Ylenia Carrisi, il Dna non chiude il giallo della scomparsa

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Non chiedermi di parlare di mia figlia, per me è una ferita mai rimarginata». Quando, poche settimane fa, dagli Stati Uniti arrivò la sconvolgente ipotesi che Ylenia Carrisi fosse stata uccisa dal serial killer Keith Hunter Jesperson 9 mesi dopo la sua scomparsa a New Orleans nel 1994, Al Bano non aveva voluto commentare. Aveva confermato di essersi sottoposto al test del Dna perché fosse confrontato con i resti di quel corpo di donna vittima dell’assassino americano, ma nulla di più. «Ho però la sensazione che sia una bufala», si era lasciato sfuggire. Era l’istinto di un padre che parlava e quell’istinto non mentiva.

Perché, dopo quella notizia choc, la smentita è addirittura dell’Fbi: il Dna dei Carrisi non corrisponde a quello della sconosciuta abbandonata ai bordi di una superstrada a Host, in Florida. Dunque non è lei Ylenia, non è suo quel corpo.A confermarlo è anche l’agente speciale Dennis Haley che per Gente aveva ripercorso la lunga indagine che l’aveva portato fino alla richiesta, tramite Interpol, del profilo genetico di Al Bano, Romina Power e dei figli Romina Junior, Cristel e Yari. Un percorso iniziato per dare un’identità alla presunta settima vittima di Jesperson, che attualmente sconta l’ergastolo in Oregon, nel penitenziario di Salem, una vittima senza alcun segno distintivo, senza un documento né un indizio che la connotasse. La ricostruzione del suo viso con l’aiuto di disegnatori forensi, tecnici della scientifica, antropologi e avanzatissimi programmi informatici aveva portato, dopo anni di indagini, a un ritratto verosimile della ragazza.

Ritratto riconosciuto dallo stesso serial killer che collaborando con Haley, ha confermato che sì, era quella l’autostoppista diretta in Nevada che aveva caricato sul suo camion e che si era presentata con il nome di Susanne. Quel nome, lo stesso con cui Ylenia Carrisi usava farsi chiamare nei suoi frequenti viaggi negli Stati Uniti, unito alla somiglianza con la ricostruzione del viso della sconosciuta, avevano convinto la polizia americana a richiedere il test genetico ai Carrisi. «Basta sciacallare sulla vita di mia figlia», aveva implorato Romina, da sempre convinta che Ylenia non si fosse tolta la vita nel Mississippi come raccontato da più testimoni, tesi poi accolta dalla polizia di New Orleans. E ora la risposta del Dna tiene disperatamente aperto un giallo infinito.

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