Addio al celebre campione del calcio Johan Cruijff: muore a 68 anni il ‘Profeta del gol’ e calciatore della gente

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Un grave lutto ha colpito oggi, 24 marzo 2016, il mondo del calcio internazionale in seguito alla morte del celebre calciatore e allenatore di calcio olandese, nonché dirigente sportivo Johan Cruijff.

Considerato uno dei più grandi calciatori di tutti i tempi, Johan Cruijff si è spento prematuramente, a soli 68 anni, a causa di un brutto tumore polmonare contro il quale ha lottato per diverso tempo.

Nato ad Amsterdam il 25 aprile del 1947, Johan Cruijff viene considerato da molti uno dei più grandi calciatori della storia del calcio e addirittura, da altri ancora, è considerato proprio il migliore calciatore in assoluto, tanto che nel corso della sua splendida carriera è stato anche soprannominato il “Profeta del gol”.

A diffondere la notizia della sua prematura scomparsa è stata proprio la pagina ufficiale Facebook del celebre campione la quale ha scritto un post affermando che Johan Cruijff si è spento nella giornata di oggi 24 marzo nella sua casa di Barcellona a causa di un brutto cancro contro il quale ha lottato invano, e al suo fianco in questo terribile momento vi era proprio la sua famiglia.

Il post in questione è stato poi concluso affermando “E’ con grande tristezza che vi chiediamo di rispettare la privacy della famiglia durante il loro momento di dolore”.

E ora, magari, bisognerebbe raccontare chi era Johan Cruijff a tutti quelli che erano troppo giovani per capirlo, spiegarlo a chi non era nato, chiarirlo a chi compulsa filmati suyoutube e azzarda paragoni coi vari Cristiano Ronaldo. Diosanto. Bisognerebbe spiegare perché la Federazione internazionale di storia del calcio l’ha messo al secondo posto nella classifica degli migliori calciatori, dietro a Pelè, e bisognerebbe spiegare che non era veloce e però era velocissimo, non era bello e però era bellissimo, non era simpatico e però era simpaticissimo, non aveva un ruolo e però li aveva tutti, era un goleador e però passava la palla da dio, a ben guardare non era neanche un vero dribblatore, e però con una finta e un cambio di passo ti infilava chiunque.

Johan Cruijff non ha mai vinto una Coppa del mondo, ma lo sapevamo tutti che lui e l’Olanda erano i più forti, e che l’Olanda era lui. Lo sapevamo tutti, noi cariatidi, che l’Olanda perse due finali contro le nazionali del paese ospitante. Sappiamo questo e altro: il problema è che se dici a un ragazzino che Gianni Brera definiva Cruijff«Pelè bianco», quello, magari, non sa chi era Gianni Brera; se spieghi che gli dedicarono un film al cinema e che Sandro Ciotti lo definì «Profeta del gol», quello, magari, non sa chi era Sandro Ciotti.

E allora che fai, da dove ricominci? un ragazzetto non gliene frega niente del romanzetto di Johan che era orfano di padre con la madre fruttivendola, scartato alla leva perché aveva i piedi piatti: quindi devi portare pazienza e tentare di spiegargli che Cruijff fu il primo interprete del calcio moderno, anche se, nel calcio moderno, non c’è più niente del genere; devi spiegargli che il Cruijff dell’Ajax e dell’Olanda è stato il massimo interprete del «calcio totale» e però, quindi, devi spiegargli che cos’era il calcio totale.

E allora ci provi: il calcio totale – dici – era uno stile di gioco per cui ogni calciatore che si spostava da una posizione veniva subito sostituito da un compagno, permettendo così che la squadra rimanesse tatticamente schierata e lasciando che nessuno fosse impiccato al proprio ruolo: poteva essere difensore o centrocampista o attaccante. Poteva soprattutto lui, Cruijff, che in ogni partita si muoveva a tutto campo e cercava sempre la posizione più pericolosa per gli avversari: in pratica era ovunque, anche se negava di essere poi questo fulmine. «Sembro veloce», diceva, «perché inizio a correre prima che gli altri se ne accorgano».

Sta di fatto che poi se ne accorgevano tutti, anche i suoi compagni che si adattavano ai suoi movimenti. Ma, detto anche questo, che cosa abbiamo spiegato? In realtà basterebbe guardarsi dieci minuti e per chi non ne capiva un accidente. L’Olanda piaceva persino alle donne, fate vobis: ma piaceva, forse, perché gli olandesi erano pure quelli flghi, coi capelli lunghi e i basettoni e la maglietta fuori dai pantaloncini, quelli allegri che fumavano e che se ne fottevano, soprattutto che avevano aperto il ritiro a mogli e fidanzate e squinzie varie: tutte strafighe, ovvio.

Oggi un bambino che voglia diventare calciatore bisognerebbe internarlo, ma un bambino che nel 1974 volesse diventare calciatore dell’Olanda era da perdonare. Oggi no, nel giorno della morte di Johan Cruijff non c’è da perdonare nessuno, non c’è neppure da umiliarsi a spiegare; fateli inginocchiare, i bambini, e fategli scandire e imparare questi nomi: Cruijff, Neeskens,
Krol, Rep, Haan, Rensem- brink, Willy e René Van de Kerkhof. Alias: calcio totale e gioia di giocare, mica miliardi e quel tiki taka che qualcuno osa accostare al calcio totale.

Fu un sogno calcistico breve e irripetibile, l’unico Sessantotto che piacque davvero a tutti, prima che l’Olanda perdesse due finali e prima che il calcio difensivista all’italiana – giocato però dalla Germania, come ammise Franz Beckenbauer – riavesse la meglio con la sua pratica modestia.
Non è un caso che Cruijff abbia sempre odiato il calcio catenacciaro all’italiana, e non è un caso che, tutto sommato, avesse ragione anche su questo: dopodiché ci resterebbe solo da parlar male di Garibaldi. Ma non ci interessa, ora. Ieri è morto Johan Cruijff, il Pelè bianco, il più forte di tutti assieme a quell’altro, Pelè, il Cruijff nera.

Elegante. Sontuoso. Visionario. Ribelle? No, piuttosto rivoluzionario, come si intendeva il termine in quel periodo della storia umana a cavallo tra gli Anni ‘60 e ‘70: colui che è destinato a sovvertire l’ordine costituito. In questo caso, nel suo caso, il voetbal, il calcio. Dagli Anni ‘60 prese l’immaginazione e l’idea di spingere lo sguardo dove non si era mai osato prima. Dai ‘70, decennio in cui tutto era collettivismo, l’idea che l’individuo potesse fondersi con il contesto di squadra con beneficio reciproco. A cavallo di quel ventennio l’artista più rivoluzionario dalle parti di Amsterdam e dintorni era anche l’olandese più conosciuto al mondo. Non faceva il pittore o il cantante. Non suonava né scriveva. Non recitava e nemmeno dirigeva. Attingeva semplicemente da tutto questo. Hendrik Johannes Cruijff, più semplicemente Johan, nella sua mente aveva tutto già chiaro. Anzi chiarissimo. Profeticamente chiarissimo. Ieri il numero 14 più famoso della storia del calcio planetario, colui che cambiò per sempre il gioco più amato del mondo, il calciatore europeo più forte del ventesimo secolo si è spento a Barcellona. Non gli è riuscito il dribbling più difficile, quello al tumore ai polmoni che lo affliggeva, dopo che aveva fatto un gran tunnel pensino ai suoi problemi cardiaci, superati brillantemente grazie all’aiuto di vari by-pass.

Figlio di Manus e Nel Draaijer, Johan nacque il 25 aprile del 1947 a Betondorp, periferia di Amsterdam, ma crebbe in Tuinbouwstraat dove i genitori avevano acquistato un negozio di ortofrutta. La strada davanti al negozio fu il primo campo. A 12 anni perse il padre: la madre fu costretta a vendere casa e attività commerciale e venne assunta come donna delle pulizie allo stadio dell’Ajax. Cruijff entrò nel settore giovanile biancorosso il giorno del suo 10° compleanno: nel suo primo campionato con le giovanili degli ajacidi mise a segno 74 gol e a 14 anni sollevò il suo primo trofeo. Due anni dopo il primo contratto da professionista e il debutto in prima squadra: correva il 1964. Restò fedele ai biancorossi fino al 1973: i 9 anni destinati a cambiare il modo di intendere il gioco. Il palmarés del suo periodo ad Amsterdam è impressionante: 9 campionati d’ Olanda, 6 coppe d’ Olanda, 3 Coppe dei Campioni, 1 Supercoppa Europea, 1 Coppa Intercontinentale e 3 Palloni d’Oro. Grande, grandissimo l’amore per l’Ajax. Ma mai amore folle: era troppo lucido, troppo calcolatore, Cruijff, troppo di un pezzo, troppo galantuomo. Quando si separò dal club di Amsterdam lo fece lasciandolo sì sul tetto del mondo, ma pure in modo tutt’altro che incruento: una persona tutta di un pezzo non può non tenere fede alla parola data. Nel 1970 aveva stretto la mano a Montal Costa, presidente del Barcellona, garantendogli che se avesse lasciato Amsterdam sarebbe stato solo per i blaugrana. Nel 1973, dopo il terzo trionfo in Coppa Campioni, in Spagna vennero riaperte le frontiere ai giocatori stranieri. Su Cruijff piombò il Real Madrid, svelto nel trovare l’accordo con l’Ajax. Johan però si dichiarò pronto a lasciare il calcio se non fosse andato a buon fine il trasferimento in Catalunya. E Barcellona fu: l’altro vero amore del numero 14, che portò al Camp Nou una Liga e una Copa del Rey.

Splendido con l’Ajax e il Barça, sublime in Nazionale: il Mondiale ‘74 sfuggì agli oranje solo in finale dopo un torneo perfetto. Perfetto come Cruijff che ci mise 120’’ a conquistarsi il rigore del vantaggio, reso inutile dalla rimonta della Germania Ovest. Portò l’Olanda a qualificarsi per il Mondiale di 4 anni dopo in Argentina, ma lasciò la Nazionale prima della fase finale non solo perché sentiva di non aver più stimoli con gli oranje ma pure per protesta contro la dittatura che insanguinava il paese latinoamericano.

Vedendolo giocare fu definito Pitagora in scarpe da calcio. Un calciatore divino, senza dubbio. Ma pure uno dei pochi mostri sacri capaci di avere una carriera non comune in panchina. Crujff è uno dei sei capaci di vincere la Coppa dei Campioni giocando e allenando e di questi sei è il solo ad aver alzato al cielo il Pallone d’oro. Plasmò il Barcellona a sua immagine e diede una svolta al club. Fu lui a volere che le giovanili blaugrana adottassero tutte il sistema di gioco della prima squadra. Dalle parti della Sagrada Familia ancora lo venerano e lo ringraziano ogni volta che Ronaldinho prima e Messi adesso sollevano un trofeo: perché colui che mise le basi della grandeur barcellonista che domina in Europa e nel Pianeta fu Johan da Betondorp. Grazie di tutto, Pitagora in scarpe da calcio. Ci mancherai.

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