Mario Bozzoli è stato ucciso dai suoi nipoti e da due operai: Lo dicono gli inquirenti

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Fonte: Settimanale Giallo di Luca Marinaro -Negli ultimi mesi la situazione in azienda era diventata molto tesa a causa del cambio generazionale ai vertici… Vi era un clima di sospetto, da parte di mio marito, nei confronti dei nipoti che – a suo dire – portavano via del materiale dalla ditta, per magari rivenderlo e finanziare la loro nuova fonderia sita in Bedizzole. I rapporti si incrinarono molto dall’apertura di questa azienda, avente lo stesso tipo di attività. Nel corso del tempo sono state molte le cose fatte a mio marito, dal compenso amministratori non pagato nel 2014 alle accuse di aizzare gli operai contro i nipoti, tanto da aver paura che un giorno, recandosi in azienda, non sarebbe più riuscito ad aprire il cancello… Viveva in una situazione di costante timore nei confronti del fratello, sembrava che in ambito lavorativo gli stessero facendo del mobbing”.

A pronunciare queste sconcertanti parole di fronte ai carabinieri di Brescia era stata lo scorso 8 ottobre Irene Zubani, moglie  di Mario Bozzoli, ricco impren­ditore 50enne scomparso nel nulla. Giallo aveva pubblicato in esclusiva la denuncia presentata dalla donna, che gettava pesanti sospetti sulla famiglia del co­gnato, Adelio 59, anni, e i suoi nipoti, Giacomo, 30, e Alex, 36. Ebbene a distanza di due mesi e mezzo dalla misteriosa sparizio­ne di Mario Bozzoli, le indagini svolte dagli inquirenti hanno confermato i timori e i sospetti di questa donna coraggiosa. Nei giorni scorsi sono stati indagati con la pesante accusa di con­corso in omicidio aggravato e distruzione di cadavere proprio i due nipoti di Mario Bozzoli.

Con loro sono finiti sul regi­stro degli indagati con le stesse accuse anche due dei tre operai presenti la sera della scomparsa di Bozzoli, Oscar Maggi e Abu Basso, senegalese. Se fosse an­cora vivo sarebbe finito nei guai anche Beppe Ghirardini, l’ope­raio addetto ai forni che invece è morto in circostanze misterio­se pochi giorni dopo la scom­parsa del suo datore di lavoro. Ufficialmente i quattro sono stati indagati perché i carabinie­ri hanno necessità di svolgere alcuni importanti accertamen­ti che non avrebbero potuto disporre senza quest ulteriore passo. In realtà, però, i militari, guidati dal colonnello Giuseppe Spina e dal sostituto procurato­re Tommaso Buonanno, hanno fatto anche numerose perquisizioni, non solo a casa loro, ma in diverse zone della Valtrompia. Che cosa cercavano? Perché hanno voluto parlare a lungo, prima con gli operai e poi con i nipoti di Mario Bozzoli? Perché questi ultimi si sono presentati accompagnati dai loro avvocati, pronti cioè a una strenua difesa?

A queste domande verrà data presto una risposta: la situazione dei quattro secondo indiscrezioni è davvero compromessa. Pare proprio che Irene Zubani avesse ragione. Il fatto che siano tutti indagati in concorso fa pensare che i due nipoti abbiano organizzato lomicidio dello zio con l’aiuto dei loro dipendenti. Un terribile “lavoro di gruppo”, ben organizzato, ma non perfetto… Ricordiamo che Giacomo, 30 anni, a bordo della sua Porsche Cayenne, fu filmato tra le 19 e le 20 dell’8 ottobre nelle vicinanze della fonderia, mentre il fratello Alex fu immortalato mentre stracciava alcuni documenti in ufficio. Comportamenti strani, anomali, che hanno gettato su di loro una luce sinistra. Il padre, Adelio, li ha sempre difesi: «Nessuno di noi centra con la scomparsa di Mario. Speriamo che torni presto».

A rendere ancor più complicato il giallo era sopravvenuta prima la scomparsa e poi la morte per avvelenamento dell’operaio addetto ai forni Giuseppe Ghirardini, 50 anni. L’uomo fu l’ultimo a vedere vivo Bozzoli. La scomparsa dell’industriale e la morte di Ghirardini sono sempre parsi due eventi collegati, ma il legame finora non è stato provato.

Torniamo dunque indietro alla sera dell’8 ottobre 2015 e ricostruiamo questa complicata vicenda. Intorno alle 19.20 Mario Bozzoli, 50 anni, saluta i suoi operai e va a cambiarsi. Deve andare fuori a cena, a Padenghe, sul Garda, con la moglie, Irene Zubani, e il figlio più grande, Claudio, che fa il dentista. Deve dunque togliersi gli abiti da lavoro e mettersi una camicia e un paio di calzoni eleganti. L’ultimo a vedere vivo l’industriale è Ghirardini. I due si salutano. Tutto pare normale Poco prima delle 23, però, arriva in fonderia la moglie dell’industriale con il figlio: sono preoccupati perché Mario Bozzoli non si è presentato al ristorante. Di lui non si avranno più notizie.

Tre giorni dopo la scomparsa dell’uomo, i carabinieri mettono sotto sequestro la fonderia, che fattura 40 milioni di euro. A spingerli ad apporre i sigilli è stato il lungo e accorato racconto della moglie dell’industriale che nella denuncia di scomparsa, come ben sappiamo, rivela che a suo parere Mario è stato assassinato dai suoi stessi famigliari. Giallo ha pubblicato in esclusiva quella denuncia. Aveva dichiarato Irene Zubani: «Si erano creati alcuni screzi con la famiglia del fratello, Mario mi diceva di aver paura per i propri figli. Non solo. I timori erano legati anche alla situazione che viveva in azienda da tempo, dove il fratello vietava agli operai di parlare con mio marito, di fatto ostracizzandolo e facendo valere maggiormente il suo 50 per cento…

Mio marito vedeva questa situazione come un affronto alla sua dignità. Ultimamente diceva che avrebbe fatto una denuncia ma non ha mai detto per cosa». Dunque, da subito, Lene Zubani getta ombre sul cognato e i nipoti. Gli operai e i dipendenti sono costretti a confermare che le liti tra i titolari sono frequenti. Il giallo, però, si complica quando il 14 ottobre Emestina Ghirardini denuncia la scomparsa del fratello Beppe, che fu l’ultimo a vedere vivo Bozzoli. Una serie di strane circostanze inducono subito tutti a pensare che i destini dei due uomini siano tragicamente legati. Ghirardini è sparito proprio il giorno in cui doveva andare per la seconda volta dai carabinieri, inoltre aveva avuto un litigio con i colleghi in azienda.

Il mistero della scomparsa di Ghirardini si risolve poche ore dopo quando il suo cadavere viene trovato in alta montagna, a 100 chilometri da casa, al Passo del Tonale. All’inizio tutti pensano a un malore, che avrebbe colpito l’uomo durante una solitaria battuta di caccia. La sorella Ernestina, però, nella denuncia fa mettere a verbale che a suo parere il fratello è uscito in fretta e furia. Ecco le sue parole: «Trovo strano che Giuseppe abbia lasciato i due cani senza mangiare e con le cucce sporche senza aver effettuato la solita e sistematica pulizia… Inoltre, ha lasciato il gilet da caccia pronto per essere indossato con la cartucciera e addirittura il fucile appoggiato al muro vicino alla porta come se dovesse andare a caccia nella giornata». L’autopsia dà conferma ai suoi sospetti: rivela che l’operaio è stato avvelenato con il cianuro. Accanto al cadavere viene trovata una capsula di veleno rotta, nel suo stomaco ce ne invece una integra.

Ora, dopo gli ultimi inquietanti sviluppi, appare plausibile che Ghirardini sapesse davvero qualcosa sulla scomparsa di Bozzoli e sia stato ucciso nel timore che lo rivelasse ai carabinieri o si sia ucciso, travolto dai sensi di colpa… Magari per aver partecipato al defitto. Per le sorelle di Ghirardini Giacomina, Natalina, Giulia ed Ernestina, il loro Beppe è stato assassinato: «È stato ammazzato perché aveva visto qualcosa che non doveva vedere. Era un uomo buono, non avrebbe mai fatto del male a nessuno. Lui non centra con l’omicidio di Bozzoli. È stato ammazzato proprio perché era un brav’uomo. Escludiamo il suicidio. Perché usare il veleno quando aveva molte armi in casa? Si sarebbe sparato con uno dei suoi fucili».

Ne è sicura anche la moglie, che vive in Brasile con il loro figlio. La notte prima di scomparire Beppe l’ha chiamata decine di volte. Che cosa voleva? L’ultima volta che l’aveva sentito, però, era felice perché lei e il figlio sarebbero venuti in Italia per Natale e avrebbero passato con lui le feste Se sembra diradarsi un poco la nebbia che avvolge la scomparsa di Bozzoli, gli inquirenti, però, non si sbilanciano sulla morte di Ghirardini. Resta aperto un fascicolo per istigazione al suicidio. Le sorelle, però, hanno scoperto un particolare molto importante e che darebbe conferma ai loro timori.

Dicono: «Un volontario della protezione civile che partecipò alle ricerche al Tonale ci ha raccontato che i cani molecolari non fiutarono il cadavere di Beppe, che si trovava a circa 4 chilometri dalla sua auto, regolarmente parcheggiata. Continuavano a fare la spola tra una panchina e la vettura… avanti e indietro. Non si addentrarono mai nel bosco. Furono gli operatori ad andarci visto che loro non trovavano tracce. Si spinsero fino a Case diVìso. Il corpo era lì. Questa affermazione è importantissima. Perché i cani molecolari non fiutarono il cadavere? Perché probabilmente Beppe è stato portato in auto nel luogo in cui poi è morto. Ecco perché i cani molecolari non avvertirono il suo odore, perché non ha mai camminato lungo quei sentieri. Parcheggiata la sua auto, è salito a bordo di un’altra vettura. Questo conferma che Beppe non era solo su quella montagna, che con lui c era il suo assassino, che poi l’ha avvelenato». Inoltre, sono stati resi noti i risultati degli esami svolti sul liquido oleoso contenuto nella bottiglietta che l’operaio aveva con sé: è un olio vegetale, lo stesso che è stato ritrovato sulle sue labbra. E tornano in mente le parole pronunciate da Natalina Ghirardini: «Beppe è stato costretto a ingoiare il cianuro sotto la minaccia di un’arma…».

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