mercoledì , 17 gennaio 2018

Pensioni Inps future nel 2050, Boeri: ‘Molti dovranno lavorare fino a 75 anni con assegno più basso del 25%’

Per i giovani di oggi, specie se questi sono precari, il futuro sarà a dir poco difficile dal fronte delle pensioni per vedersi staccato l’assegno da parte dell’Inps, in quanto si rischierà di dover lavorare fino a 75 anni. Questa previsione a tinte fosche per le pensioni future è stata formulata da Tito Boeri, il Presidente dell’Istituto Nazionale per la Previdenza Sociale (Inps), in concomitanza con la presentazione di uno studio intitolato ‘Le pensioni minime di oggi e quelle di domani‘.

In particolare, per fare un esempio lampante, il Presidente Tito Boeri ha fatto presente come i nati nel 1980 in media percepiranno una pensione ridotta del 25% rispetto a coloro che sono nati nel 1945. Di conseguenza, secondo Tito Boeri la maggioranza dei pensionati di domani percepirà importi inadeguati ragion per cui servirà necessariamente la messa a punto di strumenti contro la povertà.

Pure l’Ocse, Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo, ha rilevato per l’Italia un ‘rischio pensioni’ in quanto è vero da un lato che gli interventi legislativi degli ultimi anni hanno garantito un miglioramento della sostenibilità del sistema pensionistico, ma dall’altro, e nello stesso tempo, la spesa previdenziale complessiva a carico dello Stato continua comunque ad essere alta.

Non a caso, sempre secondo l’Ocse, rispetto ad una media dell’8,4% in Italia, in percentuale al prodotto interno lordo, la spesa pubblica sostenuta per il pagamento delle pensioni presenta un’incidenza pari a ben il 15,7%, ovverosia il secondo valore più elevato tra i Paesi dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo.

I millennials, ovvero la prima generazione di italiani che non avranno la pensione. A lanciare l’allarme è il presidente dell’Inps, Tito Boeri, che così ha procurato un nuovo dispiacere a Matteo Renzi, che probabilmente non vede l’ora che il bocconiano si stanchi di dipingere un quadro assai diverso dall’ottimismo di palazzo Chigi. L’ultimo allarme è arrivato ieri in occasione del convegno «Pensioni e povertà oggi e domani» dedicato al rapporto Ocse sul tema. I nati negli Anni Ottanta, accusa Boeri, rischiano di lavorare fino a 75 anni di età e di prendere una pensione assai inferiori a quella dei loro padri. Anzi, molti tra i 35enni di oggi (che ne avranno 70 nel 2050), rischiano di non ricevere un bel niente o quasi, visto che il sistema contributivo penalizza chi è costretto a campare di lavori precari.

Non è una novità per gli addetti ai lavori, che da anni si cimentano in analisi sempre più preoccupate mentre continua a non arrivare la famosa «busta arancione», quella che, come avviene in ogni Paese civile, dovrebbe informare i lavoratori sull’importo della pensione futura. Ma i dati dell’Inps, frutto di una simulazione su un campione di circa 5mila lavoratori nel 1980, fanno davvero paura. Nel caso di un tasso di crescita del Pil nell’ordine dell’1% annuo, secondo Boeri «molti dovranno lavorare anche fino a 75 anni, per andare in pensione». E l’importo medio, oggi 1.703 euro, si ridurrà a soli 1.593 euro. Insomma, si andrà in pensione più tardi e in condizioni peggiori-molto peggiori, perché i futuri pensionati, che riscuoteranno la pensione 10-15 anni dopo i loro padri, incasseranno in tutto un quarto di meno.

Si può evitare il disastro? Sì, ma a determinate condizioni. Innanzitutto, ci vuole più crescita. Ma, ahimè, proprio ieri l’Istat ha abbassato le stime per il 2015: il Pil salirà a fine anno dello 0,6-0,7% per arrivare allo 0,9% previsto dal governo ci vorrebbe un colpo di reni nel quarto trimestre dell’1% o più, cosa che verificata una volta sola negli ultimi 58 trimestri. Ma crescere da solo non basta. È necessario un nuovo patto tra generazioni, che vada al di là dei tentativi di far quadrare conti sempre più complicati ma favorisca l’ingresso nel mondo del lavoro e la crescita di periodi contributivi per i giovani, condannati al precariato, e per le donne, coloro che hanno con il lavoro un rapporto  saltuario.

La flessibilità in uscita è uno degli strumenti da utilizzare, con l’obiettivo di favorire l’ingresso di giovani contribuenti attivi. Ma nel frattempo è necessario neutralizzare la «bomba» ormai innescata: «Se non si metterà in campo uno strumento di sostegno contro la povertà come il reddito minimo – sintetizza Boeri – ci saranno problemi per chi perderà il lavoro sotto i 70 anni». Insomma siamo al punto di partenza o giù di lì. Le recenti riforme hanno migliorato la sostenibilità finanziaria del sistema, mala spesa rimane elevata e «ulteriori sforzi» sono richiesti «negli anni a venire», anche se nel 2010-2015, le pensioni pubbliche in Italia hanno assorbito il 15,7% del Pil, il secondo livello più elevato tra i Paesi industrializzati.

Tra i nodi, spicca anche la bassa età effettiva di uscita dal lavoro (61,4 anni), il modesto tasso di occupazione tra i 60-64 anni e il rischio povertà per le persone con carriere lavorative e quindi contributive interrotte o instabili. Per questo, «l’obiettivo finale da un punto di vista sociale ed economico deve essere quello di promuovere carriere complete e di maggiore durata».
Certo, la riforma del 2011, con l’aumento dell’età pensionabile (67 anni dal 2019 contro 55 anni fino a un decennio fa) e il più stretto legame tra contributi e reddito da pensione ha prodotto qualche risultato: la spesa per le pensioni dovrebbe ridursi di 2 punti di Pil entro il 2060.

Ma l’invecchiamento della popolazione, il contesto di bassa crescita economica e le persistenti difflcoltà del mercato del lavoro rischiano di vanificare gli sforzi. Insomma, tagli ed economie rischiano di non bastare se non si introducono riforme in grado di riattivare la leva della nuova occupazione (e dei relativi contributi). Non è una partita facile. Anzi, sarà necessaria molta buona volontà ed un certo grado di fantasia. Ma ci vorrà soprattutto molta serietà ed il coraggio di raccontare le cose come stanno. Senza buttar via i (pochi) quattrini che ci sono dalla finestra. Pensiamo di garantire il pane ai millennial di domani prima che al bonus cultura di oggi.

I pensionati di oggi non sono poveri, o meglio sono più ricchi dei pensionati di domani, i quali avranno in media un assegno decurtato del 25 percento. È questo il ragionamento sviluppato dal presidente dell’lnps Boeri ed argomentato con simulazioni e grafici che attingono ai dati a disposizione dell’istituto. Si parte ribaltando, almeno in parte, l’idea secondo cui gli attuali trattamenti previdenziali siano bassi: spesso lo sono in assoluto, ma allo stesso tempo vengono percepiti per un periodo di tempio più esteso (visto che 3 su 4 sono scattati prima dei 60 anni)ed inoltre si accompagnano ad altre forme di reddito.

Ecco quindi che le pensioni, se proiettate su un arco di tempo più lungo, acquistano un valore maggiore di quello che usualmente viene riportato nelle statistiche. Su questa base, lo studio dell’lnps curato dallo stesso presidente Boeri c da Alessandro Ronchi si pone l’obiettivo di confrontare i trattamenti liquidati nel 2014 con quelli che invece dovrebbero andare in pagamento nel 2050. approssimativamente a beneficio di coloro che essendo nati nel 1950 a quella data avranno raggiunto la soglia dei 70 anni. Per questi lavoratori. ai quali viene applicato integralmente il sistema di calcolo contributivo, l’importo dell’assegno risulta ridottoda due fattori: eventuali “buchi” durante la carriera che riducono i contributi versati c un andamento dell’economia meno favorevole con conseguente minor rendimento dei contributi stessi.

II risultato è. nel caso dei lavoratori dipendenti uomini, un importo medio di 1.593 euro per gli attuali trentacinquenni, che si confronta con i 2.106 (calcolati in termini comparabili ovvero tenendo conto degli anni di godimento) dei pensionati attuali: la penalizzazione è vicina al 25 per cento. Da questi numeri Boeri trac lo spunto per suggerire la predisposizione di strumenti di sostegno al reddito c di contrasto alla povertà per categorie diverse dai pensionati, ad esempio i giovani ed i lavoratori con più di55anni.

2 commenti

  1. Certo che questi dati invogliano i giovani a non lasciare il bel paese…altro che colpo di reni, qua serve un colpo di stato!!!

  2. Fermate Boeri, non se ne può più .Se la situazione è quella che dice Boeri vorrei chiedergli dove trovano tutti i soldi per accogliere centinaia di migliaia di persone che arrivano da tutto il mondo,dove trovano tutti i soldi per pagare centinaia di miglia di pensioni di invalidità fasulle ,mai che si accerti quali siano i dottori che le hanno avvallate,le decine di migliaia di pensioni di reversibilità concesse a donne straniere di 3o/4o anni che hanno sposato nostri vecchi con un piede nella fossa, l’assistenza a pioggia e pensione di vecchiaia ai genitori degli extracomunitari e qui in fermo….Boeri vergognati ,basta raccontare palle
    prima o poi la corda si spezza.

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