Terrorismo bisogna andare a stanare l’Isis in Medio Oriente?

I tragici fatti di Parigi ci mettono di fronte a sfide terribili e nuove. Anche se il problema del terrorismo con radici nel fondamentalismo islamico non è un evento recentissimo. Per lo meno dall’11 settembre 2001 l’Occidente ha avuto la percezione di convivere con una minaccia esterna ed estrema, ma largamente radicata e presente nelle nostre città. Da tempo, fin dall’epoca dei filmati di Bin Laden, il mondo occidentale ha imparato a convivere con misure di sicurezza e con uno strisciante clima di paura, che è entrato a far parte del senso comune. La sfida di oggi è del tutto diversa.
Si è creato anche per le immense colpe dell’Occidente, e degli Stati Uniti in particolare, uno stato autodefinitosi Isis, che rappresenta il tentativo di creare in quello spazio lasciato vuoto dall’Occidente un califfato capace di estendere la legge islamica fino all’Andalusia e ai Balcani.

Ricordiamoci che l’Islam è innanzi tutto un sistema giuridico e gli islamici non sono tali perché battezzati o perché credono in Maometto ma perché aderiscono al complesso delle norme, cominciando dai cinque pilastri. Nell’Islam non esiste una distinzione tra morale e legge, tra peccato e reato. Per esempio, l’adulterio viene punito con la lapidazione. E non viene concepito uno quelli che hanno trionfato in Occidente. Parlare di Islam vuol dire parlare di cose diverse che si riassumono e trovano spazio nella verità coranica che nessun islamico può contraddire. Questa verità contiene anche la propagazione della fede musulmana sulla punta di una scimitarra e attraverso l’eliminazione fisica degli infedeli che non si sottomettono alla legge. Sono verità incontrovertibili che neanche i musulmani moderati potranno mai negare.

Non è questo però il centro del problema. L’esistenza di questo territorio dominato dall’Isis, grande come l’Italia, dotato di risorse petrolifere, finanziato da Arabia Saudita e sostenuto dalla Turchia, che ha come antagonisti i curdi del Pkk, storici antagonisti di Erdogan, rappresenta la massa tumorale ormai immensa e ben organizzata da cui si staccano le metastasi che ci colpiscono da vicino. Nessuno mette in dubbio l’importanza di adeguate misure di prevenzione o dell’azione de Vintelligence e dei servizi segreti, nessuno sottovaluta l’importanza della diplomazia e della ragionevolezza, ma nella lotta all’Isis non possono bastare misure poco incisive, come non si può coprire il morbillo con la cipria.

E vero che ormai cellule terroristiche facenti riferimento a questa centrale fattasi stato sono presenti in tutto l’Occidente ma è anche vero che non si può pensare di tagliare le unghie ad una piovra senza averla prima decapitata, come è avvenuto per le mafie planetarie. Quello che ha reso impossibile un intervento militare efficace è legato ai profondi dissidi tra Russia e Stati Uniti sul futuro della Siria e dell’Iraq. Mentre per annientare Milosevic in Serbia e Saddam Hussein in Iraq bastò una settimana, sconfiggere l’Isis necessita di maggiore impegno. Un atteggiamento vittimistico, pregno di sensi di colpa, ha reso impossibile all’Europa amputare questo elemento incancrenito della comunità umana, che rischia di far morire ogni convivenza pacifica. Serve un intervento sul campo che annienti per sempre lo stato islamico, nucleo originario del Califfato. Altrimenti non vi sarà alcuna pace né oggi, né mai.

È iniziata una guerra di annientamento contro l’Occidente che ha generato Boko Haram in Nigeria, un controllo islamico sulla Libia e una presenza in Egitto. Ma ormai l’estremismo islamico è presente in molte banlieue europee, dove giovani di molte etnie vedono nella forza del califfato un’occasione di riscatto o di vendetta contro secolari sentimenti di sudditanza e inferiorità nei confronti dell’Occidente libero. Armarli , come si è visto, è facilissimo, ma sarà inutile stanarli uno per uno se una grande coalizione – imperniata su un pacificato punto di vista tra Europa, Russia e America- non riuscirà una volta per tutte a tagliare la testa dell’idra. E difficile riuscire ad essere una volta per tutte a tagliare la testa dell’idra. E difficile riuscire ad essere ottimista e speranzosi sul fatto che questa malattia planetaria possa essere guarita in tempi ragionevoli. In attesa, entriamo nell’era della paura.

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