Omicidio Marco Vannini: Gli inquirenti hanno in mano le prove che inchiodano Antonio Ciontoli

Fonte: Settimanale Giallo di Gian Pietro Fiore – Ci sarà modo e luogo per dimostrare la veridicità delle dichiarazioni che ho reso agli inquirenti rispetto a ciò che è accaduto quella sera”. Chi parla, in esclusiva a Giallo, è Antonio Ciontoli, 48 anni, il militare indagato per la morte del giovane Marco Vannini, avvenuta il 17 maggio proprio nella villa ^ dell’uomo a Ladispoli l … (Roma). Insieme k con lui sono indagati, per concorso in omicidio, la moglie Maria, i figli Martina e Federico, e la sua fidanzata Viola Giorgini. Uno di loro sparò a Marco con una pistola Beretta 380. Gli esiti delle perizie appena depositate in Procura, come vedremo più avanti, inchiodano la famiglia Ciontoli alle proprie gravissime responsabilità.

Ma torniamo a ciò che ci ha riferito Ciontoli, che fin dalla sera dell’omicidio si è auto accusato di aver sparato a Marco, prima dicendo di averlo fatto “per errore” e poi “per uno scherzo”. L’uomo, che da quando è accusato di omicidio, non aveva mai parlato con alcun giornalista, ci dice: «Mi preme sottolineare che i processi non si fanno sui giornali e nelle trasmissioni televisive. Non mi sottraggo alla legge, sarò sottoposto al suo giudizio. Con la mia famiglia avremo modo di andare in tribunale e soltanto in quel luogo e non da altre parti saremo giudicati da chi è preposto a farlo. È difficile parlare in determinate situazioni: in questa fase delle indagini dovrebbe vigere la riservatezza». Ed eccoci alla frase che abbiamo riportato all’inizio: «Ci sarà modo e luogo
per dimostrare la veridicità delle dichiarazioni che ho reso agli inquirenti rispetto a ciò che è accaduto quella sera».

NEL CARICATORE C’ERANO BEN 12 COLPI Ciontoli, insomma, è convinto di riuscire a dimostrare nelle sedi opportune che la sua versione corrisponde a verità. Sa benissimo, però, che la sua ricostruzione dei fatti è stata ampiamente smentita dai carabinieri del Ris di Roma, che proprio in questi giorni hanno consegnato gli esiti delle perizie al pubblico ministero Alessandra D’Amore, titolare dell’inchiesta. Il capitolo più importante delle perizie riguarda la Beretta con la quale è stato ucciso il povero Marco. Come abbiamo anticipato in esclusiva alcune settimane fa, la pistola, che Ciontoli deteneva regolarmente, era difettosa. Per gli esperti che l’hanno smontata e analizzata pezzo per pezzo, è impossibile che da quell’arma sia partito un colpo “per errore”, come sostenne invece Ciontoli all’indomani dell’omicidio.

Per fare fuoco con quella pistola, infatti, è necessario eseguire alcune operazioni piuttosto complicate. Inoltre, per sparare è indispensabile utilizzare entrambe le mani e non una sola. Come ricorderete, Ciontoli, invece, disse di aver premuto il grilletto nel tentativo di afferrare al volo la pistola che gli stava scivolando di mano. In un secondo momento, l’uomo si è rimangiato le sue parole e ha detto: «Ho premuto il grilletto mentre, per scherzo, volevo far spaventare il fidanzato di mia figlia Martina». Il cambio di versione è avvenuto proprio quando Ciontoli ha saputo di questa perizia e non può essere una coincidenza. Solo su una cosa non si è contraddetto Ciontoli: in entrambi gli interrogatori ha dichiarato di non essersi accorto che l’arma fosse carica. Anche su questo particolare, però, i carabinieri del Ris lo hanno smentito.

Chi ha fatto fuoco non poteva non accorgersi che nel caricatore cerano ben 12 proiettili perché l’arma era molto pesante. Inoltre, sulla pistola c’è una piccola leva rossa sporgente che segnala la presenza di pallottole nel caricatore. A incastrare la famiglia Ciontoli c’è inoltre la polvere da sparo trovata sugli abiti e nel naso di almeno tre persone. Oltre al capofamiglia, infatti, sono risultati positivi al test dello stub (che segnala la presenza di polvere da sparo sul corpo e sui vestiti di un sospettato) anche i figli Martina e Federico. Ciò dimostra che Ciontoli non era da solo sulla scena del crimine, come ha sempre sostenuto. Inoltre, le indagini hanno evidenziato come la scena del crimine sia stata alterata dopo il defitto, nel tentativo di occultare le prove. Ma torniamo alle dichiarazioni che Antonio Ciontoli ha rilasciato in esclusiva a Giallo. Gli abbiamo chiesto qual è il suo stato d’animo pensando che alla luce degli indizi contro di lui potrebbe essere arrestato da un momento all’altro. Il militare, prima di rispondere, ha fatto una breve pausa. Poi ha trovato la forza di parlare: «Non posso rispondere a questa domanda, posso solo dire che la mia famiglia sta soffrendo tantissimo per questa situazione».

«CHI SOFFRE DAVVERO SIAMO NOI FAMILIARI»  In realtà, chi soffre ben di più è Marina Conte, la mamma di Marco. Quando ha saputo delle dichiarazioni che Ciontoli, mamma Marina si è ancora una volta indignata. Ci ha detto: «Quelle persone hanno anche il coraggio di dire che stanno soffrendo. Ma come si fa a sostenere una cosa del genere? Chi sta soffrendo veramente siamo io e mio marito Valerio. Per colpa di quelle perso ne non abbiamo più un figlio. I Ciontoli dicono di aver voluto bene a Marco, invece lo hanno ammazzato. Sono responsabili della sua morte e nessuno crede più a una parola di quello che dicono. Continuano a negare l’evidenza. Hanno raccontato un mucchio di bugie. Ora è arrivato il momento di dire ciò che è davvero successo. Non hanno più scampo.

Ormai tutti sanno che hanno ucciso un povero ragazzo: lui implorava aiuto. Per due ore lo hanno lasciato gridare, disperare e morire dissanguato, senza muovere un dito. Senza dargli una possibilità di salvezza. Non solo. Ciontoli ha cambiato versione perché aveva capito che le cose si erano messe male per lui. Anche gli altri indagati hanno mischiato le carte davanti al giudice. Hanno infangato con le loro menzogne la memoria del mio povero figlio. Ora dicono che stanno soffrendo, ma non hanno sofferto quando Marco sanguinante chiedeva aiuto? Non hanno sofferto quando l’hanno visto morire e non hanno fatto niente per salvarlo? Ora non è più il tempo delle bugie». L’avvocato Celestino Gnazi, che assiste la famiglia Vannini, ha aggiunto: «Le persone responsabili della morte di Marco non hanno mai mostrato un atteggiamento collaborativo con la magistratura. Hanno cambiato le loro dichiarazioni secondo convenienza e sulla base dei riscontri scientifici. L’impressione è che le dichiarazioni che l’uomo ha rilasciato in un secondo momento siano state concordate con gli altri indagati».

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