Shock Antinori, : ‘Ho soldi e potere, ti faccio uccidere’, le minacce di morte all’infermiera spagnola

Antinori ancora al centro della bufera 'Ho soldi e potere, ti faccio uccidere', le minacce all'infermieraContinua a trovarsi al centro della polemica e a far parlare di se il ginecologo Severino Antinori, arrestato nei giorni scorsi accusato di avere espiantato con violenza degli ovuli fecondabili ad una giovanissima paziente e per essere più precisi, secondo le accuse il ginecologo avrebbe nello specifico “immobilizzato, anestetizzato e costretto” la ventitreenne sopra citata, di nazionalità spagnola, a subire l’espianto di alcuni ovuli.

Il medico, accusato di rapina e lesioni personali aggravate, sembrerebbe avere anche minacciato la giovanissima infermiera spagnola che successivamente lo ha denunciato e nello specifico, secondo quanto trapelato dalle prime indiscrezioni e nello specifico secondo quanto scritto nell’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip di Milano Giulio Fanales nei confronti del ginecologo, sembrerebbe che lo stesso Severino Antinori, al centro della cronaca ormai da diversi giorni, abbia minacciato la ragazza affermando di avere molti soldi e soprattutto molto potere motivo per il quale avrebbe incaricato alcune persone di ucciderla se solo avesse denunciato alla polizia quanto era stata costretta a subire.

E proprio Antinori, agli arresti domiciliari dallo scorso venerdì, ha provato in tutti i modi a difendersi dalle accuse che gli sono state mosse negli ultimi giorni affermando che si tratta di un evidente complotto organizzato nei suoi confronti sottolineando inoltre che “è tutto organizzato dal mondo arabo”, e specificando inoltre che in realtà l’infermiera 23enne che lo ha calunniato non è spagnola ma proviene da Marrakech. Antinori ha poi concluso affermando che proprio la 23enne “Ha ordito una specie di complotto, a dimostrare che queste tecniche sono vergognose, falsando la verità” precisando inoltre che non vi è stata alcuna forma di violenza ma che, la ragazza si è provocata da sola delle lesioni facendosi male con il bastone, che non è vero che è stata forzata e che il magistrato ha tutte le carte.

Antinori, nel corso di un’intervista realizzata dai giornalisti di Pomeriggio Cinque mentre il professionista era affacciato alla finestra ha poi concluso affermando “La signora si è sottoposta a tecniche di ovodonazione, con tanto di spiegazione in spagnolo e in arabo. Non era ignara. Ha tentato, io non volevo, mi ha incontrato l’11 novembre in un locale dove si gioca, dove si balla… Sapendo il mio nome… io dico ”ma come fai a sapere il mio nome?”, e glielo dico in francese, in italiano e in spagnolo. “So che lei è molto bravo e vorrei donare gli ovuli”, vabbè…. arrivederci… dopo due ore è nel mio albergo”. Il gip di Milano Giulio Fanales nell’ordinanza che ha portato agli arresti domiciliari il ginecologo ha nello specifico scritto “L’indifferenza nei confronti della dignità e del corpo della donna, dimostrata dall’Antinori, obnubilato dalla finalità di guadagno (…) rende evidente il pericolo della commissione di delitti della stessa specie”.

E’ un dilemma giuridico ed etico, un caso senza precedenti. A chi appartengono gli embrioni sequestrati nella clinica del professor Severino Antinori, ai domiciliari con l’accusa di rapina aggravata? Ora sono custoditi nell’archivio degli embrioni della Mangiagalli, ma sulla loro sorte al momento è buio totale. Peri magistrati che si occupano del prelievo forzato di ovociti al quale sarebbe stata sottoposta Hanae M., 24 anni, la questione è spinosa. Sono frutto di rapina e corpo del reato – stando al racconto della giovane spagnola – fecondati da padre noto e di proprietà di una madre denunciante, cioè Hanae. Non esiste giurisprudenza in merito e bisogna stabilire a chi appartengano gli ovuli fecondati. Un problema in più per gli investigatori, al lavoro sulla mole di materiale raccolto nella Clinica Matris alla quale sono stati messi i sigilli. «L’impellente bisogno di reperire ovociti, idonei all’immediato impianto nell’utero delle clienti, nell’esclusiva ottica della massimizzazione del profitto», è il movente che secondo il gip Giulio Fanales avrebbe spinto Severino Antinori e le sue due collaboratrici «a comportamenti spregiudicati».

E il professore, «obnubilato dalla finalità di guadagno», dimostra «indifferenza nei confronti della dignità e del corpo della donna». Alla ragazza vengono asportati otto ovociti, sei vengono fecondati e quattro diventano embrioni, destinati a tre coppie. Ma per ora non sono di nessuno ed è complicato decidere a chi debbano andare, dato che Hanae sostiene le siano stati sottratti con la violenza. Quando si è opposta all’operazione, scrive il giudice, è stata «afferrata e spinta contro il muro con la forza, trascinata per le braccia fino alla sala operatoria e rivestita con il camice. Malgrado implorasse piangendo di non essere sottoposta all’intervento, veniva messa sul lettino e totalmente sedata, mediante un’iniezione al braccio». Al suo risveglio capisce cosa è successo e, in due drammatiche chiamate al 112 acquisite agli atti, chiede aiuto:
«Piange spaventata, riferisce del prelievo di ovuli da impiantare in altre pazienti contro la sua volontà, avverte che la segretaria sta per bloccarle il telefono». Quando arriva la polizia la trova in lacrime, seduta in pigiama vicino all’ingresso. Antinori, «in attesa degli agenti», le avrebbe detto «che, possedendo molto denaro e potere, avrebbe incaricato alcune persone di ucciderla».

Quindi il professore dà in escandescenze. Si rifiuta di esibire i suoi documenti alle forze dell’ordine, «intima loro con fare ostile di allontanarsi, altrimenti avrebbe chiamato il questore, esibisce una rivista medica che lo ritrae in copertina a significare la propria notorietà». E nega qualsiasi informazione sull’intervento «per presunti motivi di riservatezza». Hanae viene portata alla Mangiagalli, dove si confida con i medici: «Ero terrorizzata che potessero nascere bambini dai miei ovuli senza maternità, senza la mia volontà, senza un progetto d’amore». A carico del professor Antinori i magistrati hanno i lividi sul corpo della ragazza, la telefonata alla polizia, diverse testimonianza e soprattutto quegli embrioni di nessuno.

Le presentazioni: «Io sono un medico molto famoso, faccio partorire anche le anziane, vado spesso in televisione». E le raccomandazioni: «Fai la brava che ti faccio un regalo in denaro». Ma questa volta l’ego ipertrofico del ginecologo Severino Antinori, 70 anni, il medico delle gravidanze sempre e comunque, arrestato venerdì dai carabinieri del Nas, è degenerato nella violenza. La ragazza spagnola di 24 anni che l’ha denunciato e ha «avviato» l’indagine è stata ingannata, anestetizzata contro la sua volontà, derubata di otto ovuli per la fecondazione eterologa. L’ordinanza del gip Ciulio Fanales ricostruisce l’episodio nella crudeltà. E conferma le convinzioni di Antinori di potere qualsiasi cosa e lo stato di sudditanza e fedeltà assoluta del suo staff.
Il ginecologo, scrive il giudice, «è indifferente alla dignità e al corpo della donna, obnubilato dalla finalità del guadagno». Non si fermava mai, Antinori. Ai poliziotti chiamati dalla giovane dopo l’operazione ed entrati nella clinica dei misteri o forse degli orrori, la Matris di via dei Cracchi, semicentro di Milano (il ginecologo era il direttore sanitario), aveva fatto sapere che avrebbe telefonato al questore, millantando crediti vari con il mondo intero.

Gli agenti erano intervenuti il aprile. La 24enne, residente nella zona di Malaga, è un’infermiera. Ha raccontato che durante una vacanza milanese, a febbraio, seduta da sola in un ristorante, era stata avvicinata da Antinori il quale, conosciuto il suo mestiere, le aveva offerto un posto di lavoro. Stipendio da 1.700 euro mensili, vitto e alloggio al «My Hotel». La ragazza era tornata in Spagna, ne aveva parlato con la madre (contraria) e si era decisa ad accettare. A fine marzo, già in pianta stabile nella clinica, era stata invitata a un controllo da Antinori dopo avergli detto che nell’adolescenza aveva sofferto di cisti ovariche, problema comunque risolto. Non per il ginecologo che aveva voluto visitarla, aveva scoperto una presunta nuova cisti e s’era raccomandato: «Operati o ti esplode l’utero». La ragazza era stata bombardata di medicinali «preparatori»
all’intervento. Ma i medicinali, come Puregon e Luveris, vengono somministrati per indurre l’ovulazione multipla. Lei s’era inizialmente fidata eppure, dopo qualche giorno, si era insospettita: aveva lasciato la Matris per fare le valigie. Antinori aveva subito spedito in hotel Bruna Balduzzi, 28 anni, impiegata nello staff come la coetanea Marilena Muzzolini (entrambe indagate), per tranquillizzarla.

L’indomani, eccole arrivare in clinica insieme. La ragazza era stata afferrata, spinta contro il muro, trascinata in sala operatoria, stesa sul letto, completamente sedata e derubata degli ovuli. Al risveglio, un infermiere le aveva confidato quanto successo, suggerendo di chiamare le forze dell’ordine. Peccato che il suo cellulare, un iPho- ne 6, era sparito. La giovane aveva trovato un telefono fisso e
aveva dato l’allarme. Antinori le era piombato addosso staccando il telefono e urlando che, siccome «ho denaro e potere», l’avrebbe fatta ammazzare. Ma la polizia aveva ricevuto la richiesta, la giovane era stata accompagnata prima in albergo e poi, dopo un malore, alla clinica Mangiagalli, l’inchiesta era partita e per il ginecologo era ormai questione di tempo. I suoi avvocati parlano di accuse assurde e citano il consenso all’intervento firmato dalla giovane; però la firma apposta sull’autorizzazione al prelievo degli ovuli non sarebbe sua.
Il giorno della violenza, alla Matris non c’erano ovuli «pronti». A tre coppie in attesa era stato promesso il contrario. E Antinori, per i soldi (almeno cinquemila euro a intervento), non voleva né poteva deludere.

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