Omicidio Pordenone Teresa e Trifone: C’è un’ interessante traccia mista sui vestiti di Giosuè

Fonte: Settimanale Giallo di Gian Pietro fiore – Dai vestiti sequestrati all’indagato è stato acquisito un profilo di Dna misto”. È questa l’ultima clamorosa indiscrezione raccolta in esclusiva da Giallo nell’ambito dell’inchiesta sull’omicidio di Teresa Costanza, 30 anni, e Trifone Ragone, 28. Gli esperti della Scientifica hanno prelevato dei profili misti di Dna analizzando uno degli indumenti sequestrati a Giosuè Ruotolo, il 26enne di Somma Vesuviana, in provincia di Napoli, indagato per il delitto della coppia di fidanzati freddata nel parcheggio della palestra del palasport di Pordenone, la sera del 17 marzo 2015.
Con il termine “profilo misto” si indica la presenza di tracce di Dna riconducibili ad almeno due persone. Parliamo per il momento di persone non ancora identificate. Per scoprire i loro nomi sarà necessario estrapolare i singoli profili, ma questa operazione dovrà essere svolta alla presenza di tutte le parti, cioè accusa e difesa. Giosuè Ruotolo avrebbe già fornito agli inquirenti il suo Dna per eventuali comparazioni.

UN ALTRO INDIZIO SULLA MACCHINA La presenza di un profilo biologico “misto” sugli abiti dell’in- dagato potrebbe rappresentare una clamorosa svolta nel giallo del duplice omicidio di Pordenone. Il Dna di Ruotolo, infatti, potrebbe essersi mischiato con quello delle due vittime. Si tratta, lo ripetiamo ancora una volta, solo di un’ipotesi, alla quale stanno lavorando gli inquirenti. I risultati delle analisi su questa “misteriosa” traccia saranno pronti tra una ventina di giorni.
Nel frattempo, gli esperti di laboratorio stanno analizzando un’altra traccia molto importante. Si tratta della “macchia”, risultata positiva al Luminol, rinvenuta sul gancio di una cintura di sicurezza dell’Audi A3 di Ruotolo avvistata nei pressi del piazzale la sera del duplice omicidio. Sarà di fondamentale importanza, in questa fase delle indagini, stabilire se si tratti effettivamente di sangue e, in caso affermativo, a chi sia riconducibile.

IL MISTERO DEL TELEFONO NEL LAGO Non è stato ancora possibile stabilire, invece, a chi appartenga davvero il telefonino rinvenuto dai sommozzatori sul fondale del laghetto di San Valentino, a pochissima distanza dalla pistola calibro 7,65 usata dal killer per freddare i due giovani fidanzati. Come vi abbiamo riferito sul numero della scorsa settimana, si tratta di un vecchio cellulare marca Samsung, di colore nero, la cui descrizione coincide con uno dei telefo- nini in uso a Trifone. Su questo misterioso cellulare abbiamo raccolto qualche elemento in più. Abbiamo scoperto che, al momento del ritrovamento, era senza batteria. Perché? Gli inquirenti, attraverso il codice Imei (cioè una serie di 15 cifre che consente di identificare in maniera inequivocabile i telefoni), hanno scoperto che da quell’apparecchio sono stati spediti due messaggi lo scorso mese di maggio, cioè due mesi dopo il duplice delitto. Questo significa che non è stato gettato in acqua insieme con la pistola e che, di conseguenza, non sarebbe il telefonino di Trifone? È ancora presto per arrivare a una conclusione del genere.

TRIFONE USAVA DUE CELLULARI Non si può escludere, infatti, che l’assassino abbia deciso di liberarsi di questo telefono solo in un secondo momento, individuando nel laghetto di San Valentino il luogo adatto per occultarlo. Cioè, il killer avrebbe deciso di gettarlo nelle stesse acque dove due mesi prima aveva “lanciato” il revolver. Erano stati i coinquilini di Ruotolo a riferire ai carabinieri che Trifone aveva nella sua disponibilità un vecchio Samsung, di colore scuro. I due giovani militari, che in passato avevano diviso lo stesso appartamento con Trifone, erano stati interrogati dai carabinieri all’indomani del ritrovamento della pistola nelle acque del laghetto. Disse Sergio Romano, uno dei due coinquilini: «Ricordo che Trifone, almeno fino a quando era fidanzato con una ragazza che abita in Puglia, oltre a un iPhone, utilizzava un telefono Samsung di colore scuro».

La circostanza venne confermata da Daniele Renna, l’altro coinquilino dell’indagato: «Sì, posso affermare con certezza che Trifone possedeva due telefoni cellulari, e quindi due utenze telefoniche. Uno dei due telefoni era un Apple iPhone di colore nero, l’altro un semplice telefono cellulare non smartphone, sempre di colore nero». Quello trovato nelle acque del lago di San Valentino è un modello marca Samsung non proprio recente, cioè non di ultima generazione. Da quanto abbiamo appreso, Trifone usava questo secondo cellulare abbastanza di rado, e solo per conversazioni riservate. Il militare ucciso dava il numero di questo telefono solo alle persone di cui si fidava di più. Ad ogni modo, gli esperti stanno analizzando il numero Sim (cioè la schedina contenente, appunto, il numero che identifica ogni utenza telefonica) di questo apparecchio per cercare di reperire altre informazioni e stabilire se si tratti effettivamente dello stesso cellulare ripescato nel laghetto.

Roberto Rigoni Stern, l’avvocato che difende Giosuè Ruo- tolo, continua a ripetere che il suo assistito non ha nulla a che vedere con l’assassinio della coppia. Ci dice il legale: «Nei confronti del mio cliente non ci sono elementi che lo identifichino come il killer di Trifone Ragone e Teresa Costanza. Gli elementi raccolti finora non sono sufficienti per sostenere un’accusa di duplice omicidio. A meno che gli inquirenti non abbiano in mano qualcos’altro rispetto a quello finora trapelato, ma non credo sia così, altrimenti Giosuè Ruotolo sarebbe già stato arrestato e invece a oggi è solo indagato a piede libero».

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