Oms sulla carne lavorata, non bisogna eliminarla ma solo ridurla: il corpo ne ha bisogno

Il rapporto dell’Oms sulle carni rosse lavorate non va letto ed interpretato in maniera allarmistica, ma occorre dare il giusto peso ai rilievi effettuati dall’Iarc. Non a caso Vytenis Andriukaitis, che per l’Europa è il commissario alla Salute e alla Sicurezza alimentare, ha preso posizione dichiarando che ‘il rapporto dello Iarc non va preso con isteria‘, e che ‘la carne contiene componenti che sono necessarie per il nostro corpo‘.

Non a caso, ha sottolineato proprio il commissario alla Salute e alla Sicurezza alimentare Vytenis Andriukaitis nel corso di una conferenza stampa, la dieta mediterranea include pure la carne rossa che deve essere consumata senza abusarne e variando l’alimentazione senza tra l’altro tralasciare l’importanza di mangiare regolarmente frutta e verdura evitando il fumo, consumando meno zuccheri e praticando sport.

Pure dire che la carne rossa lavorata è cancerogena come il fumo è sbagliato in quanto ‘la grandezza di tali rischi è piccola se paragonata ad altri ben noti cancerogeni come il fumo di sigaretta’, ha non a caso dichiarato Kurt Straif dell’Iarc di Lione che è a capo del Programma monografie, e che è intervenuto a smorzare i toni allarmistici della stampa di tutto il mondo.

Si può quindi continuare a mangiare la carne rossa ed anche i prodotti a base di carne rossa lavorata puntando eventualmente a ridurne il consumo se le quantità assunte sono eccessive visto che, e non solo per la carne, la dieta deve essere sempre equilibrata andando a variare gli alimenti che si portano a tavola.

La bufala dell’Organizzazione mondiale della sanità, sulla carne che fa male, rischia di produrre i risultati che in molti temevano, anche se non si è scatenata una psicosi collettiva ne stanno risentendo le vendite di salume e insaccati. E la carne bovina, finita sul banco degli imputati pure lei, rischia di subire dei contraccolpi più contenuti ma ugualmente pericolosi: le quotazioni alla stalla, già pericolosamente vicine ai costi sostenuti dagli allevatori, iniziano a scendere. Il momento della verità sarà lunedì, dopodomani, quando alla Borsa merci di Modena, la più importante d’Italia, si fisseranno i nuovi prezzi all’ingrosso. Ma l’aria che tira fra gli allevatori è pesante. Anzi: pesantissima.

Prima ancora che domanda e offerta si confrontino formalmente, cominciano le avvisaglie di quello che rischia di diventare il lunedì nero della bistecca. Dall’annuncio ufficiale dell’Oms sulla «carne cancerogena», inserita nella lista degli alimenti pericolosi non è passata neppure una settimana eppure ieri e l’altroieri agli allevatori del nord Italia cominciavano ad arrivare le prime offerte al ribasso. I mediatori hanno aperto le ostilità: «Non ti carico i tori da macello perché nessuno mangia più carne». Oppure: «Non carico nessuna bestia perché la vendita di carne è diminuita del 70% e nessuno macella più». Voci false e infondate. Roba che se dovesse succedere sui mercati azionari la Consob aprirebbe subito un’indagine, allertando la magistratura. Ma qui siamo in campagna. Distanti anni luce dalla Borsa e dai listini azionari.

In realtà qualcosa è accaduto. Il primo scrollone ha colpito insaccati e salumi. Dunque salsicce, wurstel, prosciutti, salami pancetta e coppe. Che in effetti hanno fatto registrare un evidente calo di vendite. Non certo del 70% ma tale da impensierire l’industria dei salumi. Per la carne il calo non è avvertibile. Secondo un sondaggio condotto da alcune associazioni di allevatori in macelleria e nei supermercati la bistecca si vende né più né meno di quanto accadeva le scorse settimane.

Ma gli allevatori che hanno venduto i propri bovini in questi ultimi giorni hanno dovuto accettare prezzi ribassati tra i 5 e i 10 centesimi al chilo. Di «peso vivo» come si dice, riferendosi ai capi alla stalla. Trattandosi di bestie che in media pesano 750 chilogrammi il calo di prezzo va da 60 a 70 euro ciascuna. Che può voler dire anche dimezzare il margine per l’allevatore. Tutto questo accade oltretutto, prima ancora che sia stato fissato il prezzo ufficiale. Ma nel comparto della carne il mercato influenza pesantemente le quotazioni alla Borsa merci. Se i mediatori cominciano a offrire lino a 10 centesimi in meno al chilo, il ribasso potrebbe partire da qui e ampliarsi. C’è chi parla di un possibile calo fino a 20,25 centesimi al chilogrammo. Forse addirittura 30. Un calo che porterebbe il bilancio degli allevatori in territorio negativo. Venderebbero in perdita.

Senza contare che alla pressione dei macelli e dell’industria, potrebbe aggiungersi quella della grande distribuzione cui non parrebbe vero di poter far pesare la psicosiper la carne rossa (vera o presunta che sia), per offrire ancora meno. Un trend che, oltretutto, rischia di coinvolgere l’intera Europa. Se le tensioni al ribasso dovessero manifestarsi anche in Francia e Germania è prevedibile l’arrivo sul mercato di enormi partite di carne bovina a prezzi stracciati. Dunque il probabile ribasso sulla Borsa merci lunedì rischia di essere il primo di una lunga serie.
Il mercato delle commodi- ty alimentari è poi molto meno elastico di quello finanziario, ma paradossalmente più sensibile alle pressioni speculative. Come si è capito anche in occasione della psicosi per l’epidemia di influenza aviaria. I polli morivano in Cina ma a non comprarli più erano i consumatori europei. E pure quelli italiani.

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