Scialpi: “A fine mese sposo il mio Roby in America”

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Giovanni Scialpi è il primo personaggio dello spettacolo italiano che annuncia pubblicamente le nozze con il suo compagno, nonché agente, Roberto Blasi. «Noi? Ci sposiamo a fine agosto», annuncia con quel mezzo sorriso che dagli Anni Ottanta, ormai, è il suo marchio di fabbrica. «All’estero, certo. Perché qui da noi ancora non si può. Voliamo in America».

Domanda. Che tipo di matrimonio avete in mente?

Giovanni. «Per noi la parola d’ordine sarà low-profrle. Al contrario di quello che fa bene al marketing, noi non vogliamo stare sotto i riflettori… Vabbè, ora d stiamo, ma, vede, la differenza è che parlando pubblicamente puoi espone il tuo punto di rista, è peggio quando taci e le tue azioni vengono interpretate…».

D. Scusate, ma… se le spose sognano il velo (viva i cliché), due persone dello stesso sesso che cosa sognano?

Roberta «Per carità, io sono contrario a tutti gli stereotipi del matrimonio etero. Questa, intanto, è un’ unione dvile, e io lasdo benvolentieri quelle cose tipo il velo bianco a tutte quelle spose che anivano con la camozza e i cavalli».

D. Vabbè, che indosserete per unirvi civilmente?

Roberto. «Ma noi saremo classici. Certo, Giovarmi ci metterà quel pizzico di estro d’artista…».

D. Giovarmi ha sempre dei fantastici pantaloni stampali.

Roberto. «A lui basta andare in un mercatino e spendere due euro, ha un guardaroba… Io, poi, sono un cultore degli Anni Ottanta e ogni volta che apro un’ anta del suo armadio, impazzisco. Ma le spalline che aveva Giovarmi, allora? Ma neanche i Vìsitors. E lui ha ancora il completino di Rocking Rolling, fi giubbottino e i jeans abbinati. Quando l’ho conosciuto, la prima cosa che ho fatto è stata provare quel completino».

D. Avete la stessa taglia? Roberto. «Identica. L’unica differenza fra noi riguarda la tavola, Giovarmi dice che sono allevato a terra come i polli».

D. Che significa?

Roberto. «Che io sono per i piatti “ignoranti”, ruspanti, per noi dovrebbero aprire un ristorante di sushi e coratella (che sono le interiora dell’abbacchio), ma io mangio anche la trippa, lui la odia…».

D. Ciri è il più sensibile e chi il più virile fra voi due?

Roberto. «Il più sensibile è Giovanni, lui è l’artista. Il più virile non c’è. Se mi chiede chi ha il pelo sul petto, beh, quello ce l’ho io, ma solo quello. Per il resto la virilità non è un aspetto che inseguiamo, anzi».

D. Giovanni, lei è un uomo di spettacolo: ci sono stati il voto in Irlanda, quello in America, un Gay Pride a Milano con una partecipazione corale della gente… Ora sarete concorrenti di Pechino Express, non potevate trovare momento migliore per convolare.

Giovanni. «Il momento è il migliore? Forse è vero. Ci siamo lasciati suggestionare? Probabilmente sì. Io non ci vedo proprio niente di male».

D. In ogni caso un annuncio del genere cambia tutto. O no?

Giovanni. «Io, francamente, l’orgoglio omosessuale non lo leggo attraverso il coming out, c’è chi non l’ha fatto, Tiziano Ferro invece sì (e mi fa piacere per lui). Ognuno fa per suo conto. Io non ho la necessità di dichiarare la mia sessualità pubblicamente».

D. D’accordo, ma lei, scusi, sposa un uomo.

Giovanni. «Certo, ma è un’altra cosa, mi pare di aver letto un’intervista di Gianna Nannini, che diceva: “Una volta che hai avuto un figlio, di fare questo passo?

Giovanni. «Allora, eravamo in questo viaggio…».

D. E dove? Mica durante le riprese di Pechino Express?

Giovanni. «Eddai… diciamo che eravamo in questo viaggio; siccome le condizioni erano, come dire, molto estreme, bene, allora lì, in quei casi, capisci se c’è o meno vera coesione. Eravamo vicini l’uno all’altro, quando ci sono quelle forti emozioni… Ecco, è scattata questa cosa e io, che sono il più esuberante, ho detto: “Vogliamo ricordarci di questo momento?”. Stavamo guardando una laguna. Poi gli ho chiesto: “Vogliamo unirci in matrimonio?”. E siccome il nostro è un amore come tanti altri, è un amore semplice, la risposta di Roby è stata: “Sì, facciamolo’’».

D. E le vostre famiglie? Quale è stata la loro reazione?

Roberto. «Felicissimi, per di più mia sorella era una fan di Giovanni, aveva il poster in camera».

D. E non l’ha uccisa per questo?

Roberto. «Meglio averlo come cognato che niente, no?».

D. Senta Giovanni, invece il suo papà è mancato qualche anno fa e la sua mamma…

Giovanni. «Mia mamma ha l’Alzheimer e ormai non mi riconosce più. Mio padre? Della questione io non ne parlo mai tanto volentieri, perché con lui i rapporti non erano semplici: non voleva ammettere che io ero un ragazzo, ecco, soprattutto libero. Oggi credo, o forse spero, che potrebbe capirmi».

D. E sua madre?

Giovanni. «Vede, mia madre da tre anni è in un istituto, io l’ho curata come figlio unico, da solo, per due armi. E ho fatto le veci anche della sorella che non ho, amandola e accudendola. Poi, questo tipo di malattia degenera in un modo tale che non è più… mamma ha bisogno di altre cure, ormai». Giovanni si femra un attimo, uno soltanto, sembra avere bisogno di riprendere fiato: «Sarà un autunno caldo», sospira, «fra tv, concerti, progetti editoriali: in settembre uscirà il mio libro, una sorta di autobiografia dal titolo L’amore è semplice, edito da Piemme».

D. Abbiamo tutto il tempo.

Giovanni. «So che mamma sarebbe febee. Era già felice qualche anno fa, quando Roberto è entrato a far parte della nostra famigha. Quando lei ancora “c’era”, aveva capito che Roberto è una bella persona. E c’era un bellissimo feebng fra loro due. E io, allora, ricordo che spesso noi tre insieme facevamo una passeggiata al pomeriggio. Io, da una parte, avevo sotto braccio Roby, dall’altra tenevo per mano la mia mamma. La mia mamma che, mi accorgevo, stava tornando gradatamente bambina. In fondo, quella è un’immagine febee».

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