Addio a Dario Fo, muore a 90 anni il Premio Nobel per la Letteratura: sabato a Milano l’ultimo saluto

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addio-a-dario-fo-muore-a-90-anni-il-premio-nobel-per-la-letteratura-sabato-a-milano-lultimo-salutoSta lasciando senza parole davvero moltissime persone il gravissimo lutto che, nella giornata di ieri 13 ottobre 2016, ha colpito il mondo della letteratura e del teatro italiano in seguito alla scomparsa del celebre e amatissimo drammaturgo, attore, regista, scrittore, autore, illustratore, pittore, scenografo e attivista italiano Dario Fo. Nato a Sangiano, comune italiano della provincia di Varese, nel marzo del 1926 Dario Fo ha dato il via alla sua vita ‘artistica’ dopo aver compiuto i suoi studi presso l’Accademia di Belle Arti di Brera di Milano e, proprio in seguito al riconoscimento di tale titolo ecco che nel 1950 Fo ha iniziato a lavorare per la Rai come attore e autore di testi satirici e tra le sue opere più importanti vi troviamo nello specifico “Mister Buffo”.

Una carriera sempre più in salita che ha portato l’amatissimo Dario Fo a vincere, il 9 ottobre del 1997, il Premio Nobel per la letteratura con la seguente motivazione “Perché, seguendo la tradizione dei giullari medievali, dileggia il potere restituendo la dignità agli oppressi”, parole queste alle quali l’artista ha risposto “Con me hanno voluto premiare la Gente di Teatro”. Dario Fo aveva compiuto 90 anni lo scorso mese di marzo e da alcune settimane, circa due, si trovava ricoverato presso l’ospedale Sacco di Milano ma a causare la sua morte, secondo quanto riferito proprio dal suo medico curante Delfino Luigi Legnanti, è stata proprio una bruttissima insufficienza respiratoria dovuta ad una patologia polmonare della quale soffriva già da diversi anni definita, dal medico in questione “una malattia silente e progressiva”.

Ma il medico ha voluto precisare che, fino alla fine, Fo è stato lucido e collaborativo raccontando poi che negli ultimi giorni chiedeva ai suoi collaboratori di leggergli il giornale perchè aveva alcuni problemi alla vista e, nonostante le sue condizioni di salute si aggravassero man mano ecco che Fo, ha dichiarato il medico “ha cantato per ore, una cosa incomprensibile” considerando quelle che erano le sue reali condizioni di salute. E proprio il figlio Jacopo si è espresso sulla morte del padre affermando “Non c’è più, è stato un gran finale” e in una nota resa pubblica nelle scorse ore proprio la Compagnia Teatrale e la famiglia di Fo hanno voluto esprimere il loro sentito ringraziamento a tutte quelle persone che hanno dimostrato il loro affetto in questi tristi momenti, e nello specifico ecco quanto affermato nella nota in questione “Il nostro Paese e il mondo intero perdono oggi un artista che per tutta la vita si è battuto contro l’affermazione secondo cui ‘la cultura dominante è quella della classe dominante’. Attraverso la sua intera opera Dario Fo ha lavorato affinché le classi sociali che da secoli erano state costrette nell’ignoranza prendessero coscienza del fatto che è il popolo a essere depositario delle radici della propria cultura”.

La camera ardente sarà allestita venerdì 14 ottobre, al Piccolo Teatro Strehler di Milano, dalle 12 fino alla mezzanotte e poi ancora sarà aperta sabato dalle 8,30 fino al momento in cui la salma verrà spostata per il funerale. Una cerimonia laica che si terrà alle ore 15,00 di sabato 15 ottobre presso la piazza Duomo della città di Milano dove in migliaia potranno recarsi per dare l’ultimo saluto al grande artista.

Dario Fo è stato in vita uno straordinario specialista della morte, non della sua però. Difficile infatti comporre la propria salma, modellarsi una smorfia divertita sulle labbra quando si è già cadavere. Ci devono pensare gli altri, specie nei necrologi di maniera. Infatti eccoli. 11 suo sorriso qui, il nostro sorriso là. I jc parole ovvie dedicate ai clown.
Parce sepulto, perdona chi seppellisci, dicevano i latini. Beh, riposi in pace, ma tra un attimo. Non gli faremo il torto di sotterrarlo con le riverenze. Fo infatti è stato di ceno un grande, il Nobel ha il suo perche: parlandone da vivo, un grande stronzo, sia detto con ammirazione. Ha violato le anime di innocenti. Il Wall Street Journal, un giornale tutto meno che papista, ha spiegato il premio dell’Accademia svedese cosi: «(la sua opera è) un abbaiare e latrare di cani contro la Chiesa cattolica». Poi c’è il suo grani melai, questa invenzione di una lingua nella quale si faceva capire piti di quando scriveva o parlava in italiano.
Dicevamo della morte. Sin da giovanissimo quel ghigno spaventoso l’ha ossessionato. La visione di teschi sulle nere bandiere e sulle camicie nere gli ha pitturato l’immaginazione, disegnando la sua perenne divisa interiore: anche se fuori l’ha tinta di rosso, la morte era dentro le sue risate. Ancora due anni fa, ha difeso Beppe Grillo e la sua tendenza a definire gli avversari come «zombie» c «cadaveri», sostenendo la bellezza dello scherno mortuario, e rievocando le meravigliose «danze macabre» medioevali, le quali del resto erano la parte più sentita del suo repertorio.
Anche la meravigliosa canzone, da lui scritta con Enzo Jannacci e Beppe Viola, Vengo anch ‘io?No tu no, ha una strofa con quel marchio: «Si potrebbe andare tutti al tuo funerale, per vedere se la gente poi piange davvero…». Qualche cretino ha chiesto di vietare le lacrime, al funerale di Fo: come lo conoscevano poco.
Ha cantato la morte di Cristo in croce, mietendo risate surreali tra il pubblico con il Mistero Buffo, che in realtà è un capolavoro, con il coraggio di dipingere Giuda come un mascalzone meritevole della mone, e la Madonna come furente per il troppo dolore. Questuerà il lato bello e vero, magari blasfemo, del suo trattare la mone. Fine. Poi basta.
Si è esibito ben presto con lo sputacchiamento senza pietà dei suoi nemici, prima e dopo il trapasso. Lasciamo perdere Fanfara e Andrcotti, che sapevano difendersi da soli. Parliamo di Luigi Calabresi. Non si capisce se per rifare il verso a piazzale loreto, ma di certo ha straziato un innocente. Sin dal 1969, una settimana dopo Piazza Fontana e la morte di Pinelli, al seguito della giornalista dei salotti belli e rossi Camilla Cedema, ha deciso che l’assassino era il Commissario dotato di una Cinquecento.
Lo ha odiato sempre, senza tregua, nessuna pietà. Prima ha costruito il patibolo e motivato i carnefici con la calunnia. Poi – dopo l’assassinio – ecco il giullare offrire la menzogna ghignante, che è la forma peggiore di tortura che si può praticare sui morti e i loro familiari.
Ancora nel 2007, con la potenza di convinzione che può avere un Nobel, ripropose quel testo a Milano, Morte accidentale di un anarchico, la cui prima rappresentazione era stata tenuta 37 anni prima a Varese, poi dal 1974 alla Palazzina Liberty di Milano, occupata e poi concessa dal Comune alla Comune di Fo, per non avere rogne, visti i tipi che la frequentavano. Ricordo molto bene il clima di quegli anni c da quelle parti, da studente universitario non di quel giro, bisognava stare alla larga. La Palazzina Liberty era il luogo dove si finanziava Soccorso Rosso, a tutela di un mondo assai prossimo alle Brigate Rosse. Tra gli spettatori c’era chi, la mattina dopo (sul tardi, bisogna riposarsi), impugnava chiavi inglesi e rompeva le teste al prossimo.
Posso dirlo? Chi pugnala la salma di una brava persona impugnando la bandiera dell”arte, alimentando una macchina del fango che sporca le bare, a me fa schifo anche quando va a occupare la bara con il Nobel in mano invece del rosario. Ci penserà Dio di certo a usare misericordia, ma un po’ di pentimento sarebbe richiesto. Magari c’è stato. Ma non sarebbe nel suo stile. Fo. con coerenza mal spesa, non chiese mai scusa alla famiglia Calabresi. Anzi: da simpatico giullare tirò calci nelle gengive ai pochi che, tra gli oltre 800 firmatari della dichiarazione
sull’impresso contro il «commissario torturatore», si erano battuti timidamente il petto. Fo disse alla Stampa: «Mi stupisce di questi ripensamenti. Bella dignità che hanno». Il Corriere della Sera ebbe al contrario molta dignità, e consigliò vivamente di affrettarsi a comprare il biglietto al Teatro Leonardo: «Un divertente spettacolo dal forte impegno civile», si legge nell’apposita rubrica. Scusate il sarcasmo. Al diavolo, che gente, che Nobel.
Aveva schernito la morte, Dario Fo. L’ha sempre mandato in confusione, è sempre stata una ragione d’inciampo, un problema non risolto, causa di gaffes e di ulteriori crudeltà. Nel 2005, il 22 febbraio, mori Luigi Giussani, grande sacerdote milanese. Subito Fo commentò la notizia con queste parole sorprendenti suscitando commozione: «Una personalità straordinaria». Dopo poche
ore corresse: «Ho sbagliato prete. Questo ha esasperato la religione». F. via con gli insulti. Chi non è un compagno, è un cane morto.
Sempre per questa complicata dinamica di attrazione-allergia, Fo ha fatto casino anche al funerale di suo padre, nel 1987, pensionato tramviere, lui sì antifascista. Da tutte le valli del Lago Maggiore giunsero a Luino bande di partigiani con le bandiere rosse. Ma quel giorno a Luino c’era anche il funerale di Piero Chiara, immenso narratore lacustre. Autorità, artisti, ammiratori accorsi per le esequie del famoso scrittore, uomo di stampo liberale classico, riconobbero la figura alta e dolente di Dario Fo c di Franca Rame, e si accodarono al corteo guidato dal futuro Nobel, meravigliati un po’ dal prevalere del rosso, poi tornarono mesti a casti: avevano pianto il papà di Fo. Nel frattempo la bara di Chiara arrivò solinga al cimitero.
Da comico in pratica non ha scherzato altro che su cadaveri. Anche se su quell’episodio ha riso in un suo libro. Ma negli ultimi tempi giocava di meno con Sorella Nostra Morte, detta anche la Bastarda. Ne sentiva il passo, il toc toc alla porta, e non era la polizia come in un suo famoso spettacolo denigratorio di celerini e brigadieri. Si può intuire rileggendo il pensiero carico di pietas clic Fo dedicò a Berlusconi. Si era in luglio, quando l’ora per si era fatta difficile per Silvio. Disse: «Ce la farà benissimo a superare il momento, ha una forza d’animo e fìsica straordinaria». Era una previsione, ma era un desiderio. Per l’avversario e per se stesso. Aveva perso la moglie Franca Rame, si era un poco addolcito. Un paio di sassi glieli ho tirati. Ora riposi in pace, da morti vincono tutti il Nobel per la pace.

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