Omicidio Teresa e Trifone: Si difende la fidanzata di Giosuè Ruotolo: “Io abito a 1000 Km”

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Non solo avrebbe coperto il fidanzato fornendogli un alibi, modificando o cancellando alcuni messaggi e la cronologia delle chat. Lo avrebbe forse persino spinto a uccidere. La svolta sul delitto di Pordenone arriva a sorpresa. Con l’iscrizione nel registro degli indagati di una persona che quella notte del 17 marzo si trovava certamente a mille chilometri dal parcheggio del Palasport in cui furono freddati Trifone Ragone e la sua compagna, Teresa Costanza, ma che sarebbe comunque in qualche modo coinvolta: è Rosaria Patrone, la fidanzata del caporal maggiore Giosuè Ruotolo, già collega ed ex coinquilino di Trifone oltre che amico della coppia uccisa, indagato a piede libero da settembre per il duplice omicidio.

La tesi della procura di Pordenone è che Rosaria, studentessa di Giurisprudenza di Somma Vesuviana, nel napoletano, come Giosuè, a distanza abbia potuto istigare il fidanzato a compiere l’agguato rimasto per mesi senza una spiegazione. I contatti tra i due, quella sera e nei giorni successivi, sono stati vagliati e la ragazza è già stata sentita, finora però solo come persona informata sui fatti. Un’accusa ancor più pesante del favoreggiamento, sulla quale gli inquirenti stanno compiendo ulteriori accertamenti. «Siamo tranquilli», ha dichiarato l’avvocato Costantino Catapano, legale della giovane, respingendo ogni addebito, «pensavamo di aver chiarito tutto nelle tre sessioni-fiume di audizione cui la mia assistita era stata sottoposta. Ci affidiamo all’antico adagio secondo cui la giustizia deve fare il proprio corso e siamo fiduciosi».

L’indagine sull’esecuzione del Palasport, come prontamente l’avevano ribattezzata giornali e Tv, era rimasta a dire il vero apparentemente ferma per sei mesi. Finché dopo essere stato a lungo sentito come persona informata sui fatti, a settembre Ruotolo finì nel registro degli indagati. La sua versione di quella sera era sempre quella: il 17 marzo aveva trascorso la serata da solo, nella casa che condivideva con alcuni coinquilini, a giocare ai videogiochi. La sua auto però era stata immortalata mentre quella sera passava nella zona della palestra e un testimone riporta di aver visto un’auto simile a quella guidata da Ruotolo allontanarsi dal parcheggio in cui Trifone e Teresa vennero uccisi con sei colpi di pistola.

L’arma fu ritrovata sul fondo di un laghetto in un parco vicino al luogo del delitto, parco in cui lo stesso caporal maggiore andava a fare jogging. La sorpresa vera arrivò con la datazione dei periti balistici: quella Beretta 7,65 risaliva al 1915. Dalla casa del nonno e del papà del giovane militare, a Somma Vesuviana, vengono sequestrate alcune armi, ma lui si difende: dice di essere sì un soldato, ma alla caserma De Carli di Pordenone si occupa di computer. Inoltre, nel suo futuro c’è la Guardia di finanza, avendo appena passato il concorso proprio come la vittima. I tasselli di quella sera tuttavia sembrano ancora ben lontani dall’in- castrarsi: perché Ruotolo avrebbe dovuto uccidere Trifone e Teresa, ai quali era peraltro legato da amicizia e con i quali frequentava molti locali pubblici della città? E in che modo, con quali motivazioni la sua fidanzata Rosaria, seppur lontana mille chilometri, avrebbe dovuto spingerlo a commettere un duplice omicidio?

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