Parigi: Il commando era composto da quarantanove uomini e una donna

Sono due passaporti a fornire la prima certezza agli investigatori. Il primo, siriano, ritrovato sul corpo di uno degli attentatori suicidi che si sono fatti esplodere vicino allo Stade de France, testimonia la presenza di un immigrato clandestino, giunto il 3 ottobre scorso sull’isola di Lero, in Grecia. In quattro e quattr’otto, il titolare del documento, nato nel 1990, era riuscito a ottenere anche lo status di rifugiato, tacendo di essersi addestrato nei campi dell’Isis. Per i servizi segreti francesi era uno sconosciuto. E si cercano altri due «profughi» registrati in Grecia e legati agli attentati di Parigi. Si sta studiando il percorso che li ha condotti nella capitale francese per individuare i luoghi nei quali si sono fermati e le persone che hanno frequentato.

Per ora, l’unico in grado di fornire notizie su uno dei kamikaze è il vice ministro greco Nikos Toskas: «È stato identificato in base alle regole dell’Ue», peccato che non sappia «se il passaporto sia stato controllato da altri Paesi attraverso cui è possibile che sia passato il titolare». L’esponente del governo di Atene assicura che «proseguiremo gli sforzi accurati e persistenti per garantire la sicurezza del nostro Paese e dell’Europa in circostanze diffìcili». Intanto, è proprio dal Mar Egeo che sono sbarcati alcuni degli sterminatori, con la missione di seminare la morte in Europa. Ancora più scarne le circostanze del ritrovamento del secondo passaporto, egiziano.

Dai media arabi che diffondono la notizia non arrivano altri particolari. Ieri sera, intanto, a Parigi la polizia ha fermato il padre e il fratello di un terrorista e perquisito le rispettive abitazioni. Un’altra pista conduce a un 51enne montenegrino fermato in Germania e che non ha potuto partecipare all’azione militare soltanto perché il 5 novembre è stato fermato dalla polizia a bordo di un’automobile dove erano nascosti mitragliette ed esplosivo. Era diretto a Parigi, spiega il primo ministro bavarese Horst Seehofer e vi sono «ragionevoli elementi per credere» che fosse collegato al gruppo dei terroristi di Parigi.

La seconda certezza è che otto terroristi del commando islamico sono morti, ma altri sono ancora in circolazione, armati e pericolosi. Potrebbero essere anche una quarantina, ipotizza l’intelligence belga. Forse fra loro c’è anche una donna. Per catturare i fuggiaschi, è necessario anzitutto sapere chi erano i loro compagni morti. Gli inquirenti cercano nuovi riscontri, attraverso le impronte e il Dna, dagli esami autoptici in corso all’Istituto di medicina legale sui corpi degli altri terroristi. Francois Molins, il procuratore generale di Parigi, ammette che l’indagine sull’attacco è appena all’inizio. Hanno stabilito che «tre gruppi» hanno agito in contemporanea. Poi viene la fase più difficile.

Si procede raccogliendo i primi elementi utili a dare un nome e un volto agli attentatori. Emerge così il primo dei profili dei kamikaze che si sono fatti saltare al Bataclan: corrisponde a un ventenne di Courcouron- nes, a circa 35 chilometri da Parigi. Lo riconoscono dalle impronte digitali perché era stato condannato otto volte per reati comuni, fra il 2004 e 2010, anche se non era mai stato in carcere. Su di lui era stata aperta nel 2010 una «fiche S» per per i suoi legami con la jihad, ma non era mai stato indagato dalla magistratura. Anzi, lo avevano proprio perso divista. I suoi complici hanno lasciato poche tracce e piuttosto frammentarie.

Pare che per non farsi intercettare comunicassero attraverso la Playstation, ha affermato il ministro dell’Interno belga Jan Jambon. Ma gli investigatori della polizia scientifica non trascurano nessun dettaglio. Basta lo scontrino di un parcheggio di Bruxelles, ritrovato in una delle automobili utilizzate dagli attentatori, per far estendere le ricerche in Belgio: c’è una colonna arrivata da lì, da bloccare e identificare. Scattano le perquisizioni e gli arresti, almeno quattro, a Moe- lenbeek Saint-Jean, nei dintorni della capitale belga. È lo stesso quartiere dove lo scorso gennaio, dopo la strage a Charlie Hebdo era stata smantellata la cellula jihadi- sta di Verviers. Uno degli arrestati venerdì sera era a Parigi, conferma il premier belga Charles Michel. È l’ammissione che non gli stavano alle costole. Solo ieri, al confine tra Francia e Belgio, è stato fermato un francese che ha noleggiato una delle auto usate per gli attacchi, immatricolata in Belgio. L’uomo, che risiede in Belgio, viaggiava con altri due uomini, che vivono in Belgio. Tutti sconosciuti alle autorità francesi.

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