Omicidio Marco Vannini: Ciontoli esplose il corpo mortale, il figlio Federico nascose l’arma

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Antonio Ciontoli è autore dello sparo che si rivelerà fatale a Marco Vannini. Suo figlio Federico recupera per primo le armi mettendo in sicurezza quella dalla quale è partito il colpo e recuperando il bossolo”. Queste parole sono contenute nella relazione che i carabinieri di Civitavecchia hanno consegnato al pubblico ministero titolare dell’inchiesta sulla morte di Marco Vannini. Come avete letto nelle pagine precedenti, per l’omicidio del bagnino di Cerveteri sono stati iscritti nel registro degli indagati quattro componenti della famiglia Ciontoli e Viola Giorgini, la fidanzata di Federico. I Ciontoli sono accusati di omicidio volontà rio sorretto da dolo eventuale,

Viola Giorgini deve rispondere del reato di omissione di soccorso. Tutti e cinque, infatti, nei momenti successivi al ferimento di Marco con un colpo di pistola calibro nove, si sono adoperati unicamente per occultare le prove di quanto accaduto, senza prestare soccorso al ferito, che agonizzante implorava aiuto. Il 118, infatti, è stato chiamato con colpevole ritardo. Una condotta che ne ha cagionato la morte, come stabilito dai medici legali. Marina Conte, la mamma di Marco, non si dà pace.

Nonostante la verità sulla tragica morte del suo figliolo stia piano piano venendo a galla, la donna non riesce a rassegnarsi. Per lei, per il marito Valerio e per tutte le persone che volevano bene al povero Marco sarà un Natale tristissimo. Il primo senza questo adorabile ragazzo, la cui vita è stata spezzata dal folle comportamento di persone di cui si fidava ciecamente. Dice la mamma: «Sarà il primo Natale senza mio figlio. Per me i giorni di festa non esistono più». Ma torniamo a ciò che i carabinieri del Nucleo Operativo e Radiomobile della Compagnia di Civitavecchia hanno scritto riguardo a ogni singola persona presente sulla scena del delitto. Ecco le schede fatte dai carabinieri. La messe in un marsupio appeso alla porta del bagno, in quanto il giorno dopo gli sarebbero servite dovendo recarsi in servizio… Ho sentito un colpo di arma da fuoco verso le 23.15-23.30, dalla mia camera, e sono corsa in bagno, dove ho visto mio padre che diceva “è un colpo d’aria”, e vedo Marco dentro la vasca che urlava e chiedeva aiuto».

Come avete letto, Martina negò di aver assistito alla sparatoria, circostanza smentita dalle intercettazioni di cui vi abbiamo parlato prima. Disse ancora: «Ho chiesto a mio padre cosa fosse successo e lui mi rispondeva che era sicuro che la pistola fosse scarica e che gli era partito un colpo mentre gliela stava facendo vedere. Poi Marco è diventato pallido, ha perso conoscenza e mio padre e mio fratello

Lo hanno sollevato dalla vasca e portato sul letto… Poi Marco ha cominciato a girarsi di scatto, ogni tanto emetteva urla. Gli abbiamo dato acqua e zucchero e abbiamo chiamato l’ambulanza. Pensavamo che si sarebbe ripreso, perché non pensavamo che il proiettile fosse stato esploso. Potevamo vedere una bruciatura sul braccio destro…». Martina, quindi, disse al giudice di non essersi resa conto della gravità della situazione, ma anche questa affermazione è stata smentita dall’intercettazione ambientale. Proseguiamo con la sua deposizione: «Mio fratello dopo mezz’ora ha chiamato l’ambulanza…

Marco aveva parlato qualche volta delle armi che aveva mio padre, anche se forse solo una volta ho assistito a questi discorsi… Marco una volta mi confidò che avrebbe voluto visionare le armi di mio padre… Al pronto soccorso ho parlato con i genitori di Marco, ai quali ho detto di parlare con mio padre. Loro l’hanno presa bene perché Marco era ancora vivo». Martina sostenne che l’ambulanza fu chiamata dopo mezz’ora, ma anche questa circostanza è falsa. Inoltre, prima disse che Marco era un appassionato di armi, poi che l’aveva sentito parlare di armi solo un volta. L’interrogatorio si concluse con una dichiarazione scioccante: «Mio padre riferì ai medici che Marco era sotto cortisone e quindi mi chiedo se questa circostanza abbia provocato la morte di Marco, anche perché mi è stato detto che sono state rinvenute tracce di stupefacente nelle urine».

Che cosa c’entra il cortisone? Perché Martina parlò della presenza di sostanze stupefacenti nelle urine del fidanzato? Parole gravissime che denotano come Martina cercasse in tutti i modi di alleggerire la posizione del padre. In un altro interrogatorio, il secondo, avvenuto il 2 ottobre, Martina continuò a sostenere le sue assurde tesi. Disse al pm: «Marco si stava lavando, io sono uscita dal bagno ed è entrato mio padre. Quando ha esploso il colpo io ero fuori dalla stanza. Io non ero presente. Mio padre mi ha raccontato tutto in caserma e quindi è come se avessi vissuto io la scena, ed è per questo che mi sono espressa così. Io non ho visto il proiettile, non sapevo nemmeno che fosse entrato… Non ho chiamato l’ambulanza perché io non lo sapevo che era stato colpito con un colpo di arma da fuoco». Ma come abbiamo visto, erano tutte bugie: Martina era presente e ha visto tutto, fin dal momento della sparatoria. Ma, con una freddezza incredibile, non ha fatto nulla per salvare il suo ragazzo.

1 COMMENT

  1. lA GIUSTIZIA italiana …LO SCHIFO DELLO SCHIFO ma come domando??? Mettete in carcere un ragazzo e lo ammazzate anche per magari un furtarello o qualche grammo di droga come il povero CUCCHI.. e questo delinquente che spara e ammazza un ragazzo di 20 anni lo lasciate ancora libero e beato ? dopo che ha raccontato un sacco di bugie menzogne e di tutto di piu’ ma come e’ possibile? E fa parte anche delle forze dell’ordine? e GLI DIAMO ANCHE UN’ARMA IN MANO A QUESTO INESPERTO PIVELLO? Che ORRORE la giustizia italiana che lascia in liberta’ terroristi e gente come craxi lusi e berlusconi che hanno strarubato miliardi e arresta e rovina la vita ai poveri fessi! majatttafanguhhl!!!!!!!

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