Shock, camminare a piedi scalzi è pericoloso: i rischi da larve parassita Strongyloides

allarme-piedi-scalzi-puo-entrare-il-parassita-che-arriva-dritto-allintestino-gravi-conseguenze-anche-a-distanza-di-tempoSapevate che camminare scalzi può risultare davvero pericoloso? Secondo quanto riferito da un anziano, pare che molti anni fa, abbia contratto una parassitosi, scoperta molto dopo e divenuta pericolosa proprio in un momento in cui il soggetto era particolarmente debole e dunque immunodepresso.La malattia in questione è la strongiloidosi, e prende nome dal parassita Strongyloides stercoralis le cui larve microscopiche pare si trovino nel terreno che risulta contaminato nello specifico da feci umane e forse anche di cane, e dunque facilmente penetrabili attraverso la cute soprattutto dei piedi, quando si è scalzi ovviamente.Si tratta di una malattia poco conosciuta, ma purtroppo molto diffusa soprattutto nei Paesi in via di sviluppo: secondo le stime diffuse da uno studio effettuato nell’agosto 2016 e coordinato dal Centro per le Malattie Tropicali di Negrar-Verona, con l’Unità sanitaria locale di Verona, pare che oggi in tutto il mondo,siano 370 milioni le persone colpite dalla strongiloidosi; lo studio di cui abbiamo parlato, è stato condotto in dieci ospedali di Veneto, Friuli Venezia Giulia e Lombardia, il che ha messo in evidenza che questa parassitosi è più popolare in età geriatrica.

Ritornando al parassita, possiamo dire che questo si presenta sotto forma di verme di 8-11 mm di lunghezza per il maschio, 10-13 mm per la femmina con due coppie di caratteristici dentelli ripiegati ad uncino nella capsula boccale; solitamente si presenta sotto un colore bianco-rosato e come anticipato è facile trovarlo nei terreni umidi e ben areati, visto che alle uova servono ossigeno ed una temperatura che si aggiri sui 25°-30° C per potersi sviluppare. La malattia trasmessa dal parassita non è facile da riconoscere perchè i sintomi sono per lo più simili a quelli di una sepsi; per poter capire se nel nostro organismo è presente il parassita bisognerà effettuare un semplice esame di laboratorio, ovvero l’emocromo. La diagnosi vera e propria è fatta tramite analisi delle feci alla ricerca delle uova; Le feci da analizzare devono essere fresche, in quanto una volta schiuso l’uovo, la larva è facilmente confondibile con quella di Strongyloides.

Nel corso delle indagini cliniche bisognerà anche controllare le riserve di ferro, visto che il parassita succhiando il sangue, può indurre ad uno stato di anemia e carenze nutrizionali. Riguardo la cura, il farmaco più indicato risulta essere l’ivermectina, ovvero un composto facilmente reperibile in alcuni paesi dell‘Unione europea, tra i quali la Francia, l’Olanda e la Germania, ma non in Italia,dove invece è possibile ricorrere all’albendazolo, che può essere utilizzato per curare lo Strongyloides. Il Centro per le Malattie Tropicali di Negrar, Centro Collaboratore OMS (Organizzazione Mondiale per la Sanità) per la strongiloidosi, coordina uno studio clinico internazionale per definire il dosaggio più appropriato dell’ivermectina.

Nuove generazioni di larve Per intervenire efficacemente, bisogna perciò sospettarne l’esistenza per tempo. E qui si intrecciano due ordini di problemi: il fatto che il parassita può effettivamente non dare (quasi) segno di sé per anni e il fatto che l’insegnamento della parassitologia è quasi scomparso dalle nostre Facoltà di medicina. Il parassita perpetua il suo ciclo biologico nell’organismo umano sviluppando nuove “generazioni” di larve che arrivano allo stadio adulto sempre nel corpo umano. In questo modo garantisce la propria sopravvivenza nell’ospite per tutta la vita di quest’ultimo, a meno che non venga riconosciuto e “eliminato”. Tra le strategie di sopravvivenza di un parassita, naturalmente, vi è anche la necessità di non creare troppi danni all’ospite e non farlo morire prematuramente. Strongyloides non fa eccezione e di solito i sintomi che provoca sono vaghi e non gravi: prurito, saltuari dolori addominali, qualche volta disturbi respiratori ricorrenti simili all’asma. Ma se le difese immunitarie dell’ospite sono compromesse, il parassita prolifera in modo incontrollato, e può invadere tutti gli organi e gli apparati: è la cosiddetta «strongiloidosi disseminata», mortale in oltre la metà dei casi.

Ricerca degli anticorpi nel sangue Non è facile riconoscerla perché i sintomi sono spesso quelli di una sepsi, e raramente si pensa che responsabile possa essere il parassita. Un banale esame di laboratorio, l’emocromo, può indurre al “sospetto” (prima che si sviluppi la forma grave) se si osserva un aumento degli eosinofili, un tipo particolare di globuli bianchi. L’esame delle feci è poco sensibile, meglio la ricerca degli anticorpi nel sangue. Per la cura, il farmaco più indicato è l’ivermectina, un composto con un ampio spettro di indicazioni. È registrato in alcuni paesi dell’Ue tra cui Francia, Olanda e Germania, non in Italia. Invece, un altro farmaco, l’albendazolo, è registrato in Italia anche per questa indicazione, pur essendo poco efficace contro lo Strongyloides. Per trattare correttamente un paziente in Italia, si deve importare l’ivermectina dall’estero per “uso compassionevole”. Il Centro per le Malattie Tropicali di Negrar, Centro Collaboratore OMS (Organizzazione Mondiale per la Sanità) per la strongiloidosi, coordina uno studio clinico internazionale per definire il dosaggio più appropriato dell’ivermectina. L’OMS sta considerando se includere la strongiloidosi nei programmi di trattamento di massa delle parassitosi nei Paesi dove è endemica, utilizzando proprio l’ivermectina.

Lo Strongyloides stercoralis è un verme parassita nematode molto piccolo in grado di penetrare nella cute umana intatta. Possiede un esofago capillare e si nutre di fluidi dell’ospite.

Il ciclo biologico prevede larve che dalla cute umana (sono attratte dall’acido urocanico prodotto da questa) passano nel circolo ematico e giungono al cuore destro, poi ai polmoni, alveoli, laringe, faringe, intestino tenue dove diventano vermi adulti. Questi possono deporre uova che danno vita a larve rabditoidi (più piccole delle strongiloidi e non danno infezione) che diventano larve strongiloidi che attraversano la cute del perineo determinando la larva currens che può dare autoinfezione attraversando la mucosa intestinale e colonizzare encefalo, fegato e reni.

La diagnosi è effettuabile tramite la ricerca di larve nelle feci. Questi vermi hanno bisogno di caldo umido infatti vivono nelle aree tropicali e subtropicali.Il parassita è endemico anche in alcune zone europee, ad esempio il sud della Spagna e il nord dell’ItaliaLa profilassi prevede il non venire a contatto con terreno contaminato.

Le larve vivono nel terreno, e possono penetrare la cute umana posta a diretto contatto con esse. Pertanto ci si infetta principalmente camminando a piedi nudi su terreno contaminato;
• il verme adulto si localizza nell’intestino dell’uomo, dove produce altre larve. Alcune di esse vengono escrete tramite le feci (contribuendo a mantenere il terreno infetto, se la defecazione avviene all’aperto), altre rimangono nell’organismo perpetuando l’infezione nel soggetto. Se non curata con farmaci specifici, la persona infetta rimane tale indefinitamente.

la parassitosi può dar luogo a sintomi di varia entità, spesso lievi ma perduranti a lungo. Sono frequenti prurito, disturbi del sistema gastroenterico (dolori addominali, diarrea, etc) o dell’apparato respiratorio (ad esempio crisi asmatiformi);
• nel paziente immunocompromesso (ad esempio pazienti con leucemia, o pazienti sottoposti a trattamenti prolungati con cortisone ad alte dosi) si possono sviluppare le forme gravi della malattia, che hanno una mortalità elevata.

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