Alzheimer, capsula previene e ripulisce il cervello da molecole nocive

Un grande passo in avanti è stato effettuato nel campo medico sanitario e soprattutto nella cura e prevenzione dell’Alzheimer.La novità è stata presentata pubblicata su una rivista scientifica Brain e tratta di una capsula che sarebbe in grado di prevenire l’insorgenza dell’Alzheimer.

Tale capsula è stata scoperta da un gruppo di studiosi del Politecnico Federale di Losanna che da quanto emerso sarebbe capace di prevenire la patologia neuro degenerativa e funzionerebbe dopo essere stata impiantata sotto cute. Proprio dopo essere stata impiantata questa capsula inizierebbe a rilasciare molto lentamente anticorpi che si dirigono verso il sangue e poi giungono fino al cervello.

Lo scopo? Ripulire gli accumuli provocati da molecole tossiche. La capsula è composta da due membrane permeabili sigillata insieme con telaio in polipropilene al cui interno sono state inserite delle cellule di bio-ingegneria che una volta rilasciate, producono anticorpi che andranno a colpire la proteina che si crede provochi il morbo di Alzheimer. A parlare è il dottor Aebischer il quale ha affermato che questa grande scoperta rappresenta sicuramente un grande passo in avanti nel trattamento del morbo di Alzheimer e di altre malattie degenerative.

Lo stesso Dottor Aebischer ha dichiarato:“Ciò dimostra chiaramente che gli impianti incapsulati cellulari possono essere utilizzati con successo e in modo sicuro per fornire gli anticorpi per il trattamento di malattia di Alzheimer e altre patologie neurodegenerative che caratterizzano le proteine ​​difettose”.

Come abbiamo detto questa capsula viene impiantata sotto la pelle e questa a poco a poco rilascerà nel corpo anticorpi che finiscono poi nel sangue e vanno a svolgere il loro compito nel cervello, andando così a distruggere gli accumuli di molecole tossiche ritenute responsabili della demenza di Alzheimer.  Sono stati effettuati degli esperimenti sul campo e nello specifico sui topi in laboratorio ed i risultati sono stati davvero interessanti; i ricercatori hanno controllato il funzionamento della capsula impiantata sotto la loro cute, che è stata controllata per trentanove settimane circa, al termine delle quali è stato osservato come la concentrazione di proteine beta-amiloide fosse ridotta in modo considerevole e rilevante.

Alzheimer (cenni)

La malattia di Alzheimer-Perusini, detta anche morbo di Alzheimer, demenza presenile di tipo Alzheimer, demenza degenerativa primaria di tipo Alzheimer o semplicemente Alzheimer, è la forma più comune di demenza degenerativa progressivamente invalidante con esordio prevalentemente in età presenile (oltre i 65 anni, ma può manifestarsi anche in epoca precedente). Si stima che circa il 60-70% dei casi di demenza sia dovuta aAlzheimer disease (AD).

Il sintomo precoce più comune è la difficoltà nel ricordare eventi recenti. Con l’avanzare dell’età possiamo avere sintomi come: afasia, disorientamento, cambiamenti repentini di umore, depressione, incapacità di prendersi cura di sé, problemi nel comportamento. Ciò porta il soggetto inevitabilmente a isolarsi nei confronti della società e della famiglia. A poco a poco, le capacità mentali basilari vengono perse. Anche se la velocità di progressione può variare, l’aspettativa media di vita dopo la diagnosi è dai tre ai nove anni.

La malattia di Alzheimer è definibile come un processo degenerativo che pregiudica progressivamente le cellule cerebrali, rendendo a poco a poco l’individuo che ne è affetto incapace di una vita normale e provocandone alla fine la morte. In Italiane soffrono circa 492 000 persone e 26,6 milioni nel mondo secondo uno studio della Johns Hopkins Bloomberg School of Public Health di Baltimora, Stati Uniti, con una netta prevalenza di donne (presumibilmente per via della maggior vita media delle donne rispetto agli uomini).

Definita anche “demenza di Alzheimer”, viene appunto catalogata tra le demenze, essendo un deterioramento cognitivo cronico progressivo. Tra tutte le demenze quella di Alzheimer è la più comune, rappresentando, a seconda della casistica, l’80-85% di tutti i casi di demenza.

A livello epidemiologico, tranne che in rare forme genetiche familiari “early-onset” (cioè con esordio giovanile), il fattore maggiormente correlato all’incidenza della patologia è l’età. Molto rara sotto i 65 anni, la sua incidenza aumenta progressivamente con l’aumentare dell’età, per raggiungere una diffusione significativa nella popolazione oltre gli 85 anni.

Da rilevazioni europee, nella popolazione generale l’incidenza (cioè il numero di nuovi casi all’anno) è di 2,5 casi ogni 1 000 persone per la fascia di età tra i 65 e i 69 anni; sale a 9 casi su 1 000 persone tra i 75 e i 79 anni, e a 40,2 casi su 1 000 persone tra gli 85 e gli 89 anni.

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