Addio Cimino: Si è spento a 77 anni il regista che vinse un Oscar con il famoso film interpretato da Robert De Niro e Meryl Streep

230015172-f8e04a15-4e83-413a-b33a-bd3fc6515ea2Se n’è andato a 77 anni con la testa ancora piena di idee, un cassetto zeppo di sceneggiature inedite, l’amarezza di non girare film da 20 anni, un aspetto fisico fuori dagli schemi, sessualmente indefinibile, e la statura di leggenda del cinema indipendente americano: Michael Cimino, regista di capolavori come II cacciatore (cinque Oscar nel 1978), grandi film come L’anno del dragone, Il siciliano e di flop epocali come I cancelli del cielo che nel 1980 provocò la bancarotta della United Artists, è morto a New York dov’era nato il 3 febbraio 1939. Per ore la notizia è stata preceduta sul web da annunci e smentite. Un tweet di Thierry Frémaux, direttore del Festival di Cannes, l’ha poi confermata.

Sceneggiatore, produttore e scrittore, Cimino si era laureato in Arti Grafiche e diplomato in pittura all’Università di Yale. Nel 1962 si arruola nell’esercito, quindi inizia a realizzare documentari e spot, studia recitazione all’Actor’s Studio con gli stessi insegnanti di Al Pacino, Du-stin Hoffman e Meryl Streep. Come regista, in un quarantennio di carriera avrebbe firmato sette film: il primo è Una calibro 20 per lo specialista, l’ultimo (nel 1996) Verso il cielo.

«In America non si trovano più soldi per fare film che non siano blockbuster», aveva denunciato il regista l’anno scorso a Locar-no, ricevendo il Pardo d’oro alla carriera, «Stiamo affogando nella m… con grande spreco di capacità, idee e quattrini». Il suo ozio forzato era stato interrotto nel 2007 da Gilles Jacob, l’allora presidente di Cannes che per il sessantennale del Festival aveva commissionato al regista un corto per il film collettivo Chacun son cinéma. Poi il silenzio, mentre le sembianze sempre più famminilizzate di Cimino autorizzavano le voci su un suo probabile cambio di sesso. Intanto il regista non aveva perso le speranze di tornare sul set. Pensava al remake di La fonte meravigliosa, e avrebbe chiamato Clint Eastwood, il protagonista del suo primo film. «Sarebbe stato perfetto, ma Clint ha detto no perché si sarebbe messo in competizione con Gary Cooper e avrebbe dovuto parlare troppo: lui preferisce le scene silenziose», raccontava il regista nei mesi scorsi.

Lui, che si era formato e aveva avuto successo negli anni Settanta, l’era gloriosa della cosiddetta ”New Hollywood”, non accettava l’attuale deriva commerciale del cinema americano: «E’ diventato furiosamente competitivo. Per andare avanti devi essere sempre più aggressivo», si lamentava. «Il mondo è un posto pericoloso e per sopravvivere bisogna farsi duri».

Ammirava Visconti, Fellini, Antonioni. Adorava l’Italia e si augurava che Cinecittà «tornasse grandissima, come ai tempi d’oro». E de Il cacciatore, il suo capolavoro interpretato da un immenso Robert De Niro nel ruolo di un reduce dal Vietnam, diceva: «Non era un film di guerra, ma parlava delle conseguenze della guerra nella vita delle persone. Non ho mai voluto fare un cinema politico, o a tema. Ad interessarmi sono sempre stati i personaggi. La guerra non è cambiata, è peggiorata per colpa di armi sempre più sofisticate. I giovani dovrebbero dire basta, come fecero all’epoca del Vietnam».

Nessuna carriera forse è stata più folgorante e ingiusta di quella di Michael Cimino. Nessuno, più del regista di Il cacciatore e poi de I cancelli del cielo, è stato esaltato, osannato, studiato e poi dimenticato con tanta rapidità e brutalità. Nessuno infine, né Coppola, nè Scorsese, né De Palma, per citare altri tre registi italo americani della sua generazione che hanno conosciuto drammatici alti e bassi, sembra aver letteralmente incarnato un destino così profondamente americano di questo personaggio per molti versi misterioso che da anni ormai appariva anche fisicamente irriconoscibile, alimentando voci di ogni tipo sulla sua vita privata, la sua identità sessuale e perfino la sua età.

E tutto avendo girato appena 8 film, fra il 1974 di Una calibro 20 per lo specialista, e il 2007 dell’episodio nel collettivo Chacun son cinéma, visto a Cannes nel 2007.”HS0.1”Anche perché tutto si bruciò ancora più velocemente in pochissimi anni, quelli che separano il fragoroso successo del Cacciatore (5 Oscar e recensioni osannanti in tutto il mondo) dal fiasco perfino più clamoroso dei Cancelli del cielo. Due affreschi di immense ambizioni, estetiche e produttive, dedicati a due momenti chiave della storia americana. Ma se Il cacciatore aveva messo gli Stati Uniti di fronte alla tragedia e alla colpa della guerra in Vietnam, celebrando come in un gigantesco rito collettivo una sorta di espiazione generale per un paese ferito a morte da quella guerra (espiazione, sia chiaro non assoluzione), I cancelli del cielo sembrava rovesciare l’assunto macchiandosi di due colpe imperdonabili per l’establishment. Celebrare e al tempo stesso demolire uno degli ultimi grandi miti ancora rimasti in piedi nella tempestosa America degli anni 70, il mito della frontiera. E inoltre farlo con un film così oltraggiosamente ambizioso e smisurato, in ogni senso (la versione originale durava più di 5 ore) da provocare il fallimento della United Artists, messa in ginocchio dai costi di una lavorazione faraonica. Il resto si divide tra film ancora inutilmente belli come L’anno del dragone; fallimenti pressoché totali come Il siciliano, che riscriveva in chiave mitica la storia di Salvatore Giuliano; e tardive prove d’appello come Ore disperate e Verso il sole. Una cosa è certa: Michael Cimino non riposerà in pace. Ma dovrebbero essere in molti a non darsi pace dopo la sua morte.

Loading...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Copy Protected by Chetan's WP-Copyprotect.