Numeri, memoria, gentilezza Così l’indiano Pichai ha conquistato i fondatori

Il primo a capirlo fu un vecchio zio. Quando perdeva un numero di telefono, chiamava il nipote, dodicenne, e gli diceva: una volta mi hai aiutato a comporlo, non è che te lo ricordi? E lui lo ricordava. Quello, e tutti i numeri di telefono fatti nella sua vita, sul telefono a rotella. «Non pensavo potesse tornarmi utile», spiega ora. E invece. Risposte alle domande più strane, gentilezza, modestia, numeri, telefoni. Era tutto già lì, nella casa di due stanze a Chennai, nel sud-est dell’India, dove Sundar Pichai viveva con il papà (ingegnere), la mamma (stenografa) e il fratello. Senza tv, senza auto, girando per la città  in 4  su una lambretta blu.

È da lì che bisogna partire, se si vuole capire qualcosa dell’uomo che, 31 anni dopo, è diventato capo di Google. E che lo è diventato quasi per acclamazione. Larry Page, il co-fondatore del gigante hi-tech di Mountain View, nella lettera in cui annunciava una mastodontica riorganizzazione di una società dal valore di mercato di 452 miliardi di dollari, ha speso più parole per Sundar (233, tra cui queste: «Sono davvero fortunato a lasciare la società a un talento come lui») di quelle (190) per rispondere alla domanda «che cos’è Alphabet?».

Non esiste ex insegnante, compagno di corso, collega che non ne parli in termini entusiastici. «Ti sfido a girare per tutta l’azienda e trovare qualcuno che pensi che Sundar sia uno stronzo», ha detto a Bloomberg Caesar Sengupta, un ex collega. Merce rara, la benevolenza, per chi ha obiettivi immensi. Meno, se si è capaci di declinare quegli obiettivi così: «La cosa che mi ha sempre attirato, di Google e di Internet, è la loro spinta all’uguaglianza. Quel che mi importa è che mettiamo la tecnologia al servizio di questo, per chiunque al mondo. E le ricerche di Google funzionano allo stesso modo per chiunque, dal ragazzino che vive in campagna al professore a Stanford». Sembra retorica. Ma quel ragazzino, quel professore, sono davvero una persona sola  la stessa che parla.

Prima di arrivare nel suo ufficio  scrivania bianca, sedia ergonomica: stop  al Google-plex, Sundar è passato dalle scuole indiane, è approdato in California con una borsa di studio (e 1.000 dollari che il padre aveva racimolato per pagargli il biglietto), è rimasto senza fiato quando ha visto il prezzo di uno zaino negli Stati Uniti («60 dollari!»), è passato da Stanford (ingegneria) a Wharton (economia), si è sposato con la fidanzata di sempre, Anjali, ha avuto due figli.

Il giorno in cui viene assunto, il 1° aprile 2004 (quattro mesi prima che l’azienda si quotasse a Wall Street), viene messo a lavorare nel team che si occupava della «search toolbar», la finestrella che permetteva a chi usava Explorer e Firefox di fare ricerche senza andare sul sito di Google. È Sundar a convincere i suoi capi  vincendo persino lo scetticismo dell’allora amministratore delegato, Eric Schmidt  a progettare Chrome, che ora è il browser più usato del pianeta. È lui a guidare  con una politica di trasparenza e apertura assolute  i team che sovrintendono a Google Drive, Maps, Play, che affinano il motore di ricerca. È lui, soprattutto, a inventarsi i sistemi operativi Chrome e Android  quello che, in questo preciso istante, fa funzionare oltre un miliardo di cellulari nel mondo.

Il suo obiettivo, più che rendere una società che macina utili ancor più profittevole, è di «dare a tutti le possibilità tecnologiche di Google, quando e dove ne hanno bisogno», ha detto a The Verge poche settimane fa. «Guardi: l’industria dei pc ha raggiunto, in totale, 1,7 miliardi di persone. Io credo che i cellulari ne raggiungeranno 5 miliardi. Noi vogliamo imparare a essere a servizio delle persone, dove e quando hanno bisogno di noi. E io voglio che la Google del futuro si sforzi di dare le possibilità di cui godono i più privilegiati anche a chi non ha nient’altro che un telefono».

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