Trump sotto accusa per dichiarazioni shock: “bloccare internet, per fermare l’Isis”

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Hanno fatto molto discutere le dichiarazioni di Donald Trump, ovvero il candidato repubblicano alle presidenziali Usa che sembra questa volta abbia davvero superato ogni limite. “Gli Usa dovrebbero considerare l’idea di chiudere internet e i social media, per arginare la diffusione degli estremisti online”, ha dichiarato Donald Trump.

“Abbiamo perso molte persone a causa di internet. E dobbiamo fare qualcosa. Dobbiamo andare a vedere Bill Gates e diverse persone che capiscono veramente cosa sta succedendo. Dobbiamo parlare con loro e forse, in certi casi, chiudere questo internet in qualche modo”, ha aggiunto il candidato repubblicano alle presidenziali Usa. Queste, dunque, le dichiarazioni rilasciate dal miliardario americano candidato alla nomination repubblicana per la Casa Bianca, il quale ha anche comunicato ai suoi sostenitori di voler incontrare Bill Gates.Le dichiarazioni di Trump hanno scatenato le reazioni di molti colleghi, a cominciare da Hillary Clinton ed altri candidati repubblicani.

La stessa Hillary Clinton, che tra l’altro risulta essere la favorita nella corsa democratica alla nomination per la Casa Bianca, ha definito la proposta di Trump come “riprovevole,preconcetta e divisiva”.“La proposta del miliardario va contro tutto ciò per il quale ci battiamo e in cui crediamo”, ha dichiarato Dick Cheney, ovvero l’ex vice presidente. Nonostante su Trump o meglio sulle sue dichiarazioni siano piovute davvero tante critiche, questo non gli ha fatto cambiare idea ma anzi è tornato a ribadire:«Vogliono abbattere i nostri edifici e schiacciare le nostre città. Vivono all’interno del nostro Paese». Tutti si chiedono, da dove proviene tutto questo odio e perchè?

“Dobbiamo vedere Bill Gates, chi capisce realmente cosa sta succedendo, e parlare con loro. E magari in alcune zone bisogna ‘chiudere’ internet in qualche modo”. “Possiamo chiudere gli occhi, possiamo mettere i paraocchi, ma io di solito non lo faccio”, ha affermato deciso a proseguire per la sua strada. La conclusione del “re del mattone” è sarcastica ed è rivolta a tutti coloro che avranno da dire in merito alle sue proposte per sconfiggere la minaccia Isis: “Qualcuno dirà: oh la libertà di stampa, la libertà di stampa! Ma questa è gente stolta”.

«Totale e completa chiusura ai musulmani che vogliono entrare nel Paese», è la proposta di Donald Trump. Le sue ragioni le ha spiegate così: «È ovvio per tutti che l’odio tra i musulmani è al di là della comprensione. Dovremo capire da dove e perché viene questo odio, e finché non saremo in grado di determinare e capire questo problema e la minaccia pericolosa che pone, il nostro paese non può essere vittima di orrendi attacchi da gente che crede solo nella jihad, e non ha senso della ragione o rispetto per la vita umana».

Poi suggerisce addirittura la chiusura di Internet «in alcune parti» per fermare il reclutamento di jihadisti. Durante un comizio in South Carolina annuncia che intende tra l’altro «parlare con Bill Gates» per affrontare la questione. «Stiamo perdendo un sacco di gente a causa di Internet», ha argomentato Trump. E mettendo le mani avanti rispetto a quanti potrebbero invocare una violazione del diritto alla «libertà di parola», ha replicato: «Sono dei pazzi, siamo pieni di pazzi». E ancora, parlando alla tv ABC ieri: «Quello che sto facendo non è diverso da quello che ha fatto Franklyn Delano Roosevelt (contro i nazisti, igiappo- nesi e gli italiani internati nei campi dopo lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, ndr). Non abbiamo altra scelta che fare così. Ci sono tizi che vogliono far saltare i nostri palazzi, le nostre città. Il divieto resterà finche i nostri rappresentanti non capiranno che cosa diavolo sta succedendo».

La provocazione anti islam che Trump ha sparato in risposta alla strage di San Bernardino, difendendone la correttezza costituzionale («i cittadini Usa musulmani all’estero potranno
rientrare», ha precisato), punta a trasformare in consensi elettorali l’ansia di tanta parte dell’opinione pubblica. Ma mentre questo effetto futuro è tutto da provare alle urne che si aprono per le primarie repubblicane in Iowa tra meno di due mesi, è chiaro che Trump è «figlio» del presidente: è la materializzazione della insofferenza che si allarga in America contro l’obamismo imbelle, timido, con toni ambiguamente filo-islamici nella guerra al terrorismo.

Obama aveva cercato di unificare il paese, atterrito e rabbioso dopo San Bernardino, con la sua apparizione televisiva di domenica sera. Ma la «drammatizzazione» è stata tutta e solo nella forma, ossia nell’uso della Stanza Ovale e nella richiesta alle tv di trasmettere alle 8 di sera il suo messaggio unificato. Lo aveva annunciato come «la strategia per battere l’ISIS», ma la gente ha visto che si è trattato della pura difesa della propria immagine, senza correggere nulla di concreto della fallimentare condotta tenuta finora su tutto il fronte: in Libia, Siria, Iraq, e contro l’Isis all’estero e, ora, anche in patria.

Per sette anni il Nobel della pace ha combinato inefficacia operativa, partigianeria ideologica, fastidio mai celato per il ruolo eccezionale e le responsabilità degli StatiUniti. Ha coltivato così un crescente rancore popolare contro di sé, dissipando il capitale di favore personale che lo aveva portato alla presidenza nel 2009 con quasi il 70% di rating positivo nei sondaggi. Ora è sotto il 40 per cento. L’America non ne può più, e lo si percepisce dalla insofferenza, anche urlata, con cui una montante opinione pubblica reagisce al suo approccio ai problemi, sempre improntato alla trita e soffocante correttezza politica e non all’efficenza necessaria ad affrontare i problemi. L’insistenza nel non chiamare neppure il terrorismo con il suo nome – islamico – è diventato il paradossale simbolo che lui stesso ha scelto per alienarsi dalla realtà.

È Obama a produrre una reazione diffusa di rigetto popolare, e la manifestazione più vistosa è nel fenomeno Trump. La fondamentale funzione di un presidente, nel momento grave degli attacchi alla sicurezza dell’America da parte dei suoi nemici, è quella di mostrare una leadership da statista e da comandante in capo che trascende la politica partigiana e guida il Paese. Per intendersi, quella che seppe fornire George W. Bush sulle macerie di Ground Zero, tre giorni dopo le Torri Gemelle, quando assicurò una risposta immediata, e militarmente adeguata, del governo americano ad Al Qaeda e ai Talebani, pur difendendo la libertà religiosa. Lui pure disse che «l’islam è una religione di pace», con milioni di musulmani pacifici negli USA e nel mondo, ma gli americani si fidavano del suo impegno armato contro l’islam terrorista e assassino. La sua leadership tenne unito il paese e il suo rating di popolarità svettò al 90%, garantendo l’indispensabile sintonia tra la classe dirigente politica (e militare) al potere e i cittadini.

Obama è l’opposto. E ha a tal punto inebetito la gente nel sonno della correttezza politica che la famiglia Farook ha potuto costruirsi un arsenale in garage, ed evolvere in cellula pro Isis, sotto gli occhi di vicini e colleghi muti e conniventi. Vedevano persone sospette, ma siccome erano musulmani tacevano per non passare per bigotti se li denunciavano alla polizia. Ora, 14 vittime dopo, l’Fbi indaga la mamma di Syed come co-cospiratrice: «Stiamo cercando prove del suo coinvolgimento per incriminarla», ha detto una fonte. Anche il padre è nel mirino degli inquirenti: «È nella lista dei sorvegliati speciali per i contatti estesi in Pakistan e lo stretto legame con il figlio, ma c’era pure altra gente nella loro cerchia che vedeva come cambiavano, specialmente Farook, ma non hanno detto una parola alle autorità».

Primo nei sondaggi, Donald è isolato all’interno del Gop, dove tutti i suoi avversari si sono subito schierati contro, da Jeb Bush che lo ha definito «fuori di testa» a Carly Fiorina secondo cui «la reazione sopra le righe di Trump è negativa come la minimizzazione di Obama del problema». Anche lo speaker della Camera Paul Ryan è intervenuto per condannare Trump, che «non rappresenta il Gop e i conservatori».

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