Omicidio Marco Vannini: C’è un nuovo clamoroso retroscena dietro alla morte

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Fonte: Settimanale Giallo di Gian Pietro Fiore – Più passano i giorni e più mi convinco che chi ha sparato a mio figlio ha mentito spudoratamente per nascondere la verità. Marco è stato vittima di un omicidio volontario e non di un incidente. Oggi, inoltre, scopro che non solo la famiglia Ciontoli ha fatto abilmente sparire un costume e una canottiera da bagnino che Marco indossava la maledetta sera in cui è morto, ma ha nascosto anche un’altra sua maglietta, chiara e a maniche corte, che mio figlio aveva con sé come ricambio”.

“ME NE SONO ACCORTA GUARDANDO LE FOTO” È sconcertata ma per nulla arrendevole Marina Conte, la mamma di Marco Vannini, il ventenne ucciso con un colpo di pistola la sera del 17 maggio mentre si trovava nell’abitazione della sua fidanzata a Ladispoli, alle porte di Roma. Per la misteriosa morte di Marco, come abbiamo più volte scritto, è indagato il suocero Antonio Ciontoli, 48 anni, accusato dalla Procura di Civitavecchia del reato di omicidio volontario. L’uomo è un militare, ancora in servizio nonostante il procedimento penale in corso. Durante gli interrogatori, ha risposto alle domande del giudice fornendo una sua versione dei fatti davvero poco credibile: ha detto di aver involontariamente sparato a Marco, il fidanzato di sua figlia Martina, mentre maneggiava una pistola che custodiva in un armadietto all’interno del bagno, dove il ragazzo si stava facendo la doccia. Tutti gli indizi lasciano pensare, invece, che le cose siano andate diversamente, cioè che Marco non sia stato vittima di un tragico incidente domestico, bensì di un omicidio volontario.

Ne è convinta mamma Marina e ne sono convinti gli altri parenti del ragazzo. Nonostante Marco fosse stato ferito in maniera molto grave, infatti, nessuna delle persone presenti nella villetta dei Ciontoli, in via Alcide De Gasperi a Ladispoli, si è sentita in dovere di avvertire immediatamente i soccorsi, che sono stati allertati solo due ore dopo l’accaduto, quando ormai per il povero ragazzo non c’era più nulla da fare. Leggete che cosa ha scoperto recentemente la sua mamma. Ci dice Marina Conte: «Mio figlio, quando è arrivato all’ospedale in fin di vita la notte tra il 17 e il 18 maggio, aveva sulla bocca la mascherina dell’ossigeno ed era coperto con un lenzuolo dai piedi al collo. In quei drammatici momenti, quindi, non ho potuto vedere quali vestiti avesse addosso. Sapevo soltanto che era arrivato al pronto soccorso indossando i pantaloni di una tuta perché gli infermieri li hanno successivamente consegnati alla famiglia Ciontoli.

Solo recentemente, visionando le fotografie a colori inerenti il materiale sequestrato durante le indagini, mi sono resa conto che quando Marco è giunto agonizzante in ospedale indossava una maglietta a mezze maniche blu con una vistosa scritta pubblicitaria sul petto. Ebbene, questa maglia, così come i pantaloni di cui vi parlavo prima, non appartenevano a Marco. Lo posso sostenere con assoluta certezza perché sono sua mamma e so come si vestiva e che cosa c’era nel suo armadio. Quindi, se prima mancavano all’appello la canottiera da bagnino e il costume che indossava durante il lavoro, a oggi risulta scomparsa anche la maglietta che mio figlio aveva con sé come ricambio la tragica sera del 17 maggio». Della maglietta a cui fa riferimento mamma Marina si sono completamente perse le tracce proprio dalla notte del delitto.

PORTATO IN OSPEDALE DUE ORE PIÙ TARDI Continua la mamma: «Sono certa di quello che dico, e vi svelo un altro particolare. Marco, la sera prima di morire, cioè sabato 16 maggio, aveva cenato a casa insieme con me e mio marito Valerio. Indossava un paio di pantaloni di jeans, una maglietta chiara a mezze maniche e una felpa. Dopo cena, ci ha salutati ed è andato a casa della fidanzata, Martina, dove sarebbe rimasto a dormire. Marco aveva con sé uno zainetto che conteneva un costume, la canottiera da bagnino, un paio di ciabatte e un telo da mare. Insomma, tutto il necessario per svolgere, l’indomani, il suo lavoro di bagnino presso il lido “Il Covo” di Ladispoli. Dopo la tragedia, i Ciontoli ci hanno restituito solo i jeans, la felpa, il telo da mare e le ciabatte. Pensavo che la maglietta con la quale era uscito da casa nostra fosse stata sequestrata dagli inquirenti dopo la sua morte e che lui l’avesse addosso quando fu portato in ospedale. Invece, come vi ho detto, ho scoperto che non è così. Che fine ha fatto? Perché non mi è stata restituita, considerato che all’ospedale è arrivato con una maglietta di colore blu scuro che non era evidentemente sua?

Questo particolare dimostra una volta di più come i famigliari di Martina siano rimasti lucidi fino all’ultimo istante, studiando bene il modo per occultare ogni prova del delitto. Del resto, hanno avuto tanto tempo per mettere a punto ogni dettaglio del diabolico piano, visto che il mio Marco è stato portato in ospedale due ore dopo la sparatoria. Il loro comportamento, però, non fa che aumentare i sospetti su di loro: il mio povero Marco, lo ripeto ancora una volta, è stato ucciso volontariamente e non in maniera accidentale, come invece vuol far credere Antonio Ciontoli, che si è autoaccusato del defitto». I sospetti di Marina sono fondati e le sue considerazioni basate su elementi certi: se i vestiti di Marco non si trovano più e se sono stati nascosti e gettati via, è evidente che si è voluto occultare le prove. È altrettanto evidente che su quei vestiti c era qualche traccia importante.

“LA LORO CASA E CHIUSA: DOVE SONO?” Continua la donna: «Ho tanta rabbia dentro. Ho perso un figlio, senza sapere come e perché. Qualsiasi genitore mi può comprendere, tranne uno: la madre di Martina. Marco è stato trattato come una bestia da tutti, anche da lei». Marina è una mamma disperata ma non si rassegna e intende combattere con tutte le forze. Conclude la donna: «Passo le giornate a pensare a Marco e a ciò che gli è successo. Penso anche ai drammatici momenti in cui mi è stata negata la possibilità di stare accanto a mio figlio mentre implorava aiuto
e chiedeva di me: sono stata avvisata di quello che era successo troppo tardi, quando Marco stava esalando gli ultimi respiri. I Ciontoli si sono limitati a mandare un mazzo di fiori al cimitero e nessuno di loro si è preoccupato di venire a casa mia per darmi delle spiegazioni su ciò che era successo.

Martina, che diceva di amare Marco, si è chiusa in un “assordante” silenzio. Mi sarei aspettata, in quanto fidanzata di mio figlio da ben tre anni, che si presentasse dietro alla mia porta e mi raccontasse senza remore ciò che era accaduto quella tragica sera a casa dei suoi genitori. Invece nulla. È sparita, alzando tra noi un muro di indifferenza, che io interpreto come un segnale di inumanità. Per non parlare del silenzio in cui si è chiusa la fidanzata di Federico, l’altro figlio dei Ciontoli. Mi chiedo: perché non parla? Sta forse coprendo qualcuno? Eppure era lì anche lei quella sera». La mamma di Marco, prima di salutarci, si pone l’ennesima, inquietante domanda: «Dove si trovano oggi i Ciontoli, considerato che la loro casa di Ladispoli è chiusa e disabitata? Spero non siano scappati e che gli inquirenti sappiano dove si trovano e che cosa stanno facendo. Ho molta fiducia nella magistratura e nel pubblico ministero, che con scrupolosità e diligenza sta dirigendo l’indagine sull’uccisione di mio figlio. Il giudice è una donna e forse anche una madre, per questo sono certa che comprenderà ancora di più il mio dolore e che presto mi darà quelle risposte che aspetto da tre mesi».

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