Terrorismo, Merkel invia soldati tedeschi in Mali “Agiremo subito contro l’Isis”

Nella giornata di ieri il Presidente francese Francois Hollande ha incontrato a Parigi la cancelliera tedesca Angela Merkel, e proprio nel corso di questo incontro il presidente francese ha chiesto un maggiore impegno nella lotta contro il terrorismo.Auspico che la Germania si possa impegnare di più contro l’Isis“, ha dichiarato il Presidente Hollande. La cancelliera tedesca sembra aver accolto subito l’invito del Presidente Hollande decidendo di impiegare un maggior numero di soldati in Mali in sostegno della Francia. «Questi attacchi non si rivolgevano solo a Parigi ma sono attacchi contro le democrazie e contro l’Europa.Non ci tireremo indietro”, afferma la cancelliera Merkel.

Non si vince con le parole, dobbiamo trovare una soluzione permanente.Saremo più forti del terrore, siamo al fianco della Francia, faremo tutto il possibile”, ha aggiunto Angela Merkel, la quale come anticipato ha disposto un maggior numero di soldati in Mali, ma continua a non prendere una posizione chiara e decisa in termini di intervento diretto con raid in Siria.” Un grazie, quindi, alla cancelliera per lo sforzo annunciato di inviare uomini nel Mali ad alleviare lo sforzo dei soldati francesi ma spero che la Germania possa impegnarsi ancora di più contro Daesh in Siria e in Iraq, pur conoscendo le regole che esistono in Germania sugli interventi all’estero. Si tratterebbe di un ottimo segnale nella lotta contro il terrorismo”, ha aggiunto Hollande.

Intanto, questa mattina il presidente francese riceverà all’Eliseo il Presidente del consiglio Matteo Renzi, il quale non farà altro che ribadire la linea guida del governo italiano sul fronte internazionale, ovvero conferma dell’impegno in Afghanistan ed in Libano, senza l’utilizzo di raid.

Il governo della Germania sarebbe pronto a inviare in Mali circa 650 soldati, per aiutare le forze francesi nell’area nel loro incarico di stabilizzare il Paese e permettere a Parigi di concentrarsi sulla lotta contro il gruppo Stato islamico in Siria. Lo ha annunciato la ministra della Difesa tedesca Ursula von der Leyen, dopo una comparizione di fronte alla commissione Difesa del Bundestag. In precedenza, prima dell’attentato nella stessa capitale del mali, Bamako, erano stati prima l’Italia e poi la Spagna a ventilare questa possibilità. Nel Mali dall’aprile 2013 sono sul terreno 9.200 militari nella forza di pea- cekeeping chiamata Mi- nusma. La Germania ha invece finora avuto un ruolo minore, con 200 addestratori dell’esercito di stanza nel Sud del Paese. Il Bundestag ha dato a suo tempo il via libera a dispiegare in Mali fino a 350 soldati della Bunde- swehr. Adesso la Difesa chiederà di aumentare il tetto di altri 650.

A soli pochi giorni dagli attentati terroristici parigini, la capitale di Francia torna nei radar mondiali per la conferenza mondiale sull’ambiente (Cop 21, dal 7 all’8 dicembre). E anche l’evento mondiale (parteciperanno i delegati di circa 190 Paesi), viene letto in chiave di lotta al terrorismo. Ieri Angela Merkel parlando al Bundestag ha messo in stretta correlazione clima e lotta al terrorismo: «Arrivare a un accordo al termine della conferenza sul clima di Parigi», ha puntualizzato la Cancelliera parlando alla Camera bassa tedesca, «sarebbe un segnale meraviglioso nei confronti del terrorismo, della guerra e delle cause che spingono i migranti a lasciare i loro Paesi». La «speranza è che la Conferenza abbia successo». Più pragmatico il presidente francese, che ieri in serata ha incontrato a Parigi la Merkel: «Auspico che la Germania si possa impegnare di più contro l’Isis in Siria e in Iraq», ha scandito Francois Hollande nella conferenza stampa al termine del vertice bilaterale parigino.

L’ardita connessione (lotta alle mutazioni climatiche, lotta al terrorismo), non è proprio originale. Anche Barack Obama aveva fatto pressione sui Paesi partecipanti perché la Conferenza, ora più che mai, «è assolutamente vitale per gli Stati Uniti e per ogni altro leader inviare un segnale: la malvagità di una manciata di assassini non fermerà il mondo a proseguire nei suoi affari fondamentali». Insomma, secondo Obama questa sarà la prima occasione per dimostrare che il mondo «non ha paura», e che l’agenda per «contrastare il cambiamento climatico sarà seguita senza interruzioni».

Tralasciando l’aspetto politico del vertice – che dovrebbe definire le scelte am- biantali mondiali almeno fino al 2030 – c’è un aspetto finanziario tutt’altro che trascurabile. Ogni scelta che verrà decisa costerà: in termini politici come economici. Secondo lo studio “World Energy Outlook 2015” realizzato dell’International Energy Agency (Iea) per concretizzare il vincolo di riduzione volontaria delle emissioni – che comunque porterebbe il mondo verso un incremento medio di temperatura di 2,7 gradi centigradi – servirebbe un investimento globale di 13,5 trilioni di dollari. Ovvero: tredicimila miliardi di dollari.

Una montagna di quattrini che è già difficile immaginare, figurarsi stanziare (seppure in tre lustri). Non si tratterà di nuove imposte ma di una estensione di quelle già in vigore. Tanto per avere un termine di paragone nell’Unione europea le tasse ambientali (che servono a pagare anche gli impegni internazionali e a dirottare la produzione energetica verso fonti rinnovabili a basso impatto), hanno raccolto nel 2013 circa 330 miliardi di euro (erano 272 miliardi del 2003). Il paradosso è che se è aumentato il gettito contestualmente è però diminuita la quota totale delle imposte ambientali sui ricavi. Negli ultimi dieci anni si è passati dal 6,9% del 2003 al 6,3% del 2013, mentre la quota-obiettivo della strategia Europa 2020 è del 10% al 2020. Secondo i dati Eurostat le imposte sull’energia rappresentano il 77% del totale, seguite da quelle sui trasporti (20%) e sull’inquinamento e sulle risorse (3%). In Italia la percentuale si è attestata al 7,9%, in aumento rispetto al 7,5% del 2003. Sulle tasse ambientali quelle sull’energia rappresentano l’81%, il 18% quelle sui trasporti e l’1% quelle sull’inquinamento.

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