Aereo Egyptair, trovati rottami e resti umani, Il fumo proveniva da uno dei motori. Ma non sono stati lanciati allarmi

Aereo Egyptair, trovati rottami e resti umani: è quasi certa l'ipotesi terrorismo

Si continua a parlare del disastro aereo avvenuto nella giornata di giovedì che ha provocato la morte di ben 66 persone, tra passeggeri e operatori di bordo che viaggiavano a bordo dell’Airbus EgyptAir decollato da Parigi con destinazionale Il Cairo.

Nella giornata di ieri sarebbero stati individuati alcuni rottami dell’aereo, almeno è questa la notizia riferita dalla Tv di stato egiziiana, che ha tenuto a precisare che i rottami sono stati rinvenuti nelle acque a circa 290 chilometri a nord di Alessandria.Le autorità hanno passato le ultime 24 ore ispezionando una vasta area proprio alla ricerca degli altri arresti dell’aereo; anche il Ministro della Difesa greco Panos Kammenos ha dichiarato che secondo lui l’aereo ha effettuato una virata prima di precipitare in mare. Intanto oltre ad alcuni rottami sarebbero stati rinvenuti nello specchio di mare anche resti umani, due sedili ed anche alcune valigie del’aereo in questione.

Nella giornata di ieri anche l‘Agenzia spaziale europea ha reso noto che uno dei suoi satelliti, ovvero il Sentinel-1A avrebbe avvistato una macchia di carburante nel Mediterraneo proprio nel punto in cui è caduto l’aereo; sarebbe anche stata diffusa un’immagine, scattata nel pomeriggio di giovedì intorno alle ore 18, foto che è stata consegnata alle autorità.La macchia sarebbe lunga 2 km circa e si troverebbe a circa 40 km a sud-est dal luogo in cui si è perso di vista l’aereo.Intanto l’ombra del terrorismo si fa sempre più presente, sembra ci sia stata un’esplosione a bordo dell’aereo, un attacco dall’interno con un kamikaze o un attacco dall’esterno; in realtà sin da subito si era ipotizzato che si trattasse di un attentato terroristico anche se al momento si tratta di un’ipotesi non ufficializzata da nessuno. Nella giornata di giovedì, dagli Stati Uniti alcune fonti dell’amministrazione Obama si erano sbilanciate sostenendo che il tutto riportava ad un’esplosione causata da una bomba, ma poi è arrivata una frenata da parte della Casa Bianca.

Giovedì, il ministro dell’aviazione egiziano Sherif Fathi aveva affermato che la probabilità che l’aereo sia stato abbattuto a seguito di un attacco terroristico è «superiore alla possibilità che si sia verificato un guasto tecnico».A rafforzare la pista del possibile attentato terrorista sono i dati provenienti dai satelliti dell’intelligence Usa,  comprese le immagini, indicano che l’aereo è precipitato per una esplosione. A riportarlo è la Nbc, la quale cita fonti Intelligence statunitense. Secondo tre responsabili per la sicurezza europea, la lista dei passeggeri non comprendeva nomi dell’attuale lista internazionale di potenziali terroristi. Le liste sono regolarmente consultate dalle polizie europee e statunitensi, spiegano le fonti che hanno chiesto di non essere identificate. E’ comunque molto strano  il fatto che il pilota non abbia comunque inviato nessun segnale di Sos.

Dopo gli attentati di Bruxelles ci si aspettava che gli aeroporti mettessero in piedi chissà quali rigidissimi controlli per evitare che i terroristi, kamikaze o meno, portassero a termine i loro piani esplosivi. Erano stati gli stessi responsabili della sicurezza degli aeroporti che avevano annunciato controlli perfino all’entrata dello scalo stesso, così come peraltro succede già da qualche parte del mondo: in Israele, in alcuni Paesi arabi, in altri asiatici. Ma poi evidentemente ci si è resi conto che costringere viaggiatori e accompagnatori alle forche caudine di ulteriori metal detector, palpeggi e rotture varie avrebbe avuto effetti catastrofici in termini di ritardi ed esaurimenti nervosi. Il risultato è che ben poco è cambiato, salvo che le regole già vigenti vengono ora fatte rispettare con ancora più ridicola rigidità, e spesso nervosismo, da parte degli addetti ai lavori.

Certo i controlli, quelli che già fanno, servono sicuramente, e anche se non ne abbiamo la controprova (e non vorremmo nemmeno mai averla), non osiamo immaginare quanti aerei avrebbero fatto precipitare e quanti kamikaze si sarebbero fatti esplodere in questi anni se non ci fossero stati. Ma è fuor di dubbio che qualcosa in quella noiosa trafila andrebbe fatto meglio e con più senso logico. Chi vi scrive prende diversi aerei al mese e ha sofferto (ahimè) di qualche piccola fastidiosa colica renale. Chisse ne frega, direte voi, ma è che,da quando è successo la prima volta,quando viaggio non mi separo mai da una bustina di plastica con una siringa e una fiala di antidolorifico, casomai ce ne fosse bisogno. La tengo nel bagaglio a mano, quello che porto con me sull’aereo e che che viene pedissequamente controllato all’entrata degli imbarchi.

Quella piccola innocua siringa è rigorosamente vietata nel bagaglio a mano ma io non lo sapevo e me la sono portata con me per anni. Centinaia e centinaia di passaggi sotto i raggi x e mai nessuno che se ne sia accorto. Poco male, anche perché non penso che una siringa possa poi fare tutti questi danni. Ma io certo non sono un esperto e anche semi viene da ridere quando con aria severa scovano tubetti di crema solare nelle borse e li gettano sotto gli occhi esterefatti del turista di turno,ignoro cosa un terrorista possa fare con una siringa e una pomata. Avranno certamente le loro buone ragioni se vietano di portare in stivali quindi in quantità superiore al 100 ml. Se è 99,9 ml invece pare non sia più pericoloso, a patto però che il flacone di crema o il tubetto di dentifricio sia infilato in un apposito sacchettino di plastica trasparente:evidentemente quel sacchettino è magico, disinnesca l’eventuale liquido esplosivo nel tubetto… In alcuni aeroporti invece si accaniscono sugli apparecchi elettronici. Ti fanno aprire i computer portatili, smontare gli obiettivi dalle macchine fotografiche.

Dagli stessi obiettivi ti fanno togliere il tappo per guardare se dentro non vi si annida un ordigno. In altri scali invece la specialità è le scarpe che non si è mai capito, come per la cintura, se sono da togliere a prescindere o meno. La bomba nelle scarpe è una vecchia realtà e ci hanno già provato in un paio di volte. Il caso più clamoroso fu quello di Richard Reid, detto “shoe bomber” (“l’uomo delle scarpe bomba”) che il 22 dicembre del 2001 voleva distruggere un jet americano in volo da Parigi a Miami con un ordigno nascosto nelle scarpe da ginnastica. Fu preso in tempo, e attualmente si trova in un carcere di massima sicurezza degli Stati Uniti. Detto questo rimane un dubbio: perché le scarpe non vengono fatte togliere a tutti? Misteri dei controlli aeroportuali. L’impressione però che è il vero punto debole della sicurezza degli scali non sta nei controlli ai passeggeri,ma nel personale che lavora nell’aeroporto e che ha libero accesso a valigie, piste e addirittura aerei. Ricordiamoci l’airbus russo abbattuto da una bomba infilata in una lattina e nascosta sotto un sedile da un impiegato dello scalo egiziano di Sharm.E non dimentichiamo che i terroristi che si sono fatti esplodere a Zaventem avevano lavorato anni prima in quello scalo, e che unaltra cinquantina di lavoratori dello stesso aeroporto erano simpatizzanti dell’Isis. Non vorremmo che anche per il volo EgyptAircifosse dietro qualcosa di simile.

Sparpagliati rottami, un paio di bagagli e un resto di corpo umano. Nessun superstite. È quanto ha concluso ieri la marina egiziana nelle operazioni di ricerca condotte 290 km a nord di Alessandria d’Egitto, zona dove giovedì s’è disintegrato l’aereo civile Airbus A320 della compagnia Egyptair, volo MS804, che dalla Francia era diretto in Egitto con 66 persone, di cui 56 passeggeri. Inizialmente il portavoce dei militari egiziani, Mohammad Samir, s’era limitato ad annunciare «trovati rottami nell’area».È stato il ministro della Difesa greco, Panos Kammenos, a dar più dettagli: «Gli egiziani ci hanno detto d’aver trovato rottami, due sedili, almeno una valigia, resti di bagagli e un pezzo di corpo umano, leggermente più a Sud delle ultime coordinate del velivolo». Anche Grecia, Francia e Gran Bretagna collaborano col Cairo nelle ricerche,operando dalla vicina isola greca di Karpathos.

In serata il ministro dell’aviazione civile egiziana, Sharif Fathi, ha sentenziato: «Non abbiamo trovato sopravvissuti. Chiunque parli di superstiti gioca coi sentimenti dei parenti». È logico comunque che per conoscere la verità servirà il recupero e l’analisi della scatola nera. La sparizione dai radar dopo brusche manovre e il bagliore osservato da una nave, rafforzano comunque l’ipotesi di un’esplosione, forse dovuta a un attentato di cui però manca ancora una rivendicazione. E anche se ieri si è incominciato a parlare di un’avaria relativa a un finestrino. La prima grossa traccia dell’aereo è stata comunque notata dallo spazio. Ieri pomeriggio l’Agenzia Spaziale Europea ha annunciato che il suo satellite da osservazione Sentinel 1-A ha captato col radar quella che potrebbe essere un’enorme macchia di carburante diluita sulla superficie marina e larga un chilometro.

La macchia è a 40 km di distanza dall’ultimo punto in cui fu segnalato l’aereo. Non è sicuro che si tratti del kerosene residuo dell’Airbus, ma le correnti possono spostare carburante e detriti. Il satellite europeo tornerà oggi sulla verticale della zona, ma anche i russi hanno offerto l’aiuto dei loro satelliti, stando a Valery Zaichko dell’agenzia spaziale Roscosmos, secondo cui già in queste ore arrivano al Centro Gestione Crisi di Mosca le prime immagini. Sempre da Mosca, il governo aggiunge che la sciagura «influirà sulla tempistica della ripresa dei voli fra Russia ed Egitto». Voli, come noto, sospesi dopo l’attentato islamista che il 31 ottobre 2015 distrusse sui cieli del Sinai un velivolo con a bordo 224 persone, quasi tutti turisti russi. La pista terroristica, ancora non ufficiale, restala più preoccupante e ha portato in Francia a un rafforzamento delle misure di sicurezza negli aeroporti.

Il ministro francese degli Esteri Jean-Marc Ayraulth amesso le mani avanti sostenendo che «nessuna pista per ora è privilegiata nelle indagini», ma l’imbarazzo è forte essendo il velivolo partito da quella Francia dove lo stato d’emergenza terrorismo è stato appena prorogato dal Parlamento fino al 26 luglio. Dell’attentato hanno parlato anche il segretario di Stato americano John Kerry e il suo collega egiziano Sameh Shoukry. Kerry gli ha assicurato che «gli USA vi saranno accanto man mano che le indagini proseguiranno». Ulteriore indizio di qualcosa digrosso,come anche l’arrivo ieri di una squadra di investigatori francesi al Cairo che assisteranno gli egiziani. Intanto la tv britannica BBC pubblica alcune storie delle vittime,in maggioranza egiziani e poi di altre 11 nazionalità. Ad esempio,il geologo britannico di origine egiziana Richard Osman, che lavorava per la compagnia Centamin. O l’ingegnere meccanico Ahmed Helal,che tornava dai parenti in Egitto, in vacanza dall’azienda Procter Gamble di Amiens, in Francia. Unica cittadina saudita, Sahar Al Khawaga, era funzionaria dell’ambasciata del Cairo del regno arabo. Fra gli europei, il fotografo freelance francese Pascal Hess, che viveva a Evreux, in una Normandia oggi in lutto.

Due sedili, una valigia. E anche un braccio staccato dal corpo. La verità viene a galla piano, come quello che resta del volo MS804, partito da Parigi per Il Cairo, un Airbus 320 della Egyptair. Si è inabissato nella notte tra mercoledì e giovedì in quella parte del Mediterraneo che è il mar Egeo, al largo di due isole greche, Kassos e Karpathos. C’erano 66 persone a bordo, per lo più egiziane e francesi; due neonati e un bambino. Ci vorrà tempo – in quel punto il mare è molto profondo – per recuperare le scatole nere dalle quali ci si aspetta il racconto definitivo di quello che è successo. Anche se ieri sera la Cnn, da fonte egiziana, ha rivelato che pochi minuti prima della scomparsa dai radar c’era stato un allarme fuoco, o fumo, segnalato in automatico dai sensori a bordo.

Due sedili, una valigia, e dalle navi egiziane che li hanno raccolti, prima di recuperare altro, è arrivata la conferma che sì, stavolta il punto di caduta del volo è stato individuato nonostante la velocità delle correnti. «Dieci miglia marine di distanza dall’ultimo punto noto del passaggio dell’aereo» hanno detto le autorità greche, appena informati dal Cairo. La tv egiziana ha precisato che i rottami sono stati recuperati nelle acque a circa 290 km a nord di Alessandria d’Egitto. Egyptair in serata fa l’elenco di quanto è stato recuperato: «Rottami dell’aereo, oggetti personali dei passeggeri, parti di corpi delle vittime, valigie e sedili».
La Grecia partecipa alle ricerche di uomini e mezzi egiziani, francesi, britannici, turchi, statunitensi. «La cosa più importante è che si trovino le scatole nere, e così può partire l’indagine vera e propria» dice al Guardian il responsabile dell’Agenzia per la sicurezza aerea greca, Athanasios Binis: «Ci sono tre cause per un disastro aereo: meteorologica, tecnica o umana. Meteorologica la si può escludere, le condizioni del tempo erano abbastanza buone. Ora resta da vedere se si tratta di un fattore tecnico o umano». Ci sono quelle sterzate improvvise» con cui l’aereo è scomparso dai radar. Mike Vivian, ex responsabile per l’Aviazione civile in Gran Bretagna, ha detto alla Bbc che queste fanno pensare a «un’interferenza umana». Non un ordigno, quindi, ma magari un aggressore entrato nella cabina di pilotaggio. O altro ancora.

La previsione è che ci vorranno diversi giorni per recuperare le scatole nere. Ora si può solo comporre un puzzle con le informazioni credibili e accertate. Dopo un primo giorno di notizie in libertà come una presunta esplosione in volo, mai confermata e da una fonte, l’intelligence Usa, smentita. La Bbc sostiene che c’è un “buco” di 50 minuti di silenzio fino al disastro. Quaranta minuti dopo l’ultima comunicazione con la torre di controllo (definita «normale») i controllori del traffico aereo infatti avrebbero provato invano, e più volte, a comunicare con l’Airbus. In questo tempo è scattato l’allarme antifumo. Stava bruciando qualcosa? Altri dieci minuti, ed è scomparso il segnale radar.
Sempre la Bbc parla di un atterraggio d’emergenza al Cairo dello stesso velivolo, nel 2013. Un moto re surriscaldato. Fatto è che l’Egitto stavolta (e non come nel caso della morte di Giulio Regeni) ha accolto subito gli specialisti francesi nella commissione d’inchiesta. Le motivazioni (ufficiose) sono in due fatti: che 15 passeggeri morti erano francesi, e che il velivolo era di costruzione francese. E da Parigi, anche, si esibisce cautela. Non ci sono prove che sia successo quello a cui tutti inevitabilmente pensano: un attentato. C’è allerta anche in Italia. «Certamente non si può escludere che si sia trattato di un attentato terroristico» sostiene il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni. Eppure una rivendicazione ancora non c’è. Mentre per l’aereo russo partito da Sharm el Sheik e fatto esplodere mentre sorvolava la piana del Sinai l’ottobre scorso, l’Isis si dichiarò responsabile dopo poche ore.
Ci sarebbe quindi da aspettare, ma si polemizza lo stesso sulla presunta violata sicurezza dell’aeroporto parigino Charles de Gaulle. Non si esclude però neanche un ordigno nascosto in uno scalo precedente (Tunisi o Asmara). Dalla sicurezza europea si assicura che tra i passeggeri non c’erano nomi segnalati come potenziali terroristi. Ma le domande irrisolte non sospendono la paura collettiva in questi già due giorni di mistero.

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
Parigi Due sedili, una o più valigie, corpi. È quello che l’esercito egiziano ha individuato ieri nel Mar Mediterraneo a circa 290 chilometri da Alessandria: sono i primi resti del- l’Airbus 320 della EgyptAir con 66 persone a bordo scomparso dai radar nella notte tra il 18 e il 19 maggio, mentre passava dallo spazio aereo greco a quello egiziano.
Le ricerche continuano, con l’aiuto di mezzi americani e francesi, per recuperare altri resti e localizzare le scatole nere decisive per capire che cosa è successo. La Francia ha spostato nella zona un Falcon 50 usato nella missione europea contro il traffico di migranti.
La procura di Parigi ha aperto un’inchiesta sul volo MS804, che era partito dall’aeroporto della capitale Roissy- Charles De Gaulle alle 23.09 di mercoledì ed era atteso al Cairo alle 3.15 di giovedì. Tre funzionari del «Bureau d’en- quètes et d’analyses» (Bea) e un consigliere tecnico di Airbus hanno raggiunto la capitale egiziana per partecipare alle
indagini. In base alle regole dell’Onu, la responsabilità dell’inchiesta spetta all’Egitto, con l’assistenza della Francia (dove era stato costruito l’aereo) e degli Stati Uniti (patria dei reattori Pratt & Whitney).
Se gli esperti di aviazione e anche il governo egiziano (con più prudenza) sembrano propendere per la tesi dell’atten-
tato, il governo francese ha sottolineato ancora ieri tramite il ministro degli Esteri Jean- Marc Ayrault che «tutte le ipotesi sono esaminate ma nessuna è privilegiata perché non abbiamo assolutamente alcuna indicazione sulle cause del disastro». Il sito specializzato austriaco The Aviation Herald sostiene di avere ricevuto da
tre fonti indipendenti la notizia di messaggi automatici (chiamati in gergo tecnico Acars) sulla presenza di fumo nelle toilette e nell’elettronica di bordo, una pista che ha bisogno di ulteriori conferme.
L’aereo era in buone condizioni (il primo volo nel 2003) e il meteo ottimo. Manca per ora qualsiasi rivendicazione di un attentato terroristico. Le misure di sicurezza a Roissy sono tra le più rigorose al mondo. Se si è trattato di un ordigno, potrebbe essere stato piazzato sull’aereo anche nelle soste precedenti al Cairo e a Tunisi.
A Parigi comunque le autorità cercano di ricostruire minuto per minuto il breve scalo dell’aereo: arrivato a Roissy alle 21.55 dal Cairo, l’Airbus è ripartito dopo poco più di un’ora. Vengono interrogate tutte le persone entrate in contatto con il velivolo: tecnici, addetti ai bagagli e al catering.
Negli ultimi mesi in Francia si è parlato molto dei rischi legati alla radicalizzazione di dipendenti dell’aeroporto che hanno un badge di accesso alla «zona rossa», quella successiva ai controlli e agli scanner. Dopo gli attentati del 2015 tutti gli 86 mila lavoratori sono stati controllati e a 600 sono stati ritirati i badge. Di questi, 85 per motivi riconducibili all’islamismo (per esempio, il rifiuto di parlare o prendere ordini da una collega donna). Due narrazioni per la tragedia del volo MS 804. La prima si affida alle indiscrezioni, compresa una importante: il sito Avhe- rald e un esperto hanno sostenuto che il computer di bordo ha segnalato fuoco in cabina e due minuti dopo i sistemi del jet hanno smesso di funzionare. Situazione d’emergenza prodottasi, sembra, nella toilette anteriore, sul lato destro della carlinga. Un aspetto che da solo non basta a far prevalere l’ipotesi attentato su quella del guasto. I servizi americani, insieme a quelli di altri Paesi, presumono invece che una mano criminale abbia provocato il disastro. Ma aggiungono: è la teoria iniziale, non abbiamo la certezza. E non avrebbero neppure intercettazioni, come era avvenuto per il Metrojet nel Sinai.
La seconda versione è quella ufficiale, con dichiarazioni dei portavoce, frenate dalla cautela. Giovedì la Casa Bianca ha assunto proprio questa linea. Stessa cosa per le autorità francesi aperte ad «ogni ipotesi». Ossia, anche l’avaria, possibilità forse accantonata con troppa velocità ma che alcuni analisti continuano a tenere in considerazione. Approccio onesto. Più netta la posizione dei russi, convinti dell’attacco dal primo minuto. È perché hanno captato qualcosa?
I due percorsi separati possono essere legati a ragioni di opportunità, alla necessità di proteggere fonti. Gli 007 presentano dei report, poi è il governo che deve prendere le decisioni. Con evidenti conseguenze su un’opinione pubblica già angosciata dalla minaccia dei tagliagole. Se poi ora sono riusciti ad inventare un cavallo di Troia in grado di beffare l’aeroporto-fortino, la preoccupazione aumenta. Il nemico non è davanti alle mura, ma è già dentro. Oppure sa come fare per piazzare un or-
digno a bordo senza che nessuno se ne accorga.
Le indagini — che devono basarsi su fatti solidi — sono complicate. E lo diventano ancora di più per la dimensione internazionale. Non c’è un solo Stato coinvolto. Francia, Egitto e Grecia sono gli attori principali in questa storia. Alle loro spalle gli Usa e la Gran Bretagna che possono «vedere» grazie ai loro apparati o alle basi (Cipro). Da qui frammenti di informazione, sparpagliati da un sistema media- tico globale. Per una giornata intera è continuata a girare la
notizia che i satelliti spia avevano registrato un lampo nel Mediterraneo, storia poi smentita con decisione. Forse avranno idee più chiare quando saranno esaminati i rottami e i corpi. Resti che possono «parlare». Così come va esplorata la rivelazione (da confermare) di Avherald sul fumo in cabina: la causa può essere stata un ordigno oppure un problema di natura tecnica. Questo potrebbe spiegare anche le manovre disperate dei piloti.
L’altro aspetto riguarda la lettura politica di un disastro e le inevitabili conseguenze. Pensiamo al contrasto tra Cina e Malaysia dopo la scomparsa del Boeing malese con a bordo un gran numero di cinesi. Stessa cosa è avvenuta dopo l’esplosione che ha squarciato il Metrojet russo nel Sinai: Mosca, che aveva appena iniziato la campagna militare in Siria, ha considerato la strage di innocenti come una rappresaglia Isis mentre il Cairo ha provato, almeno all’inizio, a cavalcare lo scenario del guasto meccanico. Le conseguenze, oltre alle vite distrutte, si sono viste subito dopo: stop ai collegamenti, colpo micidiale al turismo.
Ecco allora news talvolta contrastanti, frizioni tra gli investigatori, accuse. È avvenuto anche per il Germanwings, con un’inchiesta divisa in due tronconi: da una parte i tedeschi, dall’altra i francesi. Un crash inspiegabile fintanto che il New York Times — un giornale americano, non europeo — ha svelato il gesto folle del copilota. Una delle possibilità, insieme a quella del dirottamento, considerata dagli agenti che studiano il dossier dell’Airbus precipitato a nord di Alessandria.
L’esito finale è l’incertezza, accompagnata dall’inquietudine per un jet passeggeri finito nel Mediterraneo.

La conferma che c’era fumo a bordo prima della perdita dei contatti e la probabile localizzazione delle due scatole nere. Sono queste le novità di ieri sulla tragedia del volo MS804 dell’EgyptAir,precipitato con 66 persone a bordo al largo dell’isola greca di Karpathos ma già in acque territoriali egiziane, giovedì sulla rotta Parigi-Il Cairo. Dall’Airbus A320 sono stati inviati messaggi automatici per la presenza di fumo.

A riferire la notizia è la Bea (Bureau d’enquetes et d’analyses),l’ufficio di indagini e analisi per la sicurezza dell’aviazione civile francese. «Ci sono stati messaggi inviati dall’aereo che indicavano la presenza di fumo nella cabina poco prima delle perdita di contatti», ha spiegato Sebastien Barthe, portavoce della Bea. Il fumo, secondo quanto riferito dal sito specializzato Aviation Herald, potrebbe essersi sviluppato in una delle toilette,ma secondo altre fonti proveniva da uno dei motori. L’Aircraft Communications Addressing and Reporting System (ACARS),il sistema per le comunicazioni tra la torre di controllo, anche di transito, e la cabina del pilota, ha inviato un totale di cinque messaggi automatici in un arco di tempo massimo di due minuti, tra cui uno per la segnalazione di fumo, mentre gli altri quattro per problemi a un vetro riscaldato nella cabina di pilotaggio,problemi a un finestrino scorrevole dal lato del co-pilota, al pilota automatico e al sistema di controllo del volo.

Questi dettagli escluderebbero l’esplosione a bordo di una vera e propria bomba, ma non la presenza di un ordigno incendiario. Sempre ieri fonti governative egiziane alla Cbs avevano parlato dell’individuazione delle scatole nere nello stesso tratto di mare dove erano affiorati i resti umani e i rottami dell’aereo (di cui l’esercito ha diffuso le immagini), ma successivamente un alto funzionario del ministero dell’Aviazione civile, coperto dall’ anonimato, ha smentito l’indiscrezione

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