Omicidio Mario Bozzoli, il nipote disse: “Prima o poi l’ammazzo”

Ci sono quelle frasi esagerate che escono così, d’impulso, quando gli animi si accendono. Soprattutto nelle liti tra parenti, soprattutto se le liti girano intorno a questioni di soldi. «Prima o poi l’ammazzo», per esempio, ed è chiaro che non lo vuoi ammazzare davvero, sei solo arrabbiato, ti passerà e finirà al solito con una pacca sulle spalle. Succede anche nelle migliori famiglie. Ma che cosa accade se poi il congiunto in questione muore davvero? O se svanisce nel nulla come Mario Bozzoli? «Prima o poi l’ammazzo», si sarebbe fatto sfuggire suo nipote Giacomo, che ora smentisce categoricamente di aver proferito quella minaccia, anche se è stato lo stesso procuratore di Brescia Tommaso Buonanno a parlare da sempre di «profondi dissidi» familiari.

Figlio minore di Adelio Bozzoli, Giacomo è stato iscritto, insieme con il fratello maggiore Alex, nel registro degli indagati. Con accuse pesantissime: concorso in omicidio volontario e distruzione del cadavere di Mario Bozzoli. Distruzione perché del corpo di suo zio non è rimasta traccia se è vero, come ipotizzano gli inquirenti, che è stato gettato nei forni da 1.200 gradi in uso nella fonderia di famiglia, a Marcheno. Ed è per questo che, insieme con i nipoti di Bozzoli, ufficialmente indagate ci sono anche le altre due persone che quella sera dell’8 ottobre, quando Mario Bozzoli scomparve, erano presenti in fabbrica: gli operai Oscar Maggi e Akwasi Aboagye. «Fosse vivo Giuseppe Ghirardini, sarebbe indagato anche lui», trapela da ambienti investigativi.

Ghirardini, altro operaio della fonderia, è morto e la sua fine è un giallo nel giallo. Perché sei giorni dopo l’8 ottobre, data della scomparsa del suo datore di lavoro, è svanito nel nulla da Marcheno, dove viveva da solo da quando si era separato dalla moglie brasiliana. «Vado a caccia», dice salutando la sorella. Solo che non si porta né i fucili né gli amatissimi cani. Il suo cellulare viene localizzato per l’ultima volta a Passo Croce Domini, vicino ai luoghi dove passava le vacanze in famiglia. Poi il segnale si interrompe per sempre. Il 18 ottobre sarà ritrovato il suo cadavere sul greto di un torrente a cento chilometri da casa, vicino a Ponte di Legno. Avvelenamento da cianuro, riporta l’autopsia. «Quel luogo così riparato, in mezzo alla natura e allo stesso tempo lontano da orecchie e occhi curiosi, mi è sempre parso il teatro perfetto per una conversazione molto riservata, di quel genere che non vuoi che giunga neanche per sbaglio a qualche estraneo», spiega la crimonologa Roberta Bruzzone, che fin dal primo istante si è detta convinta che la chiave della scomparsa di Bozzoli fosse proprio da ricercare nel mistero di Ghirardini.

A Ponte di Legno doveva incontrare qualcuno, l’operaio? Che cosa sapeva della sera dell’8 ottobre, cosa aveva visto lui che era proprio l’addetto ai forni? Qualcuno l’ha costretto a bere il cianuro, in realtà un’esca per la caccia fuori produzione dal 1970, rimasta intatta nel suo stomaco, e poi a ingoiare il contenuto di una seconda capsula avvelenata? L’indagine sulla sua morte è per induzione al suicidio. «Certo però l’iscrizione sul registro degli indagati dei giovani Bozzoli e dei due dipendenti può rappresentare una svolta sostanziale», continua la criminologa. «Questo soprattutto alla luce dell’improvvisa disponibilità di denaro mostrata da Oscar Maggi, dipendente della fabbrica e per di più in cassa integrazione vista la sospensione delle attività dopo la scomparsa del titolare». Lui, Maggi, che si dice del tutto innocente, ha motivato quegli strani movimenti di soldi come l’aiuto di un parente che con la sua pensione lo starebbe sostenendo in un momento difficile.

«Ma si sarebbe anche informato sulla temperatura di fusione del titanio, metallo con cui erano state realizzate due protesi dentali di Bozzoli. Insomma, un’informazione non di poco conto se vista nell’ottica dell’ipotesi della Procura». In sostanza, per l’accusa, dopo aver gettato il corpo dell’imprenditore nella fornace, l’operaio si sarebbe preoccupato dell’evenienza che quegli impianti potessero restare intatti e diventare, potenzialmente, l’unica prova del delitto. «Al momento, il reato per il quale sono indagati è lo stesso per tutti, ma ipotizzo che quello degli operai sia stato più un ruolo da comprimari, che non da ideatori dell’omicidio di Bozzoli», continua la Bruzzone. «Ed è da questo assunto che partirei per ricostruire gli eventi di quella sera». Quella sera, appunto, l’ultimo segno di vita di Bozzoli è il messaggio che invia al cellulare della moglie Irene alle 19.15 per avvisarla che sta uscendo dalla fabbrica.

Al ristorante dove era atteso, però, non è mai arrivato. Nonostante l’auto sia rimasta nel parcheggio della ditta e gli abiti ordinatamente riposti nel suo armadietto, l’imprenditore sembra non essere mai uscito da lì. Solo il cellulare è sparito. L’allarme della moglie è quasi immediato. E benché inizialmente si parli di sequestro di persona, la denuncia ai carabinieri quella stessa notte indica tutt’altra pista: “Negli ultimi mesi la situazione era diventata tesa”, recita il verbale. “Infatti a causa del cambio generazionale ai vertici dell’azienda si erano creati screzi con la famiglia del fratello e addirittura mi diceva di avere paura per i propri figli”. Il cambio generazionale forse passava anche dalla nuova impresa progettata dai nipoti Alex e Giacomo poco distante dalla fonderia e dai suoi forni. Forni che, quella notte, registrarono un’anomalia eccezionale.

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