Marita Comi, la moglie di Massimo Bossetti: “Sono certa, mio marito è innocente”

No gli credo, però ho paura che salti fuori qualcosa di decisivo». Marita Comi, la moglie di Massimo Bossetti, in passato ha tentennato. Oggi non più. Dopo aver letto gli atti dell’inchiesta depositati con la chiusura delle indagini, Marita è diventata l’avvocato più convinto del suo Massi.

Ma c’è stato un periodo in cui, secondo alcuni, era lei la principale accusatrice dell’operaio di Mapello rinviato a giudizio per la morte di YaraGambirasio.

Tutti i loro colloqui in carcere sono stati intercettati, trascritti e interpretati dagli inquirenti. Tra quelle frasi i carabinieri hanno letto i dubbi e, forse, le accuse mosse da una donna che non è solo la moglie dell’imputato, ma anche la madre di tre figli da crescere, comunque vada. Marita, ancora oggi, ha paura. E non si vergogna di dirlo: «Cerco di non pensarci, vivo alla giornata. Ma ho paura, sono da sola con tre figli, e ci rimarrò almeno di certo fino alla fine del processo. Se almeno lo avessero lasciato venire a casa sarebbe stata tutta un’altra cosa, anche per i bambini… Io e Massi stiamo insieme dal ’92, da quando avevo 17 anni. E da quando siamo sposati non abbiamo mai passato una notte separati. Non sono mai stata senza di lui, facevamo tutto insieme e ora mi trovo a fare tutto da sola, da mesi»

All’ingresso della loro casa di Piana di Mapello l’acquario con i pesci del Massi è ormai quasi disabitato. E su quei diciassette scalini che dal portoncino portano all’appartamento, ordinato e colorato, con le pareti rosa e gialle e la cucina verde, manca il rumore dei passi di un operaio che ogni sera, dopo il lavoro, tornava a cena sempre alla stessa ora. Anche quel 26 novembre 2010, sostiene lui.

Il bombardamento di notizie dei mesi scorsi ha messo a dura prova Marita. Ma lei è una bergamasca, tosta e concreta. E si è fatta forza, pensando soprattutto ai suoi bambini Che hanno paura ogni volta che vedono una macchina dei carabinieri, racconta spesso Marita, ma che godono di protezione, soprattutto a scuola, dove insegnanti e psicologi hanno fatto un ottimo lavoro. Nessun compagno li addita, nessuno parla loro del papà. «Quando in classe fanno le ricerche sui giornali -racconta Marita a Quarto Grado – le maestre controllano prima le pagine e tolgono gli articoli che parlano di Massimo».

Il giorno deU’arresto, però, non lo scorderanno mai. «Avevo i bambini in casa, Studio Aperto stava dando i titoli del telegiornale, erano le 18.25. Ho sentito: «Preso l’assassino di Yara…»; ho detto: «Guarda, l’hanno preso». Nel frattempo è entrata la bambina dal terrazzo e ha detto che stavano arrivando i carabinieri. Me li sono trovati subito sulla scala, perché sono entrati dall’ingresso di mia madre. Erano dieci, venti, trenta, non so quanti erano.

I cani abbaiavano, hanno spento la televisione, ho mandato giù i bambini e allora me l’hanno detto». Il fatto, un marito assassino? Possibile? I dubbi, poi, sono venuti anche a lei. «Sono sempre stata convinta che è innocente – spiega Marita – per come l’ho conosciuto e per come ci ho vissuto, però avevo anche paura che saltasse fuori qualcosa di decisivo, che mi dicessero: “Siamo sicuri che è stato lui”. Mi chiedevo: possibile che ci sia soltanto quella goccia di sangue ad accusarlo? Aspettavo con ansia le perizie sul furgone, sulla macchina. E invece non c’era niente. E oggi gli credo ancora di più». Cè ancora un piccolo dubbio? «No. Adesso no».

Marita si scalda quando le vengono ricordate le domande incalzanti al marito, durante i colloqui in carcere, come quelle sui ripetuti passaggi del furgone intorno alla palestra di Yara, sulle bugie per non andare al lavoro, sulla sua certezza che il cellulare, quel pomeriggio, gli si fosse scaricato. «Abbiamo sempre saputo che c’erano le cimici, Massimo e i suoi compagni di cella ne avevano addirittura trovate nella loro cella. Ma io sono fatta così, non riesco a far fìnta di niente, se ho dei dubbi, faccio delle domande. Ma ora non ne ho più. Se mi mettessero davanti una foto o un video di mio marito con Yara potrei dubitare, ma non c’è niente».

Cè, invece, il Dna di Bossetti sugli slip di Yara. «Per me il Dna non è una prova, ci sono forti dubbi su quella traccia»

La vita dei familiari di Massimo Bossetti, intanto, deve andare avanti, tra visite in carcere (almeno due volte alla settimana) e le telefonate con gli avvocati. I rapporti con Ester, la suocera, la nonna dei bambini, si sono rarefatti. Bugie ed incomprensioni hanno minato il rapporto. Il sindaco di Mapello sta cercando un lavoro per Marita.

Il figlio più grande, alla fine dell’anno scolastico, potrebbe andare a far pratica da un meccanico. Aspettando di sentire ancora, alla sera, i passi di un operaio stanco, padre e marito, su quei diciassette scalini che portano a casa. Oggi in cella con l’accusa peggiore: aver ucciso una bambina e i suoi sogni.

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