quando si apprende che pure l’ex sindaco Gianni Alemanno è pronto a firmare. Si sentono urla, c’è chi minaccia la rivolta. Intanto Sel e M5s prendono le distanze. “Sì a un voto di sfiducia congiunto, no alle dimissioni” precisa il capogruppo dei 5Stelle Marcello De Vito. “Confronto in aula, no al mercato delle vacche” affonda Gianluca Peciola (Sel). Nel frattempo Causi, Esposito e gli altri assessori del rimpasto, Rossi Doria e Di Liego si sono dimessi. Bisogna isolare il marziano. Ma il sindaco tiene la sua giunta serale. Si narra di un Renzi furibondo a Palazzo Chigi, dove è appena rientrato dal viaggio in Sudamerica. Una mano prova a dargliela Agostino Vallini, cardinale vicario di Roma. Gli chiedono delle dimissioni di Marino, e lui: “Sono fiducioso che i problemi saranno superati”. Postilla: “Nel quartiere romano di San Giovanni vivo male”. Al Vaticano il sindaco proprio non piace. Ma Marino è ancora lì. Vuole l’aula, per costringere il Pd a macchiarsi del suo sangue. Oggi potrebbe finire tutto, con 25 dimissioni. Altrimenti saranno altri giorni da marziano.

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