Architetto ucciso da ex moglie con amante un anno fa a Coma, arrestati i mandanti

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alfio-vittorio-molteni-k4oc-u10901010601359nod-1024x576lastampa-itQuando ha capito che la separazione dal marito stava diventando sempre più complicata e conflittuale – rispetto a ciò che sognava e pretendeva – e che l’affido delle figlie minorenni non le sarebbe stato dato invia esclusiva, ha deciso che doveva fare qualcosa. Qualsiasi cosa. Con qualsiasi mezzo.

Così ha chiamato il commercialista suo amante e, con lui, ha ideato un piano diabolico per screditare l’uomo con il quale aveva vissuto, minacciarlo, spaventarlo. E infine farlo fuori. Per questo motivo – secondo la ricostruzione degli inquirenti la vicenda sarebbe andata esattamente così – ieri mattina Daniela Rho, 46 anni, e Alberto Brivio, 49, sono stati arrestati e rinchiusi nel carcere di Como con l’accusa di concorso in omicidio, detenzione illegale e porto in luogo pubblico di pistola, danneggiamento e stalking. Sarebbero loro, cioè, i mandanti dell’omicidio di Alfio Vittorio Molteni, noto designer, una vita di lavoro tra la Brianza, la Russia e Dubai, freddato con due colpi di pistola sotto casa la sera del 14 ottobre 2015.

Già, un delitto per il quale erano in carcere già dieci persone (accusate di essere gli esecutori materiali e i fiancheggiatori), ma per il quale finora mancavano il movente e gli ideatori. Una storia complessa, intricata, un giallo alla Agatha Christie che sembrava destinato a restare irrisolto, ma che ora ha improvvisamente preso la via della chiarezza.

L’AUTO INCENDIATA

Tutto inizia nell’estate del 2014, quando Daniela Rho e l’amante Alberto Brivio, dopo aver appreso che Molteni ha revocato l’assenso alla separazione consensuale attribuendo le responsabilità alla moglie, come prima cosa – secondo l’accusa – incaricano una guardia giurata (Luigi Ru-golo, 44 anni, di Seveso) di “punire” l’architetto, cioè tormentarlo e minacciarlo. Si inizia con pedinamenti e telefonate anonime, per poi passare – nel luglio 2014 – ad un’aggressione con bastone e una sfera di metallo. Ma è solo l’inizio, l’inizio di un’escalation di violenza. Perché nel maggio dell’anno successivo si passa a metodi ben più pesanti: la Ran-ge Rover dell’architetto, parcheggiata in un box sotto lo studio di Mariano Comense, va a fuoco.

Il piano, però, prevede anche dell’altro. Cioè azioni più subdole e mirate. Oltre a spaventare Molteni, i due – secondo la ricostruzione degli inquirenti – cercano di far apparire la sua vita poco trasparente, nel tentativo di farlo risultare una persona con frequentazioni equivoche e pericolose. E sperare così che i giudici decidano di impedirgli di vedere le figlie. Ecco perché il 17 giugno 2015, per esempio, dopo che il Tribunale di Como ha stabilito che le bambine devono trascorrere il fine settimana nell’abitazione del padre, viene appiccato il fuoco a una finestra della casa. E ancora, ecco perché a luglio vengono sparati otto colpi di arma  da fuoco all’indirizzo della finestra dell’abitazione di Carugo (in cambio di mille euro): due giorni dopo Daniela Rho presenta tramite i suoi legali un’istanza per chiedere l’interruzione dei rapporti e dei pernottamenti delle bambine dal padre, m otivata con l’esistenza di un grave pericolo per l’incolumità per le piccole causato – guarda caso – proprio dagli atti intimidatori subiti dall’architetto. E da lei commissionati.

L’AGGUATO SOTTO CASA

Minacce, intimidazioni. Ma le cose non cambiano. Anzi, il 5 ottobre 2015 il Tribunale emette un’ordinanza con la quale rigetta la richiesta di incontri protetti avanzata dalla donna (provvedendo ad assegnare la casa coniugale alle figlie, nonché a ripristinare gli incontri delle bambine con il padre presso l’abitazione familiare senza la presenza della madre e/o altri operatori), provvedimento al quale il 12 ottobre 2015 viene presentato ricorso (rigettato il giorno successivo). Ma Daniela Rho, a questo punto, per risolvere la faccenda ha già in mente una strada diversa da quella legale. Lei e l’amante contattano la guardia giurata che a sua volta commissiona l’agguato – la richiesta però sarebbe di gambizzare Molteni, non ucciderlo – a Vincenzo Scovazzo e Michele Crisopulli in cambio di 10 mila euro (o, a scelta, 50 grammi di coca pura). Il 14 ottobre sera, due giorni dopo, i sicari si presentano a Carugo, nella Brianza Comasca, dove il consulente d’arredamento si è momentaneamente trasferito a vivere a casa del padre. I killer, nascosti nel buio e sotto una fitta pioggia, aspettano che l’uomo rientri a piedi e poi, alle spalle, sparano due colpi. Uno va a segno alla gamba, l’altro alla schiena ed è fatale. Trasportato in ospedale, Alfio Molteni, 58 anni, muore poco dopo.

Ora, a quasi un anno di distanza e dopo l’arresto di dieci persone, la svolta clamorosa. Per arrivare al fermo dei mandanti – l’ex moglie e il commercialista suo amante – sono state decisive, oltre ai testimoni e agli interrogatori degli indagati, le mail trasmesse dalla vittima prima dell’agguato (in cui ricostruiva pedinamenti e raccontava la sua paura) e l’analisi di telecamere e tabulati telefonici.

 

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