Mps, Siena più vicina a Parigi un asse francese per il credito

Nel gergo delle banche d’affari si dice «costruire una una investor base». In italiano  specialmente nella lingua colorita che si parla a Siena  diventa più prosaicamente «Ma chi comanderà nel Montepaschi?». La risposta la darà l’aumento di capitale da 3 miliardi che parte oggi fino al 12 giugno con azioni offerte a 1,17 euro, con un maxi-sconto del 38,9% e in un rapporto di 10 nuovi titoli ogni azione vecchia posseduta.

I diritti di opzione saranno negoziati in Borsa fino a lunedì 8: per questo periodo il titolo a Piazza Affari sarà sul-l’ottovolante  come già successe l’anno scorso per la ricapitalizzazione da 5 miliardi , anche se la Consob ha ribadito già venerdì 22 il divieto di vendite allo scoperto «nude» e l’obbligo di comunicazione delle posizioni nette corte sul titolo. Un modo per frenare gli hedge fund, sempre interessati a speculare sul un titolo volatile come Mps.

Se le montagne russe in Borsa sono probabili, è matematico l’effetto diluitivo per chi non sottoscriverà l’aumento. La questione riguarda innanzitutto i risparmiatori: quasi il 90% di Mps è in mano a una miriade di piccoli soci  privati e fondi  chiamati per la seconda volta in un anno a sostenere la banca, in una ricapitalizzazione superiore all’attuale valore di Borsa di 2,5 miliardi di euro, senza ottenerne in cambio dividendi. Chi non vorrà o potrà seguire l’aumento potrà incassare vendendo i diritti, mentre chi volesse entrare adesso sarà avvantaggiato da uno sconto persino superiore a quello dello scorso aumento che era stato del 35,5%. L’incasso non è comunque in discussione, vista la garanzia fornita  a caro prezzo, circa 130 milioni di commissioni  dalle banche del consorzio: un nutrito elenco di istituti guidato da Ubs, Citi, Goldman Sachs e Mediobanca, con accanto Barclays, Commerzbank, Deutsche Bank, Merrill Lynch, SocGen come joint bookrunner, Banca Imi, Santander, Credit Suisse e UniCredit come cobookrunner, e Banca Akros, Banca Profilo, Popolare di Vicenza, Bbva, Equita Sim, Ing Bank, Jefferies e Stifel Nicolaus come co-lead manager. Una compagine prevalentemente estera che punterà a vendere sui mercati internazionali l’uscita di Mps dalle secche.

I soci più robusti non subiranno diluizioni, visto che  ufficialmente o ufficiosamente tutti si sono impegnati a sottoscrivere. I fondi esteri entrati a marzo 2014, cioè il messicano Fintech Advisory del miliardario (con cittadinanza britannica) David Martinez Guzman con il 4,5% e, con il 2%, il brasiliano Btg Pactual del finanziere André Santos Esteves (rappresentato in Italia da Roberto Isolani, vicepresidente di Mps) hanno investito finora 505 milioni di euro, che diventeranno 700 con l’aumento. Una cifra enorme su cui la perdita potenziale è colossale. Per que sto non possono che investire ancora.

Dalla loro c’è che hanno in mano le redini di Rocca Sa-limbeni. Grazie al patto di sindacato con la Fondazione Mps (attualmente al 2,5%) hanno conquistato nel nuovo board i 7 posti su 14 riservati alla lista di maggioranza e ora avranno la parola finale nella scelta del nuovo presidente, una volta che Alessandro Profumo, terminato l’aumento, si dimetterà.

Ma un ruolo altrettanto importante ce l’avranno i soci cosiddetti di minoranza. Il partner storico di Mps nella bancassicurazione, Axa, forte del 3,17% che gli ha consentito di eleggere 3 consiglieri all’assemblea dello scorso aprile, si è già impegnato a sottoscrivere pro-quota. C’è poi l’outsider Alessandro Falciai: con appena l’1,7% l’ex manager Stet e poi imprenditore in proprio con Dmt è riuscito a coagulare il consenso dei fondi istituzionali conquistando 4 consiglieri e una forte influenza dentro il board, nel quale è entrato lui stesso.

Se non ci saranno sorprese nell’azionariato  o se non arriverà durante l’aumento una manifestazione di interesse per un’acquisizione o un’integrazione, ipotesi «non esclusa» nel prospetto informativo  toccherà a questo gruppo di azionisti tirare le fila del nuovo corso di Mps. Toccherà invece all’amministratore delegato Fabrizio Viola, forte dell’utile ritrovato nel primo trimestre 2015 di 72,6 milioni, spingere sulle direttrici tracciate dalla Bce: ridurre i crediti deteriorati, chiudere altre 350 filiali oltre le 550 già estinte, definire il velenoso derivato Alexandria, magari con una transazione con la banca giapponese Nomura. E soprattutto, realizzare la fusione, anch’essa imposta da Francoforte. Ma il partner sarà italiano o estero?

I rumors sul partner italiano suggeriscono Ubi Banca, quando la popolare lombarda si sarà trasformata in società per azioni. Viola ha fatto sapere che preferirebbe, dal punto di vista industriale, la soluzione nazionale. Ma Mps potrebbe essere un boccone troppo grande anche per Ubi, che secondo alcune simulazioni di banche d’affari in caso di integrazione potrebbe avere necessità di nuovo capitale.

Molto dipenderà dallo scenario macroeconomico. L’intervento del governo con la bad bank  sebbene di difficile attuazione  e le misure per accelerare il recupero dei crediti potrebbe dare una mano nella gestione delle sofferenze. Se poi nei prossimi mesi i dati sulla ripresa dell’economia dovessero essere confermati, allora il Monte potrebbe tornare ad essere una via d’ingresso per uno straniero che vuole scommettere sull’Italia. Resta la via intermedia dell’intervento di una banca nazionale controllata da un gruppo estero, come i francesi Bnl-Bnp Paribas e Cariparma-Credit Agricole.

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